Sunday, September 17, 2006

Il ruolo dell'etanolo, la lunga strada per liberarci dagli arabi...

Articolo di Ugo Bertone per il Foglio:


No, non illudetevi perché il prezzo del greggio scivola giù dalle vette toccate in estate: l’età del petrolio abbondante volge al termine, comunque vada il negoziato con Teheran. E presto saranno dolori. I seguaci del “peak oil”, ultima religione dei mercati finanziari, si sono ritrovati l’estate scorsa, nella campagna toscana. Lì, a due passi dalla Torre di Pisa, ambientalisti estremi e gestori di hedge fund come l’olandese Willem Kadijk (che si accinge a lanciare un hedge basato su titoli antipanico) hanno recitato la loro profezia. Presto, hanno ripetuto, nonostante gli sforzi dei geologi, i pozzi renderanno sempre meno. E il mondo, visto da una pompa di benzina a secco, sarà davvero un brutto posto dove le visioni più apocalittiche diventeranno realtà. Anche quella di James Howard Kunstler, profeta travestito da geologo: anche Las Vegas, scrive Kunstler, sparirà quando i distributori chiuderanno i battenti. La Sodoma e Gomorra dei nostri giorni campa grazie all’aria condizionata a manetta, alle autostrade a otto corsie e ai viaggi aerei. Cioè, grazie al petrolio abbondante e a basso costo, privilegio destinato ad esaurirsi nel giro di pochi decenni, se non di anni. Preparatevi, si legge nel suo libro-testamento, “The long emergency”, ad un futuro in cui per muoversi da una periferia desolata, circondata da supermercati svuotati di merci cinesi (e non solo) ci vorranno giorni e tanto coraggio: perché un mondo improvvisamente svuotato di petrolio sarà un mondo più pericoloso, popolato di Blade Runner come nel romanzo di Philip K. Dick. La profezia ha fatto presa: da 18 mesi il libro di Kunstler figura nella classifica dei top 1000 di Amazon.com. Nello stesso periodo si sono già formati su Internet ottantadue gruppi con circa duemila membri organizzati attraverso Meetup.com, il portale nato per discutere il problema. O organizzare letture collettive di un altro “mostro sacro” del popolo dei “peak oil”, un predicatore che tiene dibattiti, ben retruibiti, alla City: Colin Campbell, geologo laureato ad Oxford, 40 anni di lavoro nell’industria Per alimentare un decimo delle macchine americane servirebbe un terzo dell’attuale produzione di zucchero e cereali negli Stati Uniti. Nel suo bestseller “The Coming Oil Crisis” sostiene che ormai è troppo tardi: il petrolio finirà prima che emerga una qualche convincente forma di alternativa energetica. Non tutti sono così pessimisti di fronte al pericolo del greggio energetico. Nella palestra del futuro vale pure l’immagine muscolare che viene dal governatore della California, Arnold Schwarzenegger, uno che di muscoli se ne intende. “Credo ci voglia un grosso sforzo
– ha detto – per consumare di meno ma ce la possiamo fare. Come non lo so, ma una cosa mi è chiara: se voglio perdere dieci chili entro l’estate devo darmi da fare in palestra. Certo, in quel caso il grasso protesta: non mi attaccare, io ti voglio bene. Ora sono le compagnie petrolifere a protestare. Fanno il loro mestiere”. Così Schwarzy, alla ricerca di una causa popolare e vincente, si schiera in vista del referendum di novembre, quando i cittadini della California dovranno pronunciarsi sulla “Proposition 87”, che prevede di imporre una tassa di estrazione su ogni barile che le compagnie petrolifere tirano fuori dai pozzi dello stato per un gettito, si prevede, di almeno quattro miliardi di dollari che, secondo il comitato che ha lanciato la proposta, dovranno essere spesi per incentivare l’uso dei carburanti alternativi. Una calamità, dicono naturalmente le Big Oil (Chevron, ExxonMobil, Shell e Occidental Petroleum) che, per scongiurare l’imposta, si sono tassate per 30 milioni di dollari per finanziare la campagna per il no. E c’è chi sospetta che la grande scoperta petrolifera di Chevron nel Golfo del Messico, annunciata con grande enfasi in settimana, sia una mossa pubblicitaria per migliorare l’immagine, pessima, delle Big Oil presso l’opinione pubblica Usa. Sul fronte dei nemici dei petrolieri, a sostegno del referendum, ci sono infatti nomi importanti: gente del cinema, come il produttore Stephen Bing, venture capitalist di Silicon Valley come John Doerr o Vinod Khosla, uno dei pionieri della new economy, tra i fondatori nel 1982 di Sun Microsystems e il primo a credere a suo tempo in Amazon o in Netscape, il navigatore da cui nacque Aol. Oggi, per lui, indiano di Phuna, come per i compagni di cordata, la nuova “ Big Thing” non passa dalla Grande Rete o da un chip. Ma dall’etanolo, ovvero dal carburante estratto dai cereali o dallo zucchero che, fino al 2012, potrà godere di incentivi governativi che lo rendono competitivo rispetto ai carburanti tradizionali. La scommessa, insomma, è di migliorare, entro cinque anni, tecniche e carburanti al punto da sfidare la concorrenza del petrolio. Purché, naturalmente, il prezzo del petrolio si mantenga alto, almeno sopra i 50 dollari. Altrimenti, il risveglio sarà amaro. L’indiano di Silicon Valley, uno che ha saputo ai tempi trasformare gli otto milioni affidatigli dai banchieri di San Francisco in due miliardi di dollari sonanti, sa però che la partita non si giocherà in laboratorio. In palio ci sono tanti soldi ma, più ancora la sicurezza nazionale. E non a caso l’indiano che ama l’etanolo ha arruolato un luogotenente d’eccezione: R. James Woolsey, 65 anni, già direttore della Cia tra il ’93 e il ’95. Chi meglio di lui per spiegare al Congresso che non si può star con le mani in mano in attesa di
una congiura di palazzo a Riyad o di un blitz dei pasdaran di Ahmadinejad. Khosla, nella sua battaglia per l’etanolo, è in buona compagnia: lo stesso Bill Gates ha investito nella Pacific Ethanol, di cui oggi è l’azionista numero uno. Certo, per uno come lui, un’operazione da 87 milioni di dollari (tanto c’è voluto per diventare l’azionista numero uno dell’azienda , per cui lui ha grandi ambizioni) è ben poca cosa. Ma la tendenza è chiara: l’America che ha vinto la sfida della produttività grazie al software e al Web accetta la sfida dell’energia. A suon di dollari, di venture capital, di speculazioni in Borsa e fuori. Con qualche sorpresa. Indovinate, ad esempio, chi ha finanziato (600 milioni di dollari) il prototipo della Tesla Roadstar, la prima auto elettrica con prestazioni degne di una Ferrari: da zero a 90 all’ora in quattro secondi, 200 all’ora la velocità massima, più di 340 dopo una ricarica supplementare. Si tratta nientemeno che di Larry Page e Sergej Brin, i due fondatori di Google, assieme ad una schiera di top manager di eBay e Pay-Pal. Anche loro, a modo loro, sono coinvolti nel grande rodeo dell’energia, la partita più globale che ci sia, la palestra per scienziati visionari, spie in pensione, tecnologi visionari e finanzieri a caccia della grande avventura.
La realtà è che si parla molto, come è giusto, degli scenari politici o strategici provocati dal caro greggio. E ancor di più si tenta di indovinare il giusto prezzo dell’oro nero, districandosi a breve tra le mosse di Caracas o di Teheran, oppure, a medio-lungo termine, tra le previsioni dei catastrofisti che annunciano la fine del petrolio (il “peak oil”, cioè il massimo della produzione è giàstato toccato per qualcuno, per altri lo sarà entro il 2010) e quelli che, come Leonardo Maugeri, brillante testa d’uovo dell’Eni che gode di audience mondiale, ci rassicura ricordandoci come in Iraq, dall’inizio del XX secolo, sono stati trivellati solo 2.500 pozzi contro un milione circa in Texas, a dimostrazione che il medio oriente (ma non solo) può darci ancora tante sorprese e preziosi barili (ce ne sono almeno 2.000 milioni di miliardi, il doppio di quanto prodotto finora secondo lo Us Geological Survey). Ma si parla poco degli effetti che la stagione dei rialzi sta provocando risvegliando ricerche vecchie e sepolte o eccitando nuovi appetiti in questa corsa alla pietra filosofale del XXI secolo che si svolge in tanti, spesso inattesi palcoscenici, talora frutto inatteso di una storia che arriva da lontano. Il film della moderna alchimia può cominciare dai laboratori del Mit, dove Gregory Stephanopoulos, docente di Ingegneria chimica, “allena” i microbi che dovranno trasformare le biomasse in etanolo da mettere nel motore. Anche questa, come spesso capita nella storia dell’innovazione (vi ricordate l’origine di Internet) è una storia che nasce dall’incrocio tra le esigenze del Pentagono e la genialità degli scienziati. Tutto comincia, infatti, nel 1950 quando l’esercito americano incarica un microbiologo, Elwyn T. Reese, di trovare un modo per annientare uno strano fungo tropicale che si era letteralmente mangiato le uniformi dei marine a Guadalcanal. Ma Reese si guardò bene dal fare il killer, convincendo Washington che era assai più sensato cercare di capire quali enzimi permettevano al fungo di spezzare le strutture molecolari dei tessuti o della cellulosa liberando cellule di zucchero. Da allora le ricerche sono andate avanti, con alterna fortuna e interesse. Fino ad oggi. Ora, infatti, quel microbo può cambiare il mondo, cancellando buona parte degli handicap che frenano lo sviluppo dell’etanolo. Per alimentare un decimo del parco macchine americano, infatti,sarebbe necessario un terzo dell’attuale produzione di cereali Usa. E il discorso è ancora più complicato per l’Europa: per sostituire il 5,75 per cento del carburante usato nella Ue, occorre il 19 per cento della superficie arabile dell’Unione europea. Tutto potrebbe cambiare, però, se il nostro microbo fosse in grado di trasformare in zucchero da carburante tutti gli scarti del grano o di altre biomasse. A crederci sono in tanti, almeno in trenta. E tra questi c’è la Iogen , una società dello Iowa che già oggi produce etanolo da cellulosa, ma ancora a prezzi troppo elevati. Ma attenzione. In Iogen, benedetta dai programmi dello stesso George W. Bush, c’è nientemeno che Goldman Sachs, il colosso delle banche d’affari Usa. E a volere un forte investimento della banca nel settore è stato nientemeno che Henry Hank Paulson, oggi segretario del Tesoro a Washington. Non è certo l’unico caso di matrimonio tra Wall Street e l’ecocombustibile. Anzi, la storia di maggior successo l’ha scritta finora un giovane banchiere di Morgan Stanley, Leigh Abramson, oggi 37 anni. Quando Abramson, laureato in storia all’Amherst Institute è approdato a Peoria, Illinois, per studiare un’eventuale acquisto (a mo’ di garanzia) di una quota della Aventine Renewable Energy, non sapeva nemmeno cosa fosse l’Mtbe, il biocombustibile prodotto da metanolo di sintesi. Ma il prezzo era buono , il venditore, travolto dallo scandalo Enron, costretto a vendere a meno della metà del costo sostenuto per trasformare un vecchio zuccherificio in un impianto per la benzina verde. E dopo otto mesi di clausura a Pekin, Illinois, Abramson convinse i superiori a sospendere i 66 milioni richiesti: oggi Aventine vale in Borsa poco meno di 800 milioni di dollari. Storie di soldi, oltre che di tecnologia. Come quella della Platinum Energy Resources di Houston, fondata da Barry Kostiner, 34 anni, faccia d’angelo, fegato d’acciaio. Di petrolio, confessa, ne sa poco. Ma con una laurea in matematica del Mit in saccoccia, Kostiner ha capito che la fortuna saprà arridere a chi troverà il sistema di far fruttare in quattrini sonanti il greggio che sta ancora sottoterra. E ha inventato un sistema niente male: lo Spac (special purpose acquisition company). Si tratta di società in cui si investe senza sapere come e dove i quattrini verranno investiti. Solo in un secondo momento, il finanziere sceglierà la “preda” (con l’assenso di un comitato di garanti). In questo modo Kostiner ha raccolto più di 100 milioni di dollari al Pink Sheets, il mercato più speculativo tra le Borse Usa, dove, dice la Sec, “sono quotate le società più rischiose”e li ha in vestiti in una piccola società petrolifera, la Tandem Energy che possiede alcune vecchie concessioni mai sfruttare in Texas. Sembra la storia di James Dean nel “Gigante”: speriamo che Kostiner non si sfracelli pure lui sulle strade del Texas. Difficile trovare un matematico altrettanto simpatico. Ma guai a pensare che la corsa al Santo Graal dell’energia pulita sia cosa appannaggio solo di università Usa o di centri di potere della finanza Usa. Certo, alla caccia grossa partecipano gli scienziati che hanno fatto gavetta nell’amministrazione militare. Come Erik Straser, solo 36 anni ma un passato ai segretissimi National laboratory di Los Alamos lasciati per sviluppare, con i quattrini raccolti dal solito venture capitalist batterie ad energia solare. Ma la soluzione può venire dal carbone ripulito secondo i procedimenti studiati dagli scandinavi della Vattenfall. O nascondersi nella savana di Secunda, a due ore e mezza di jeep da Johannesbugh dove i moderni alchimisti della Sasol trasformano il carbone in carburante. Non stupisca la scoperta di un Sud Africa ad alta tecnologia. Per decenni gli scienziati hanno scartato, perché troppo costosa, la pista della trasformazione del carbone in benzina o gasolio. Ma il Sud Africa dell’apartheid, colpito dall’embargo dell’Opec, negli anni Settanta ha investito una fortuna (sei miliardi di dollari dell’epoca), per procurarsi il carburante. Oggi, a questi prezzi, quell’investimento si è rivelato una fortuna. E Sasol ha appena chiuso un contratto monstre con la Cina: 27 mini impianti da costruire nella Mongolia cinese, a ridosso delle miniere di carbone. Già, i cinesi, i nuovi consumatori che hanno sconvolto la mappa del petrolio più degli sceicchi o di Hugo Chávez. Sono affamati di petrolio, non dimenticano i buoni affari. Hanno cominciato a produrre etanolo, grazie all’aiuto del Brasile e agli incentivi del governo. All’improvviso, per merito di centinaia di impianti “pirata”cresciuti per sfruttare gli incentivi di stato, il Drago è diventato il secondo produttore al mondo e il primo esportatore di etanolo. Perché gli aiuti al settore di Washington (che, per le pressioni dei farmers, im-Il Brasile è l’unico paese al mondo dove nelle stazioni di servizio è possibile scegliere tra carburante tradizionale ed etanolo semplice porta con il contagocce dal Brasile) si sono rivelati una calamita formidabile per i petrolieri del grano di Pechino. Anche in Brasile la fortuna è nata da una decisione “politically uncorrect”. La decisione di puntare su una soluzione autarchica nacque negli anni Settanta, sotto il tallone del regime militare. Oggi il Brasile è l’unico paese al mondo dove, alla stazione di servizio, si può scegliere tra la benzina normale, la miscela (etanolo più benzina) o l’etanolo semplice. E nella sterminata prateria del sud il colosso di stato, la Petrobrás, ha costruito la fabbrica di Araucária, un impianto così importante che Ignacio Lula da Silva l’ha scelto, nello scorso giugno, come palcoscenico per annunciare, in via ufficiale, la sua candidatura per un secondo mandato presidenziale. Difficile trovare un luogo più solenne: quel giorno , infatti, cominciava in via ufficiale pure la produzione dell’H-bio, il brevetto più importante mai uscito dai laboratori brasiliani. H-Bio, in sintesi, è un estratto dell’olio di soia o di girasole che, mescolato con un comune diesel, può funzionare da carburante per un qualsiasi motore, senza alcuna modifica: il sogno di liberarsi dalla dittatura del petrolio, insomma, non è più remoto dell’incubo di restare a secco. Perché, se non avete ancora deciso se essere ottimisti o pessimisti, se credere che il “peak oil” (cioè il punto massimo della produzione) sia stato ormai raggiunto o no, potete divertirvi con i tanti blog sulla materia (the oil drum, Aspo, Energy Bulletin per citare i più noti). Troverete di tutto: ingegneri ecologisti a favore dell’eolico, ecologisti animalisti che denunciano i crimini dell’eolico (le pale delle turbine ammazzano molti uccelli protetti); repliche degli ingegneri che sostengono che i gatti uccidono più delle pale; altri animalisti che scendono in difesa dei gatti. Difficile raccapezzarsi. Ma una cosa emerge: il petrolio andrà su e giù (facile che, nel prossimo futuro vada giù. A Teheran piacendo). Ma quella dell’energia non è una bolla come quella della tecnologia, assicurano Khosla e amici, gente che di bolle se ne intende.

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