Friday, August 10, 2007

il Giappone sorprende sempre

Non troppi anni fa, quando i governi
italiani cambiavano con le stagioni, come
le collezioni del prêt–à–porter, gli osservatori
stranieri si interrogavano stupiti sulla misteriosa
tenuta del nostro sistema sociale ed
economico, in un bel corpo a corpo con la logica.
C’è in questo più di un’analogia con lo
stupore che il mondo occidentale prova davanti
alle sorti, alterne e veloci, del microcosmo
giapponese. La letteratura nippocentrica
degli anni Settanta e Ottanta, in cui si celebravano
le magnifiche sorti e progressive
del Sol Levante, è ormai alle spalle; ma lo è
anche la letteratura apocalittica e, diciamolo,
vagamente iettatrice che celebrava la tragica
agonia del Sol Calante. Negli ultimi
quindici anni abbiamo visto il Giappone attraversare
una lunga fase di recessione-stagnazione,
lo abbiamo visto alle prese con la
crisi del sistema finanziario, con la fine della
piena occupazione, con il costante calo
del tasso di natalità e il relativo aumento di
quello di criminalità; abbiamo visto insomma
emergere una costellazione di variabili
al rosso che ci hanno rivelato un mondo insospettabilmente
fragile. Poi, a un esame
più attento, ci siamo accorti che nel suo
quindicennio di pena il Giappone ha conservato
fondamentali macroeconomici tutto
sommato invidiabili: persino il tasso di disoccupazione,
di cui si è fatto tanto parlare,
non è mai andato troppo lontano dal tasso
frizionale delle nostre regioni più sviluppate.
Oggi – che sia il Giappone di Abe o quello
di Ozawa poco importa – ci troviamo di
fronte a un paese che tra i propositi della
sua convalescenza agita ambizioni di tutto
rispetto, come la drastica riforma dell’assetto
istituzionale interno e l’acquisizione di un
ruolo centrale nella scena politica internazionale.
E’ in fondo questo il mistero giapponese,
la capacità di attraversare piccoli o
enormi traumi senza cessare di pensare in
grande e di realizzare grandi obiettivi.
Così è stato, per esempio, quando, dopo
due secoli e mezzo di contemplazione del
proprio ombelico, un arcipelago di contadini,
pescatori e samurai, non certo benedetto
dal favore della natura e relegato in un
angolo remoto del pianeta, è riuscito in pochi
decenni a diventare una moderna potenza
industriale; o quando una nazione devastata
da una guerra rovinosa (ricorre in
questi giorni l’anniversario dei bombardamenti
di Hiroshima e Nagasaki), è risorta
dalle ceneri delle proprie città senza l’ausilio
di un piano Marshall e in un contesto di
ostilità diffusa (ancora oggi il 65 per cento
dei cinesi e dei sudcoreani dichiara di detestare
il Giappone).
Come diceva Luigi Barzini senior nel 1906
La chiave dell’enigma è in realtà un complicato
intreccio di ragioni, sulle quali le
diagnosi degli studiosi e dei commentatori
non brillano per univocità. Ci sono tuttavia
alcune costanti che aiutano a orientare l’analisi
e a migliorare la comprensione generale
del fenomeno. Anzitutto la straordinaria
omogeneità della società giapponese.
Nella sfera pubblica, ma anche in quella
privata, la rosa dei comportamenti appare
limitata e tutto sommato prevedibile. L’imprevedibilità
è anzi segno certo di anomalia
ed è considerata con sospetto. L’omogeneità
– e l’omogeneizzazione, cioè la tendenza
ad assimilare l’assimilabile – si riscontra
in tutti i settori della vita civile e in
molti ambiti della vita familiare e dell’attività
del singolo. La pubblicistica occidentale
l’ha presentata spesso nei termini di una
coercizione di massa o, al contrario, in
quelli di un nobile ideale. Ma, fatte salve alcune
eccezioni, non si tratta né di un orientamento
forzato né di un’aristocratica virtù
spirituale. Si tratta invece di una costante
sintattica dell’identità giapponese: gli uomini
e le donne del Sol Levante avvertono con
forza la propria appartenenza a un corpo
comune e ciò, al momento opportuno, può
rivelarsi un formidabile strumento propulsivo.
“Un popolo così fatto si muove col
massimo d’energia”, scriveva Luigi Barzini
senior nel lontano 1906, “il suo cammino
non può essere che rapido, impetuoso, irresistibile”.
Il rilievo è valido tuttora.
Strettamente connesso a questo aspetto è
il primato del gruppo e della sua gerarchizzazione,
interna ed esterna, elemento al
quale i giapponesi hanno dato spazio persino
nella struttura grammaticale della loro
lingua. La tendenza a configurare ogni rapporto
in modo gerarchico può essere considerata
un residuo del retaggio feudale, tratto
che emerge con particolare evidenza nell’organizzazione
del sistema produttivo. L’ostentato
scetticismo delle giovani generazioni
riguardo l’importanza di fare parte (o il
dramma di non fare parte) del “clan aziendale”
è un fenomeno recente, forse suscettibile
di originali sviluppi, ma per il momento
velleitario e individuato dall’opinione
pubblica come un problema di rilevanza sociologica.
Tra i vantaggi di una strutturazione
in gruppi gerarchizzati c’è quello di rendere
le diseconomie di sistema facilmente
identificabili: i giapponesi riescono a capire
in tempi rapidi dove si annida il problema,
e in questa fase di identificazione hanno già
posto le premesse per metabolizzarlo.
Un’ultima costante, anch’essa di ascendenza
plurisecolare, è l’incrollabile fede
nella procedura. I giapponesi sono grandi
pianificatori e credono fermamente che un
apparato tecnico-procedurale distillato dall’ingegno
delle persone competenti e dall’esperienza
delle generazioni passate abbia
maggiori probabilità di successo di ogni episodico
estro improvvisativo. Quando vengono
percepite come migliorative, le eruzioni
di creatività, di cui il Giappone è prodigo,
vengono elevate a norma formale e integrate
nel quadro sistematico. Combinata con
una decisa propensione al pragmatismo,
questa terza caratteristica consente ai giapponesi
di elaborare soluzioni applicabili su
vasta scala e di domare l’evidenza dei fatti
anche a costo di convivere con contraddizioni
logiche – o ideologiche – piuttosto patenti.
In Giappone, del resto, la logica è un sapere
avventizio, da sempre subordinato ai dati
di fatto. E i fatti misteriosamente rispondono
o, forse, sentitamente ricambiano.

Friday, July 27, 2007

Contro l'islamizzazione europea

Guai a ignorare per ingenuità i tentativi di islamizzare l'Europa! L'intervento sull'Islam di papa Ratzinger a Ratisbona è stato "profetico". Parola di don Georg Gaenswein, segretario di Benedetto XVI che in un'intervista a tutto campo al biografo ratzingeriano Peter Seewald rilancia l'allarme nei confronti dell'espansione musulmana. "I tentativi di islamizzare l'Occidente non si possono negare - afferma don Georg sul magazine della Sueddeutsche Zeitung di Monaco di Baviera - ed un falso rispetto non deve far ignorare il pericolo connesso per l'identità dell'Europa". Secondo il prelato, di cui in Italia si dimentica spesso che è stato docente negli atenei pontifici, e che riflette fedelmente le idee del pontefice, "la parte cattolica vede molto chiaramente (questo pericolo) e lo dice anche". Il discorso di Ratisbona, aggiunge, "dovrebbe servire a contrastare una certa ingenuità".

A Ratisbona nel settembre 2006 papa Ratzinger sollevò una tempesta internazionale perché aprì il suo discorso con una citazione di un imperatore medievale bizantino, secondo cui Maometto non aveva portato nulla di "buono e umano" perché esortava a diffondere la fede con la spada. Ratzinger pronunciò la citazione senza distanziarsi e ci vollero scuse vaticane a ripetizione e un'edizione aggiornata del discorso per ristabilire rapporti normali con il mondo islamico. In parecchi ambienti l'intervento però piacque. Kissinger ha confessato a Repubblica di apprezzarlo molto.

Don Georg sottolinea che non esiste "un" Islam e nemmeno un'"istanza impegnativa e vincolante per tutti i musulmani". Sotto il concetto di Islam, spiega, ci sono molte correnti, anche nemiche tra di loro, che arrivano "fino agli estremisti che si richiamano nella loro azione al Corano e scendono in campo con il fucile". In ogni caso la Santa Sede cerca di tessere contatti e colloqui attraverso il Consiglio per il dialogo interreligioso.

L'intervista descrive l'agenda principale di Benedetto XVI: rafforzare la fede, rilanciare la "questione Dio", il confronto con le forme diverse di relativismo, il dialogo con l'Islam, il rafforzamento dell'identità cristiana. "L'Europa non può vivere se le si tagliano le radici cristiane, perché così le si toglie l'anima".

Wednesday, July 25, 2007

Come colpire la 'ndrangheta

Una chiave per aprire le casseforti delle cosche. E svuotarle. A memoria di cronista, per la prima volta un giudice in sede civile costringe 16 imputati condannati per associazione mafiosa a risarcire un'amministrazione locale. Un indennizzo per i danni causati dal crimine organizzato al territorio, secondo una logica affatto scontata fino ad oggi. Una svolta che parte dalla Calabria, dal cuore della Piana di Gioia Tauro, feudo della 'ndrangheta. Il giudice del tribunale di Palmi Antonio Salvati di accogliere la richiesta di maxirisarcimento del comune di Rosarno, per danni all'immagine, morali ed economici. Nomi eccellenti, famiglie del gotha della 'ndrangheta come i Piromalli e i Bellocco, dovranno sborsare 9 milioni di euro con gli interessi al piccolo comune del Reggino. Ci sono anche pezzi da 90 come Carmelo Bellocco, Girolamo Molè, Gioacchino e Giuseppe Piromalli, reucci di Rosarno e Gioia Tauro, tra i 16 costretti a mettere mano ai beni di famiglia. Furono condannati per associazione mafiosa nel processo Porto, avviato a fine anni 90 dalla Dda di Reggio dopo un'inchiesta sulle infiltrazioni nel porto di Gioia Tauro, il porto della 'ndrangheta, che costò ai clan decine di arresti e sequestri.
Quella di Palmi, spiega il presidente della commissione parlamentare antimafia Francesco Forgiane, è «una sentenza simbolo». Dello stesso avviso il senatore calabrese di Sd Nuccio Iovene. Mentre Libera ribadisce l'importanza della costituzione di parte civile come strumento di contrasto alle mafie, da affiancare alle confische. Una sentenza che soprattutto rende merito all'operato di un politico antimafia come Peppino Lavorato, l'ex sindaco che volle il suo comune contro le cosche anche in sede civile. E che restituisce il valore di una stagione politica importante, quella dei sindaci progressisti.
Con la sentenza di Palmi si afferma un principio rivoluzionario: «E' provato - secondo il giudice - che l'attività delle cosche abbia interferito con l'esplicazione delle potenzialità economiche del territorio». Rifacendosi al processo Porto, il giudice rileva come «la pervasività e l'ampiezza del controllo sulle attività economiche connesse al porto di Gioia Tauro ha presentato connotati tali da rendere pienamente sussistente il nesso causale» tra presenza mafiosa e danno economico per le comunità locali, con una vera e propria «occupazione armata del territorio».
Non sfugge la portata della decisione al legale del comune, l'avvocato Salvatore Costantino, che parla di «sentenza di straordinario rilievo» e di «precedente significativo», che «dà senso alle costituzioni di parte civile dei comuni» e dà agli amministratori un'arma agile e affilata contro le cosche: «Li fornisce di uno strumento ordinario, e sottolineo ordinario» per essere risarciti dei danni provocati dalle cosche. Una grande vittoria per Lavorato, ex parlamentare Pci ed ex sindaco Ds di Rosarno, che capì l'importanza della costituzione di parte civile.
Dopo i rinvii a giudizio, racconta, «saputo che i comuni erano indicati come parti lese nelle carte del procedimento Porto, fu naturale la costituzione di parte civile in sede penale». Lavorato non si ferma qui, e chiama in causa la Provincia di Reggio, la Regione Calabria e il governo, tutti targati Ulivo, «chiedendo di stare al fianco dei comuni contro la 'ndrangheta». La risposta è positiva, per una volta il fronte compatto. Arrivano le condanne, per i 16 che avevano chiesto il rito abbreviato, e nel 2002 le sentenze definitive. Così Lavorato «rilancia» e dà mandato di chiedere il risarcimento in sede civile. Un'avventura che vedrà il comune di Rosarno solitario contro i Bellocco e i Piromalli. Perché intanto soffia il vento della destra e le altre istituzioni si defilano. Anche Rosarno passa alla Cdl, ma quel procedimento resta in piedi, in silenzio.
«Oggi arriva una sentenza storica che ci indica la strada per combattere la mafia. Fino in fondo», sostiene l'indomito Lavorato con una certa amarezza, chiedendosi perché «l'ente più piccolo e indifeso sia stato lasciato solo». Ma oggi Peppino Lavorato non è più isolato. Lo sottolinea il presidente Forgione, che si appresta a girare la Calabria per mettere a punto una strategia incisiva di lotta alla 'ndrangheta, un obiettivo dichiarato della sua gestione dell'antimafia. «La sentenza di Palmi - dice - parla dell'importanza della costituzione di parte civile dei comuni, ma ci indica anche un'altra via per aggredire i patrimoni delle famiglie mafiose, in questo caso di due famiglie importanti come i Piromalli e i Bellocco». Una strada da seguire fino in fondo anche per il senatore Iovene, membro della commissione Antimafia: «Questa sentenza dimostra che non è un fatto simbolico, ma politicamente e concretamente rilevante anche perché si riconosce un principio fondamentale: la presenza dei clan danneggia il territorio e le comunità».

Friday, July 13, 2007

Intervista a Ugo Bardi sul picco del petrolio

Ugo Bardi, docente al dipartimento di chimica dell'università di Firenze e presidente dell'Aspo Italia, quali sono gli obiettivi dell'Associazione?
L'Aspo (association for the study of peak oil and gas), che raccoglie scienziati di fama in tutto il mondo, nasce per iniziativa dello scienziato Colin Campbell, e basa i propri studi sulla teoria di Hubbert, geologo Usa, che descrive l'andamento dell'estrazione di una risorsa esauribile. Già nei primi anni ‘90, Campbell disponeva di dati e previsioni che dipingevano un quadro del futuro ben diverso da quello ottimista della crescita economica senza fine. Nel 2003, ho fondato la sezione italiana dell'Aspo, che differisce un po' dall'associazione madre, per la sua enfasi sulle soluzioni, intese soprattutto come energie rinnovabili, piuttosto che sui problemi, che, d'altra parte, non trascura. Lo scopo dell'associazione si esaurirà quando avrà svolto il proprio compito di allertare in tempo il mondo sull'imminente declino del petrolio, la risorsa principale sui cui si basa un'intera civilizzazione.

Da molte parti si lancia l'allarme: il petrolio sta per finire! È vero? Se sì, quando accadrà?
La "fine del petrolio" è lontana come minimo qualche decennio nel futuro. Ci sono più che altro preoccupazioni sulla capacità delle forniture di soddisfare la domanda. L'Iea, l'agenzia internazionale per l'energia, filiazione diretta dell'Ocse, ha espresso queste preoccupazioni proprio pochi giorni fa in un comunicato. Questo è il punto; non è che non ci sia più petrolio, è che non ce n'è abbastanza. L'Iea pone il punto critico al 2012, ma è chiaro che difficoltà ce ne sono già. Aspo ritiene che il picco ci sia già stato o che potrebbe verificarsi tra due-tre anni. Dal momento del picco, la curva comincerà a scendere.

Quanto petrolio resta ancora da estrarre? Non c'è la possibilità, anche grazie alle nuove tecnologie, che in qualche parte del mondo si trovino ricchi giacimenti?
Le stime sono le più diverse. Purtroppo, nella storia spesso ci sono state stime troppo ottimistiche smentite dalla realtà dei fatti. Pochi ricordano come, negli anni Sessanta, l'Usgs, il servizio geologico degli Stati Uniti, aveva sovrastimato di un fattore 3 le riserve continentali degli Usa. Le stime dell'Usgs erano state quasi certamente influenzate da fattori politici. Fattori che, secondo me, anche in tempi più recenti hanno influenzato stime molto ottimistiche. Ci sono ancora nel mondo riserve di petrolio: secondo alcuni, in quantità paragonabile a quella estratta finora; secondo altri qualcosa di più. Il problema è che queste riserve sono più costose da estrarre e spesso si tratta di greggio di cattiva qualità. Questo si riflette sul prezzo di mercato.
È molto probabile che i giacimenti importanti siano stati già trovati. Si continuano a scoprire piccoli giacimenti, ma è ormai dagli anni Ottanta che si consuma petrolio in misura maggiore di quanto se ne scopra di nuovo. Si ipotizza di riserve di petrolio nell'Artico e in Antartide che diventeranno disponibili con lo scioglimento dei ghiacci in conseguenza del riscaldamento globale. Ma se e quando arriveremo a quel punto, saremo troppo impegnati a costruire dighe contro le inondazioni, per preoccuparci del petrolio.

Cosa avverrà dopo il picco?
Il picco è solo un punto di una transizione graduale, il petrolio sarà sempre più costoso e dovremo imparare a farne a meno. È anche vero, come è già avvenuto nella storia, che picchi locali del petrolio sono stati accompagnati da sconvolgimenti politici e guerre. Qualcosa di simile potrebbe avvenire a livello globale. Anzi, per molti versi, già avviene..

Quali sono le possibili alternative?
Lo sviluppo di nuove tecnologie legate all'energia solare, come le celle fotovoltaiche, il cui sviluppo è stato rapidissimo negli ultimi anni. Oggi abbiamo sorgenti potenzialmente in grado di produrre altrettanta energia, anzi molta di più, di quanta ne produca il petrolio.
Tuttavia, non esiste ancora una fonte energica che sia altrettanto compatta, versatile, e a buon mercato come è stato il petrolio fino a tempi recenti. Però, dovremo scendere a compromessi, soprattutto nel campo dei trasporti, che saranno ancora più costosi di oggi. Saremo obbligati a risparmiare, anche perché i paesi emergenti reclameranno la loro parte.

Sono previsti picchi per altre fonti energetiche (gas, carbone, uranio,..)?
Tutti i minerali sono soggetti a picchi di produzione. Va detto tuttavia che alcune risorse, come il gas e il carbone, si trasportano male e quindi non hanno un mercato veramente globale come il petrolio. Per questo, hanno picchi locali, piuttosto che un unico picco globale come il petrolio. Il prossimo picco importante dovrebbe essere quello del gas negli Stati Uniti. Molto difficilmente gli Usa potranno far fronte al calo della produzione interna con l'importazione di gas liquefatto, a causa della mancanza di infrastrutture adeguate. L'uranio è un caso a se. Al momento la produzione è soltanto circa la metà della domanda per i reattori esistenti, ma si riesce a soddisfarla smantellando vecchie testate nucleari. Probabilmente, il picco dell'uranio c'è già stato molti anni fa, ma viene mascherato dalle riserve accumulate sotto forma di testate. Questo, ovviamente, non può durare a lungo; a breve si presenterà un problema di scarsità di uranio sul mercato, già indicato dall'aumento vertiginoso dei prezzi degli ultimi anni. In teoria, la produzione di uranio potrebbe essere aumentata, ma questo richiederà enormi investimenti che per ora non si concretizzano in misura sufficiente. Nonostante ciò, non c'è dubbio che vedremo un ritorno dell'energia nucleare.

Sunday, July 08, 2007

La proposta di Alleva

Piergiovanni Alleva, direttore della Rivista giuridica del lavoro, fornisce una nuova idea nel dibattito per le pensioni, integrando la prima proposta che presentò sul manifesto del 21 giugno scorso e che ha poi ispirato le recenti ipotesi sugli incentivi. Fondamentale, però, è spiegare subito che il «sistema» Alleva è tutto incentrato sulla «volontarietà» dell'aumento dell'età pensionabile, senza dunque imporre alcun obbligo (neppure sotto forma di scalino) rispetto alle attuali condizioni (57 anni di età e 35 di contributi), ma rendendo nel contempo molto appetibile la permanenza al lavoro. Come dire: spingendo chi può e lo vuole a lavorare fino a 65 anni di età, o oltre i 40 di contributi, perché offre incentivi molto robusti, permette a chi voglia uscire (ad esempio tutti i lavoratori del manifatturiero, o con turni pesanti) di farlo altrettanto liberamente, dato che viene «coperto» dalla permanenza degli altri. D'altra parte oggi il lavoratore può fermarsi liberamente fino ai 65 anni sul posto di lavoro, dato che non è licenziabile fino a quando non abbia maturato la «pensionabilità per vecchiaia» (la «pensionabilità per anzianità» - 57 più 35 o 40 di contributi - infatti non basta per essere licenziabili). La proposta Alleva non è finanziata da «tesoretti» o stanziamenti pubblici, ma dagli stessi contributi dei lavoratori: non danneggia l'Inps né i conti pubblici (soddisfacendo dunque chi difende lo «scalone» o gli «scalini»), e assicura non solo pensioni più alte (fino all'82%-90% o addirittura vicine al 100% dell'ultima retribuzione), ma anche redditi complessivi più ricchi mentre si resta al lavoro.
Alleva, come è possibile ottenere tutto questo insieme?
Partiamo innanzitutto dalla mia prima proposta, e poi - subito dopo - spiegherò come l'ho integrata per spingere la permanenza al lavoro fino ai 65 anni di età o anche oltre i 40 di contributi. Ovviamente sempre per chi voglia farlo. Dunque, la «prima fase» della mia proposta è indirizzata a chi voglia fermarsi al lavoro dopo aver raggiunto i 57 anni di età e i 35 di contributi. Oggi, con il metodo retributivo, che prevede un 2% di rendimento ogni anno lavorato, la pensione può arrivare al 70% dell'ultimo stipendio, o al massimo all'80% se hai 40 anni di contributi. Io propongo che chi si ferma al lavoro possa far pesare di più gli anni di ritardo dell'uscita sulla futura pensione: si può arrivare fino a 60 anni di età maturando il primo anno il 3%, il secondo il 4%, il terzo il 5%. Ovviamente si può uscire alla fine di ogni anno, a 58, 59 o 60: non è obbligatorio farli tutti e tre. Così si potrà avere alla fine del percorso un assegno pensionistico più ricco del 12%, maturando l'82% dell'ultima retribuzione.
Vogliamo fare un esempio concreto?
Certo: poniamo che il lavoratore di cui parliamo abbia una retribuzione di 20 mila euro annui. Oggi può andare in pensione, con 57 anni e 35, ricevendo un importo pari al 70%, cioè circa 14 mila euro all'anno. Nell'ipotesi che invece faccia 40 anni di contributi, avrà l'80%, cioè circa 16 mila euro. Con la mia proposta, matura 1200 euro in più ogni anno, e può arrivare all'82% della retribuzione, pari a un assegno di 17.200 euro annui. L'Inps non ci perde, ma anzi resta in attivo, visto che per 3 anni non eroga la pensione e continua a incassare i contributi: ma per non caricare il lettore di numeri, lo rimando al primo articolo pubblicato sul manifesto del 21 giugno scorso, dove faccio il calcolo dettagliato.
Così abbiamo appurato che l'incentivo è abbastanza sostanzioso: perché invece di 14 mila euro di pensione annui, il lavoratore che voglia fermarsi per altri tre - fino a 60 - ne maturerebbe ben 17.200. La nuova proposta parla di una «fase due»: fermarsi al lavoro fino a 65 anni. Cosa prevede?
La proposta per la «fase due» è semplice perché in qualche modo prevede un prolungamento della «fase uno», ma in più aggiunge anche un arricchimento del reddito mentre si lavora. Il tutto, non a scapito della contribuzione, come invece prevede l'incentivo super-bonus Maroni. La mia proposta prevede che chi sceglie di lavorare oltre i 60 anni abbia due possibilità davanti a sé: la prima è che ritorni alla vecchia percentuale di rendimento annuo per la futura pensione (2%) e che nel contempo riceva ogni mese un assegno dall'Inps, integrativo allo stipendio, pari al 30% della pensione già maturata. So bene che sto derogando doppiamente alle normative vigenti: non solo il principio di non cumulo tra reddito da lavoro e pensione, ma per giunta si percepisce la pensione permanendo nello stesso posto di lavoro. Ma credo che già le leggi vigenti siano state superate nella proposta di portare la pensione oltre l'80% rispetto alla retribuzione. Ebbene, in questo modo, maturando appunto altri 2% per 5 anni (ma anche qui, non è obbligatorio fermarsi fino a 65, la permanenza si sceglie ogni anno), arrivo oltre il 90% dell'ultima retribuzione. In più, in tutti gli anni che mi sono fermato al lavoro, ho un reddito più sostanzioso. Dall'altro lato, se non voglio questo 30% subito, ma preferisco una pensione ancora più ricca in uscita, posso optare per la seconda via del bivio: far valere ogni anno di lavoro in più dal sessantesimo al sessantacinquesimo, invece che il 2%, ad esempio il 3%. Arrivo a maturare un assegno che è quasi il 100% dell'ultima retribuzione.
Facciamo di nuovo un esempio.
Sì, il nostro lavoratore con 20 mila euro di reddito annui, se sceglie di prendere come incentivo il 30% della pensione maturata, riceve ogni anno una somma di 4.920 euro, aggiunti alla sua retribuzione, che sono pari a 370 euro al mese. In più, se si è fermato per 5 anni, a questo punto ha maturato un assegno annuale di circa 18 mila euro. Se non vuole, viceversa, il 30% subito, matura un futuro assegno di quasi 20 mila euro annui.
Ma l'Inps non ci perde così?
No, e spiego perché: nel caso che quel lavoratore fosse andato in pensione a 60 anni, l'Inps avrebbe dovuto da quel momento pagargli 16.400 euro l'anno e cessato di riscuotere 6.600 euro di contributi (33% di 20 mila). Dal momento invece che resta in servizio gli paga solo il 30% della pensione pari a 4.920 euro - che si aggiunge però alla retribuzione. L'Inps risparmia 18 mila euro circa l'anno, (16.400+6.600-4.920) e quindi, nel quinquennio, circa 90 mila euro, ove il lavoratore percorra la via dell'incentivo fino in fondo, ossia fino ai 65 anni. In questo modo ho cercato di costruire una sorta di «ponte», di «bretella», tra la pensionabilità di anzianità (57 anni) e quella di vecchiaia (65), che molti lavoratori dovrebbero razionalmente essere invogliati a percorrere. Si prevedono non obblighi, ma incentivi sostanziosi, e che non gravano sull'Inps o sui conti pubblici.

Wednesday, July 04, 2007

L'ultimo articolo di Claudio Rinaldi

Ammetto di non provare una particolare simpatia per Vincenzo Visco. Ritengo sbagliata e inutilmente punitiva la sua politica tributaria; escludo che contro l’evasione fiscale stia facendo i miracoli di cui certuni favoleggiano; trovo disdicevole, in lui come in qualsiasi uomo politico, l’assoluta mancanza di cordialità; e deploro che, davanti alle polemiche sul suo conflitto con l’ex comandante della Guardia di finanza, non abbia sentito il dovere di illustrare personalmente le sue ragioni al Parlamento o all’opinione pubblica.

Dunque non sono obiettivo, tanto che sull’Espresso ho redarguito il governo Prodi perché non ha approfittato dello scontro con la Gdf per liberarsi dell’impopolare viceministro.

Però non mi sento affatto fazioso a danno di Visco se adesso, dopo la notizia della sua iscrizione nel registro degli indagati della Procura di Roma, dico che farebbe bene a dimettersi dal suo delicato incarico.

Lo so, è possibilissimo che presto le ipotesi accusatorie contro di lui (abuso di ufficio e minacce verso il generale Roberto Speciale) cadano. Glielo auguro sinceramente. In caso contrario, varrebbe anche per lui la presunzione di innocenza che la Costituzione stabilisce per chiunque non abbia riportato una condanna definitiva.

Ma esistono ragioni di opportunità politica che dovrebbero consigliare a Visco un sano passo indietro.

Spiace doverlo ricordare, ma nel sordido governo Berlusconi ben tre personaggi di peso non esitarono a farsi da parte quando, benché non fossero indagati da alcuna magistratura, diventarono bersaglio di duri attacchi politici, a causa di comportamenti di pessimo gusto o semplicemente folcloristici.

Carlo Taormina si dimise da sottosegretario agli Interni perché aveva dichiarato che certi pm milanesi avrebbero dovuto essere arrestati. Claudio Scajola si dimise da ministro dell’Interno perché aveva confidato a due giornalisti che il povero Marco Biagi era «un rompicoglioni». Roberto Calderoli si dimise da ministro delle Riforme perché aveva indossato una t-shirt recante stampata una vignetta antiislamica.

Se si va a casa in seguito a comportamenti del tutto privi di rilievo penale, dubito che sia lungimirante rimanere attaccati a una poltrona dopo che si è appreso di essere oggetto di indagini addirittura per minacce.

Certo Visco non è tipo da farsi tanti problemi, visto che giorni fa si è presentato alla cerimonia di insediamento del nuovo comandante della Gdf benché fosse già stato spogliato della delega al controllo delle Fiamme gialle.

Ognuno ha la sua sensibilità.

Va detto, però, che è l’intero governo Prodi a considerare irrilevante, almeno così sembra, l’iscrizione di un proprio membro in qualche registro degli indagati.

Un esempio? L’ex capo della polizia Gianni De Gennaro è indagato a Genova, eppure ha conquistato senza colpo ferire l’appetitoso posto di capo di gabinetto del ministro dell’Interno.

Perfetto, Giavazzi !

Oggi in Italia vi sono tre anziani, persone dai 65 anni in su, ogni dieci persone in età di lavoro, 15-64 anni. Fra quindici anni ve ne saranno quattro; nel 2050, quando i nostri figli vorranno andare in pensione, sette. Cioè dieci persone in età di lavoro dovranno produrre abbastanza per sostenerne oltre 17 (oltre, perché ci saranno anche dei bambini e dei ragazzi in età inferiore ai sedici anni).
Ma in Italia, come si sa, la partecipazione al mercato del lavoro è molto bassa: non tutte quelle dieci persone in età di lavoro lavoreranno. Si stima così che nel 2050 ogni lavoratore dovrà sostenere più di due persone: se stesso, un anziano e forse anche un bambino. E’ evidente che a quel punto o si lavorerà più a lungo, ben oltre i 65 anni, oppure la pensione non garantirà più una vecchiaia dignitosa. E’ giusto che oggi si vada in pensione a 57 anni, sapendo che i nostri figli dovranno lavorare fino ai settanta? In Spagna e Olanda il limite d’età è 65 anni; in Svezia 65 anni con 40 anni di contributi; in Germania 63 anni e 35 anni di contributi; in Francia, dal 1˚ gennaio, si dovrà aver versato 40 anni di contributi; in Svizzera 65 anni e 44 di contributi.
Si legge a pagina 169 del programma elettorale dell’Unione: «Con la tendenza all’aumento della vita media, l’allungamento graduale della carriera lavorativa dovrebbe diventare un fatto fisiologico». Appunto! Dal 1˚ gennaio prossimo entrerà in vigore la legge Maroni che innalza da 57 a 60 anni l’età minima per andare in pensione con 35 anni di contributi. La legge è stata approvata nel 2004, con tre anni di anticipo rispetto all’entrata in vigore.
Questo perché il governo Berlusconi accettò la richiesta dei sindacati di un congruo preavviso. I tre anni di preavviso sono trascorsi ed è venuto il momento di applicare ciò che prevede la legge. I sindacati, che pure avevano accettato la legge Maroni, ora esigono un nuovo slittamento dei tempi che consenta una maggior gradualità nel cambiamento delle regole. Ma se preferivano un innalzamento graduale dell’età di pensione, perché non lo hanno accettato tre anni fa? Oggi saremmo arrivati all’età minima di 60 anni senza scaloni.
La verità, come ha scritto Tito Boeri su La Stampa — e sostenuto Emma Bonino ieri a Roma — è che sindacati e sinistra radicale non vogliono alcun innalzamento dell’età: preferiscono un gigantesco scalone — dai 57 a 70 anni—purché non si applichi a noi ma solo ai nostri figli. Spesso i governi di sinistra che hanno più successo sono quelli preceduti da un governo di destra. Il motivo è che la destra è meno condizionata dai sindacati e spesso questo le consente di risolvere questioni —mercato del lavoro, pensioni — che per la sinistra è più complicato affrontare.
Il decennio di Tony Blair non avrebbe ottenuto valutazioni tanto favorevoli se prima di lui non avesse governato Margaret Thatcher. Lo stesso sta accadendo in Spagna a José Luis Zapatero, che governa sull’onda delle riforme varate da José Maria Aznar. A Parigi i socialisti più intelligenti sperano che il tentativo di Sarkozy di trasformare la Francia, dal mercato del lavoro alle università, abbia successo per poi ereditare un Paese trasformato. Romano Prodi non ha questa fortuna: Berlusconi, nonostante l’ampia maggioranza in Parlamento, ha per lo più sprecato occasioni, soprattutto quando si trattava di liberalizzare l’economia.
Ma in due aree il centro-destra ha varato riforme significative: nel mercato del lavoro, con la legge Biagi e sulle pensioni con la legge Maroni. In entrambi i casi basta applicare leggi già in vigore. Si può essere tanto miopi da non seguire l’esempio di Blair e Zapatero e gettare al vento questa occasione?

La sofferenza degli stati-nazione al tempo dell'impero Usa

Nel contesto delle relazioni internazionali, il segnale del passaggio da un ordine mondiale basato sul consenso tra gli stati-nazione a un mondo basato sulla coercizione praticata da una singola superpotenza si è avuto nel giugno del 2002, quando il presidente George W. Bush jr rese pubblica la sua nuova politica per la sicurezza nazionale. Per la maggior parte degli americani, l'11 settembre 2001 il mondo era cambiato in modo irrevocabile: Bush alimentò questa convinzione quando, nel suo discorso sullo stato dell'Unione del febbraio 2002, affermò che di fronte a un nemico senza stato gli Stati Uniti non avrebbero più potuto fare affidamento sugli strumenti di deterrenza tradizionali per prevenire attacchi contro la propria popolazione e il proprio territorio.
Dopo la fine della guerra fredda
Gli Stati Uniti avrebbero pertanto dovuto prevedere in quali luoghi tali attacchi potevano essere preparati e assumere azioni preventive per impedire l'attuazione degli attacchi stessi. Ma un esame più approfondito del modo in cui si è evoluta la politica estera e militare americana dopo la guerra fredda dimostra come il passaggio dagli interventi finalizzati alla difesa del sistema degli stati-nazione agli interventi tesi a minare tale sistema sia iniziato molto tempo prima.
L'evento scatenante fu la fine della guerra fredda, nel 1989. Nei quindici anni successivi, quella che era iniziata come una serie di tentativi di intervento militare finalizzati all'ingerenza negli affari interni di altri paesi si trasformò in un assalto frontale all'istituzione dello stato-nazione e all'ordine westfaliano. I primi interventi militari dell'era successiva alla guerra fredda, finalizzati alla riorganizzazione di uno stato-nazione attraverso un intervento decisivo nei suoi affari politici interni, sono stati attuati in Bosnia, nella Somalia e a Haiti tra il 1992 e il 1994, e sono stati interventi minori che hanno coinvolto dalle 3000 alle 25.000 unità di truppe terrestri statunitensi. Tutti questi interventi furono portati avanti sotto il mandato del Consiglio di sicurezza dell'Onu.
Un cambiamento irreversibile
C'è poi voluto meno di un decennio perché gli Stati Uniti, sostenuti dal Regno Unito, passassero a un'invasione non provocata dell'Iraq con 200.000 uomini, nonostante la forte opposizione dell'opinione pubblica mondiale, senza le autorizzazioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e con gli espliciti obiettivi messianici di abbattimento del regime di Saddam Hussein e successivo insediamento di un governo amico degli Stati Uniti, dell'Occidente e di Israele, e di trasformazione dell'Iraq in una democrazia modello e in un esempio per il resto del mondo arabo.
Pertanto, è difficile non concludere che qualcosa sia cambiato irreversibilmente a partire dalla fine della guerra fredda, un cambiamento che ha esercitato una pressione senza tregua sulla potenza egemone spingendola all'attuazione di interventi sempre piú diffusi e frequenti e sempre piú invasivi negli affari interni degli stati membri delle Nazioni Unite. Questa pressione stava rendendo sempre piú difficile il mantenimento del sistema westfaliano configurato dalla carta costitutiva delle Nazioni Unite.
Quel cambiamento irreversibile fu l'avvento del capitalismo globale, che a partire dagli anni Settanta iniziò a minare le fondamenta economiche dello stato-nazione allo scopo di creare un unico sistema globale di commercio e produzione. Negli anni Novanta, questo processo iniziò a rimodellare il sistema politico e quello internazionale per adeguarli ai propri scopi. In un saggio scritto all'inizio degli anni Novanta, Jürgen Habermas aveva sottolineato che, poiché la democrazia era stata creata per sostenere le finalità degli stati-nazione, la sua sopravvivenza avrebbe potuto essere messa in serio pericolo in caso di crollo di queste istituzioni.
I timori di Habermas si rivelarono ben fondati. La prima vittima dell'attacco alla democrazia fu il sistema di stati-nazione nato con il trattato di Westfalia e il Congresso di Vienna, e consacrato, nella sua piú recente espressione, dalla Carta delle Nazioni Unite. Il trattato di Westfalia fu firmato nel 1648 dalla Francia e dai suoi alleati con il re Ferdinando II di Spagna, per porre fine alla guerra dei trent'anni che aveva devastato l'Europa. Per raggiungere tale scopo, il trattato legittimò i governi esistenti, ricompose le loro dispute territoriali e stabilì le regole di base per i futuri rapporti reciproci tra gli stati. Questo processo stabilizzò le frontiere e diede vita al concetto di sovranità nazionale, i due attributi essenziali del moderno stato europeo.
-I princìpi che governavano le relazioni tra gli stati emersi dal trattato di Westfalia furono poi formalizzati dal Congresso di Vienna. Sebbene i confini tracciati da questi trattati siano stati alterati piú volte dalle ambizioni egemoniche dell'una o dell'altra potenza europea, i princìpi fondamentali che li avevano ispirati vennero invariabilmente riaffermati, e l'ordine del trattato di Westfalia ripristinato, ogniqualvolta la pace si riaffermava. Quei princípi erano il rispetto della sovranità e dei confini nazionali e il rifiuto di intervenire negli affari interni di un altro stato sovrano, perché qualsiasi intervento del genere sarebbe stato considerato alla stregua di un atto ostile.
Gli strumenti attraverso i quali fu mantenuto il nuovo ordine furono la diplomazia e la strategia militare. Lo scopo della diplomazia era quello di mantenere un equilibrio di potere nell'ambito della comunità delle nazioni, mentre la strategia militare agiva come deterrente contro le aggressioni. Nella pratica, il sistema westfaliano non riuscì a prevenire le guerre: nel Seicento e nel Settecento le principali nazioni europee combatterono tra loro 60-70 conflitti durante ciascun secolo. Tuttavia, riuscì a instillare in tutte le nazioni una profonda avversione per le azioni di disturbo dello status quo, e nel contempo la disapprovazione per le aggressioni non provocate di un paese ai danni di un altro. L'ordine westfaliano raggiunse l'apice della sua efficacia durante la pace dei cent'anni, tra il 1815 e il 1914. Dopo la sconfitta della Germania nella seconda guerra mondiale, l'ordine westfaliano riprese vigore ottenendo poi una definitiva consacrazione nella Carta costitutiva delle Nazioni Unite. L'Articolo 1 limitava la partecipazione esclusivamente agli stati sovrani. L'Articolo 2(4) imponeva agli stati di «astenersi, nell'ambito delle relazioni internazionali, dalla minaccia o dall'uso della forza ai danni dell'integrità territoriale o dell'indipendenza politica di qualsivoglia stato, o comunque da qualsiasi iniziativa in contrasto con le finalità delle Nazioni Unite». L'Articolo 2(7) proibiva non solo agli stati membri ma alle Nazioni Unite nel loro complesso di intervenire negli affari interni degli altri stati: «Nessuna disposizione del presente statuto potrà autorizzare le Nazioni Unite a intervenire nell'ambito di questioni essenzialmente di pertinenza della giurisdizione nazionale di qualsivoglia stato». Rafforzato dalla minaccia di «distruzione reciproca garantita», che emerse con lo sviluppo delle armi nucleari, il sistema delle Nazioni Unite impedì l'esplosione di guerre di grandi dimensioni durante i cinquant'anni di guerra fredda. Solo quando l'avvento del capitalismo globale iniziò a minare gli stessi stati-nazione, il sistema iniziò a essere sottoposto a serie tensioni. Come potenza egemonica del XX secolo - il cosiddetto «secolo breve» - intenta a estendere la propria egemonia nell'era del capitalismo globale, gli Stati Uniti hanno guidato l'attacco al sistema degli stati-nazione e all'ordine westfaliano internazionale. I critici di area liberal dell'espansionismo statunitense escludono l'ipotesi di un cambiamento rapido e ritengono che la fine della guerra fredda abbia fatto riaffiorare una tendenza imperialista nella politica estera statunitense le cui origini risalgono alla dottrina Monroe. (...)
La vittoria nella guerra fredda e la successiva «Rivoluzione degli affari militari» di fatto rimossero solo l'ultimo ostacolo al consolidamento dell'impero americano. La debolezza di questa ipotesi sta nella sua presunzione di continuità. Indubbiamente, la creazione di una rete di basi militari e l'acquisizione del territorio su cui costruirle sono state un processo continuo. I primi passi furono compiuti nel decennio successivo alla guerra ispanoamericana del 1896, quando l'America installò basi militari in luoghi distanti tra loro come Guam, Hawaii, Filippine, il canale di Panama, Porto Rico e Cuba. Ma furono la seconda guerra mondiale e poi la guerra fredda a consentire agli Stati Uniti di ampliare la loro rete di basi in Europa occidentale, Okinawa, Giappone, Corea, Tailandia, Australia e Nuova Zelanda. L'espansione della presenza militare degli Stati Uniti continuò anche dopo la fine della guerra fredda. Dopo la prima guerra del Golfo, nuove basi americane sorsero in Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Bahrain, Oman, Egitto e Gibuti. La disgregazione della Jugoslavia divenne il pretesto per la creazione di basi in Bosnia e Kosovo e quella dell'Unione Sovietica condusse alla creazione di basi in Uzbekistan, Kazakistan, Turkmenistan e Kirghizistan. Dopo l'11 settembre, gli Stati Uniti costrinsero il Pakistan, di fatto con la minaccia delle armi, a unirsi alla nuova guerra globale contro il terrorismo: il Pakistan concesse agli Stati Uniti l'uso delle basi aeree di Jacobabad, Pasni e Quetta. Infine, dopo la guerra afghana, gli Stati Uniti hanno acquisito tre ulteriori basi aeree in Afghanistan: a Bagram, nei dintorni di Kabul, a Mazar-i- Sharif, a nord della catena dell'Hindu Kush e a Kandahar, nel sud del paese.
Ma questa continuità maschera, e quindi impedisce di riconoscere, una differenza molto importante nel modo in cui le basi furono create. Alcune lo furono attraverso la coercizione, e cioè l'invasione o la minaccia di invadere un territorio appartenente a un altro stato sovrano. Le restanti, e si tratta comunque della maggior parte, furono create con il pieno consenso delle nazioni interessate. Inoltre, la scelta del metodo per ampliare la potenza e la sfera di influenza americana non fu casuale.
I cicli del capitalismo
Gli Stati Uniti ricorsero alla coercizione per acquisire territori o basi in due periodi distinti: il primo nell'ultima decade del XIX e nella prima decade del XX secolo, il secondo dopo la guerra fredda, e in particolare dopo l'11 settembre. A cavallo dei due periodi, con rare eccezioni, l'ampliamento della potenza militare e dell'influenza degli Stati Uniti è stato tollerato o, addirittura, accolto con favore dalle nazioni interessate. La ragione di questa differenza va ricercata nell'espansione ciclica del capitalismo. Il primo ricorso alla forza coincise con l'avvento del caos sistemico che contrassegnò la fine del terzo ciclo di espansione e, di conseguenza, dell'egemonia britannica. Il secondo ricorso alla forza è una risposta al caos sistemico che è stato innescato dalla fine del quarto ciclo di espansione del capitalismo e dall'avvento del quinto, cioè la globalizzazione. Questo è il riflesso del tentativo americano di forgiare il nuovo ordine mondiale e di stabilire la propria egemonia sopra di esso. L'esteso e pacifico ampliamento della rete di basi americane tra queste due epoche rispecchiava invece il consolidamento dell'egemonia americana durante il quarto ciclo di espansione del capitalismo.
Allarme a livello mondiale
Il processo fu reso più semplice dall'assunzione da parte degli Stati Uniti del ruolo di stato amico e protettore durante la seconda guerra mondiale e la guerra fredda, e dal fatto che l'espansione del capitalismo che innescò la crescita degli Stati Uniti ebbe luogo nel quadro del sistema westfaliano degli stati-nazione. Di contro, l'espansione della potenza americana dopo l'11 settembre, soprattutto in Afghanistan, Pakistan e Iraq, rivela il palese disprezzo per la sovranità nazionale ed evidenzia l'intento di sostituire il sistema westfaliano con un impero americano costruito sulla supremazia militare e sulla costante minaccia del ricorso alla forza. Questo ha innescato un allarme a livello mondiale e ha costretto i paesi che in precedenza avevano accettato di ospitare le basi e l'egemonia militare americana a riconsiderare l'opportunità di continuare a ospitarle. Ha inoltre già spinto l'Arabia Saudita a chiedere agli Stati Uniti di chiudere le basi sul proprio territorio e convinto Francia, Germania e Belgio a rilanciare la proposta per la creazione di una forza difensiva europea al di fuori dell'ombrello della Nato. Ha inoltre allarmato i liberal americani non solo perché trovano ripugnante l'idea di un impero americano, ma anche perché questa strategia sta distruggendo l'egemonia creata, in modo prevalentemente pacifico, durante il «secolo americano».

Thursday, June 28, 2007

Finalmente la verità

Even as one of the principal architects of the Iraq war washes his hands of the whole bloody mess, there is still only a vague understanding of the real reason behind the invasion, but evidence of the intense interest of the international oil companies continues to build. Only last week, ExxonMobil chief executive Rex Tillerson said in London: "We look forward to the day when we can partner with Iraq to develop that resource potential." Despite their interest and influence, however, the decision to attack was not taken in the boardroom. Iraq was indeed all about oil, but in a sense that transcends the interests of individual corporations, however large.
The elephant in the drawing room was the fact that global oil production is likely to peak within about a decade. Aggregate oil production in the developed world has been falling since 1997, and all major forecasters expect world output excluding Opec to peak by the middle of the next decade. From then on everything depends on the cartel, but unfortunately there is growing evidence that Opec's members have been exaggerating the size of their reserves for decades.

Oil consultancy PFC Energy briefed Dick Cheney in 2005 that on a more realistic assessment of Opec's reserves, its production could peak by 2015. A report by the US Department of Energy, also in 2005, concluded that without a crash programme of mitigation 20 years before the event, the economic and social impacts of the oil peak would be "unprecedented". The evidence suggests these fears were already weighing heavily with Cheney, Bush and Blair.

In a world of looming shortage, Iraq represented a unique opportunity. With 115bn barrels, it had the world's third biggest reserves, and after years of war and sanctions they were the most underexploited. In the late 1990s, production averaged about 2m barrels, but with the necessary investment its reserves could support three times that. In a report to the security council, UN inspectors warned in January 2000 that sanctions had caused irreversible damage to Iraq's reservoirs. But sanctions could not be lifted with Saddam still in place.

Cheney knew, fretting about global oil depletion in a speech in London the following year, where he noted that "the Middle East with two thirds of the world's oil and lowest cost is still where the prize ultimately lies". Blair too had reason to be anxious: British North Sea output had peaked in 1999, while the petrol protests of 2000 had made the importance of maintaining the fuel supply excruciatingly obvious.

Britain's and the US's fears were secretly formalised during the planning for Iraq. It is widely accepted that Blair's commitment to support the attack dates back to his summit with Bush in Texas in April 2002. What is less well known is that at the same summit, Blair proposed and Bush agreed to set up the US-UK Energy Dialogue, a permanent liaison dedicated to "energy security and diversity". Its existence was only later exposed through a freedom of information inquiry.

Both governments refuse to release minutes of Dialogue meetings, but one paper dated February 2003 notes that to meet projected demand, oil production in the Middle East would have to double by 2030 to more than 50m barrels a day. So on the eve of the invasion, UK and US officials were discussing how to raise production from the region - and we are invited to believe this is coincidence. The bitterest irony is, of course, that the invasion has created conditions that guarantee oil production will remain hobbled for years to come, bringing the global oil peak that much closer. So if that was plan A, what on earth is plan B?

· David Strahan is the author of The Last Oil Shock: A Survival Guide to the Imminent Extinction of Petroleum Man


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