<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639</id><updated>2011-04-21T22:09:29.706-07:00</updated><category term='programma'/><category term='equo'/><category term='sarkozy'/><category term='islam'/><category term='commercio'/><category term='sicurezza'/><category term='relativismo'/><category term='occidente'/><category term='solidale'/><title type='text'>All The Things I Am</title><subtitle type='html'>I migliori articoli e le idee più potenti: per me e per i miei amici</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>41</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-1537559254616901224</id><published>2007-08-10T03:15:00.000-07:00</published><updated>2007-08-10T03:16:24.101-07:00</updated><title type='text'>il Giappone sorprende sempre</title><content type='html'>Non troppi anni fa, quando i governi&lt;br /&gt;italiani cambiavano con le stagioni, come&lt;br /&gt;le collezioni del prêt–à–porter, gli osservatori&lt;br /&gt;stranieri si interrogavano stupiti sulla misteriosa&lt;br /&gt;tenuta del nostro sistema sociale ed&lt;br /&gt;economico, in un bel corpo a corpo con la logica.&lt;br /&gt;C’è in questo più di un’analogia con lo&lt;br /&gt;stupore che il mondo occidentale prova davanti&lt;br /&gt;alle sorti, alterne e veloci, del microcosmo&lt;br /&gt;giapponese. La letteratura nippocentrica&lt;br /&gt;degli anni Settanta e Ottanta, in cui si celebravano&lt;br /&gt;le magnifiche sorti e progressive&lt;br /&gt;del Sol Levante, è ormai alle spalle; ma lo è&lt;br /&gt;anche la letteratura apocalittica e, diciamolo,&lt;br /&gt;vagamente iettatrice che celebrava la tragica&lt;br /&gt;agonia del Sol Calante. Negli ultimi&lt;br /&gt;quindici anni abbiamo visto il Giappone attraversare&lt;br /&gt;una lunga fase di recessione-stagnazione,&lt;br /&gt;lo abbiamo visto alle prese con la&lt;br /&gt;crisi del sistema finanziario, con la fine della&lt;br /&gt;piena occupazione, con il costante calo&lt;br /&gt;del tasso di natalità e il relativo aumento di&lt;br /&gt;quello di criminalità; abbiamo visto insomma&lt;br /&gt;emergere una costellazione di variabili&lt;br /&gt;al rosso che ci hanno rivelato un mondo insospettabilmente&lt;br /&gt;fragile. Poi, a un esame&lt;br /&gt;più attento, ci siamo accorti che nel suo&lt;br /&gt;quindicennio di pena il Giappone ha conservato&lt;br /&gt;fondamentali macroeconomici tutto&lt;br /&gt;sommato invidiabili: persino il tasso di disoccupazione,&lt;br /&gt;di cui si è fatto tanto parlare,&lt;br /&gt;non è mai andato troppo lontano dal tasso&lt;br /&gt;frizionale delle nostre regioni più sviluppate.&lt;br /&gt;Oggi – che sia il Giappone di Abe o quello&lt;br /&gt;di Ozawa poco importa – ci troviamo di&lt;br /&gt;fronte a un paese che tra i propositi della&lt;br /&gt;sua convalescenza agita ambizioni di tutto&lt;br /&gt;rispetto, come la drastica riforma dell’assetto&lt;br /&gt;istituzionale interno e l’acquisizione di un&lt;br /&gt;ruolo centrale nella scena politica internazionale.&lt;br /&gt;E’ in fondo questo il mistero giapponese,&lt;br /&gt;la capacità di attraversare piccoli o&lt;br /&gt;enormi traumi senza cessare di pensare in&lt;br /&gt;grande e di realizzare grandi obiettivi.&lt;br /&gt;Così è stato, per esempio, quando, dopo&lt;br /&gt;due secoli e mezzo di contemplazione del&lt;br /&gt;proprio ombelico, un arcipelago di contadini,&lt;br /&gt;pescatori e samurai, non certo benedetto&lt;br /&gt;dal favore della natura e relegato in un&lt;br /&gt;angolo remoto del pianeta, è riuscito in pochi&lt;br /&gt;decenni a diventare una moderna potenza&lt;br /&gt;industriale; o quando una nazione devastata&lt;br /&gt;da una guerra rovinosa (ricorre in&lt;br /&gt;questi giorni l’anniversario dei bombardamenti&lt;br /&gt;di Hiroshima e Nagasaki), è risorta&lt;br /&gt;dalle ceneri delle proprie città senza l’ausilio&lt;br /&gt;di un piano Marshall e in un contesto di&lt;br /&gt;ostilità diffusa (ancora oggi il 65 per cento&lt;br /&gt;dei cinesi e dei sudcoreani dichiara di detestare&lt;br /&gt;il Giappone).&lt;br /&gt;Come diceva Luigi Barzini senior nel 1906&lt;br /&gt;La chiave dell’enigma è in realtà un complicato&lt;br /&gt;intreccio di ragioni, sulle quali le&lt;br /&gt;diagnosi degli studiosi e dei commentatori&lt;br /&gt;non brillano per univocità. Ci sono tuttavia&lt;br /&gt;alcune costanti che aiutano a orientare l’analisi&lt;br /&gt;e a migliorare la comprensione generale&lt;br /&gt;del fenomeno. Anzitutto la straordinaria&lt;br /&gt;omogeneità della società giapponese.&lt;br /&gt;Nella sfera pubblica, ma anche in quella&lt;br /&gt;privata, la rosa dei comportamenti appare&lt;br /&gt;limitata e tutto sommato prevedibile. L’imprevedibilità&lt;br /&gt;è anzi segno certo di anomalia&lt;br /&gt;ed è considerata con sospetto. L’omogeneità&lt;br /&gt;– e l’omogeneizzazione, cioè la tendenza&lt;br /&gt;ad assimilare l’assimilabile – si riscontra&lt;br /&gt;in tutti i settori della vita civile e in&lt;br /&gt;molti ambiti della vita familiare e dell’attività&lt;br /&gt;del singolo. La pubblicistica occidentale&lt;br /&gt;l’ha presentata spesso nei termini di una&lt;br /&gt;coercizione di massa o, al contrario, in&lt;br /&gt;quelli di un nobile ideale. Ma, fatte salve alcune&lt;br /&gt;eccezioni, non si tratta né di un orientamento&lt;br /&gt;forzato né di un’aristocratica virtù&lt;br /&gt;spirituale. Si tratta invece di una costante&lt;br /&gt;sintattica dell’identità giapponese: gli uomini&lt;br /&gt;e le donne del Sol Levante avvertono con&lt;br /&gt;forza la propria appartenenza a un corpo&lt;br /&gt;comune e ciò, al momento opportuno, può&lt;br /&gt;rivelarsi un formidabile strumento propulsivo.&lt;br /&gt;“Un popolo così fatto si muove col&lt;br /&gt;massimo d’energia”, scriveva Luigi Barzini&lt;br /&gt;senior nel lontano 1906, “il suo cammino&lt;br /&gt;non può essere che rapido, impetuoso, irresistibile”.&lt;br /&gt;Il rilievo è valido tuttora.&lt;br /&gt;Strettamente connesso a questo aspetto è&lt;br /&gt;il primato del gruppo e della sua gerarchizzazione,&lt;br /&gt;interna ed esterna, elemento al&lt;br /&gt;quale i giapponesi hanno dato spazio persino&lt;br /&gt;nella struttura grammaticale della loro&lt;br /&gt;lingua. La tendenza a configurare ogni rapporto&lt;br /&gt;in modo gerarchico può essere considerata&lt;br /&gt;un residuo del retaggio feudale, tratto&lt;br /&gt;che emerge con particolare evidenza nell’organizzazione&lt;br /&gt;del sistema produttivo. L’ostentato&lt;br /&gt;scetticismo delle giovani generazioni&lt;br /&gt;riguardo l’importanza di fare parte (o il&lt;br /&gt;dramma di non fare parte) del “clan aziendale”&lt;br /&gt;è un fenomeno recente, forse suscettibile&lt;br /&gt;di originali sviluppi, ma per il momento&lt;br /&gt;velleitario e individuato dall’opinione&lt;br /&gt;pubblica come un problema di rilevanza sociologica.&lt;br /&gt;Tra i vantaggi di una strutturazione&lt;br /&gt;in gruppi gerarchizzati c’è quello di rendere&lt;br /&gt;le diseconomie di sistema facilmente&lt;br /&gt;identificabili: i giapponesi riescono a capire&lt;br /&gt;in tempi rapidi dove si annida il problema,&lt;br /&gt;e in questa fase di identificazione hanno già&lt;br /&gt;posto le premesse per metabolizzarlo.&lt;br /&gt;Un’ultima costante, anch’essa di ascendenza&lt;br /&gt;plurisecolare, è l’incrollabile fede&lt;br /&gt;nella procedura. I giapponesi sono grandi&lt;br /&gt;pianificatori e credono fermamente che un&lt;br /&gt;apparato tecnico-procedurale distillato dall’ingegno&lt;br /&gt;delle persone competenti e dall’esperienza&lt;br /&gt;delle generazioni passate abbia&lt;br /&gt;maggiori probabilità di successo di ogni episodico&lt;br /&gt;estro improvvisativo. Quando vengono&lt;br /&gt;percepite come migliorative, le eruzioni&lt;br /&gt;di creatività, di cui il Giappone è prodigo,&lt;br /&gt;vengono elevate a norma formale e integrate&lt;br /&gt;nel quadro sistematico. Combinata con&lt;br /&gt;una decisa propensione al pragmatismo,&lt;br /&gt;questa terza caratteristica consente ai giapponesi&lt;br /&gt;di elaborare soluzioni applicabili su&lt;br /&gt;vasta scala e di domare l’evidenza dei fatti&lt;br /&gt;anche a costo di convivere con contraddizioni&lt;br /&gt;logiche – o ideologiche – piuttosto patenti.&lt;br /&gt;In Giappone, del resto, la logica è un sapere&lt;br /&gt;avventizio, da sempre subordinato ai dati&lt;br /&gt;di fatto. E i fatti misteriosamente rispondono&lt;br /&gt;o, forse, sentitamente ricambiano.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-1537559254616901224?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/1537559254616901224/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=1537559254616901224' title='1 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/1537559254616901224'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/1537559254616901224'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2007/08/il-giappone-sorprende-sempre.html' title='il Giappone sorprende sempre'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-6688787795494787672</id><published>2007-07-27T02:48:00.000-07:00</published><updated>2007-07-27T02:49:16.073-07:00</updated><title type='text'>Contro l'islamizzazione europea</title><content type='html'>Guai a ignorare per ingenuità i tentativi di islamizzare l'Europa! L'intervento sull'Islam di papa Ratzinger a Ratisbona è stato "profetico". Parola di don Georg Gaenswein, segretario di Benedetto XVI che in un'intervista a tutto campo al biografo ratzingeriano Peter Seewald rilancia l'allarme nei confronti dell'espansione musulmana. "I tentativi di islamizzare l'Occidente non si possono negare - afferma don Georg sul magazine della Sueddeutsche Zeitung di Monaco di Baviera - ed un falso rispetto non deve far ignorare il pericolo connesso per l'identità dell'Europa". Secondo il prelato, di cui in Italia si dimentica spesso che è stato docente negli atenei pontifici, e che riflette fedelmente le idee del pontefice, "la parte cattolica vede molto chiaramente (questo pericolo) e lo dice anche". Il discorso di Ratisbona, aggiunge, "dovrebbe servire a contrastare una certa ingenuità".&lt;br /&gt;                                           &lt;br /&gt;A Ratisbona nel settembre 2006 papa Ratzinger sollevò una tempesta internazionale perché aprì il suo discorso con una citazione di un imperatore medievale bizantino, secondo cui Maometto non aveva portato nulla di "buono e umano" perché esortava a diffondere la fede con la spada. Ratzinger pronunciò la citazione senza distanziarsi e ci vollero scuse vaticane a ripetizione e un'edizione aggiornata del discorso per ristabilire rapporti normali con il mondo islamico. In parecchi ambienti l'intervento però piacque. Kissinger ha confessato a Repubblica di apprezzarlo molto.&lt;br /&gt;                                           &lt;br /&gt;Don Georg sottolinea che non esiste "un" Islam e nemmeno un'"istanza impegnativa e vincolante per tutti i musulmani". Sotto il concetto di Islam, spiega, ci sono molte correnti, anche nemiche tra di loro, che arrivano "fino agli estremisti che si richiamano nella loro azione al Corano e scendono in campo con il fucile". In ogni caso la Santa Sede cerca di tessere contatti e colloqui attraverso il Consiglio per il dialogo interreligioso.&lt;br /&gt;                                                                                &lt;!--inserto--&gt;&lt;div id="adv180x150m"&gt;&lt;script language="JavaScript"&gt; &lt;!-- OAS_RICH('Middle'); //--&gt; &lt;/script&gt; &lt;/div&gt;&lt;!--/inserto--&gt;                                            &lt;br /&gt;L'intervista descrive l'agenda principale di Benedetto XVI: rafforzare la fede, rilanciare la "questione Dio", il confronto con le forme diverse di relativismo, il dialogo con l'Islam, il rafforzamento dell'identità cristiana. "L'Europa non può vivere se le si tagliano le radici cristiane, perché così le si toglie l'anima".&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-6688787795494787672?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/6688787795494787672/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=6688787795494787672' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/6688787795494787672'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/6688787795494787672'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2007/07/contro-lislamizzazione-europea.html' title='Contro l&apos;islamizzazione europea'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-2571540982622971051</id><published>2007-07-25T04:20:00.000-07:00</published><updated>2007-07-25T04:21:12.790-07:00</updated><title type='text'>Come colpire la 'ndrangheta</title><content type='html'>Una chiave per aprire le casseforti delle cosche. E svuotarle. A memoria di cronista, per la prima volta un giudice in sede civile costringe 16 imputati condannati per associazione mafiosa a risarcire un'amministrazione locale. Un indennizzo per i danni causati dal crimine organizzato al territorio, secondo una logica affatto scontata fino ad oggi. Una svolta che parte dalla Calabria, dal cuore della Piana di Gioia Tauro, feudo della 'ndrangheta. Il giudice del tribunale di Palmi Antonio Salvati di accogliere la richiesta di maxirisarcimento del comune di Rosarno, per danni all'immagine, morali ed economici. Nomi eccellenti, famiglie del gotha della 'ndrangheta come i Piromalli e i Bellocco, dovranno sborsare 9 milioni di euro con gli interessi al piccolo comune del Reggino. Ci sono anche pezzi da 90 come Carmelo Bellocco, Girolamo Molè, Gioacchino e Giuseppe Piromalli, reucci di Rosarno e Gioia Tauro, tra i 16 costretti a mettere mano ai beni di famiglia. Furono condannati per associazione mafiosa nel processo Porto, avviato a fine anni 90 dalla Dda di Reggio dopo un'inchiesta sulle infiltrazioni nel porto di Gioia Tauro, il porto della 'ndrangheta, che costò ai clan decine di arresti e sequestri.&lt;br /&gt;Quella di Palmi, spiega il presidente della commissione parlamentare antimafia Francesco Forgiane, è «una sentenza simbolo». Dello stesso avviso il senatore calabrese di Sd Nuccio Iovene. Mentre Libera ribadisce l'importanza della costituzione di parte civile come strumento di contrasto alle mafie, da affiancare alle confische. Una sentenza che soprattutto rende merito all'operato di un politico antimafia come Peppino Lavorato, l'ex sindaco che volle il suo comune contro le cosche anche in sede civile. E che restituisce il valore di una stagione politica importante, quella dei sindaci progressisti.&lt;br /&gt;Con la sentenza di Palmi si afferma un principio rivoluzionario: «E' provato - secondo il giudice - che l'attività delle cosche abbia interferito con l'esplicazione delle potenzialità economiche del territorio». Rifacendosi al processo Porto, il giudice rileva come «la pervasività e l'ampiezza del controllo sulle attività economiche connesse al porto di Gioia Tauro ha presentato connotati tali da rendere pienamente sussistente il nesso causale» tra presenza mafiosa e danno economico per le comunità locali, con una vera e propria «occupazione armata del territorio».&lt;br /&gt;Non sfugge la portata della decisione al legale del comune, l'avvocato Salvatore Costantino, che parla di «sentenza di straordinario rilievo» e di «precedente significativo», che «dà senso alle costituzioni di parte civile dei comuni» e dà agli amministratori un'arma agile e affilata contro le cosche: «Li fornisce di uno strumento ordinario, e sottolineo ordinario» per essere risarciti dei danni provocati dalle cosche. Una grande vittoria per Lavorato, ex parlamentare Pci ed ex sindaco Ds di Rosarno, che capì l'importanza della costituzione di parte civile.&lt;br /&gt;Dopo i rinvii a giudizio, racconta, «saputo che i comuni erano indicati come parti lese nelle carte del procedimento Porto, fu naturale la costituzione di parte civile in sede penale». Lavorato non si ferma qui, e chiama in causa la Provincia di Reggio, la Regione Calabria e il governo, tutti targati Ulivo, «chiedendo di stare al fianco dei comuni contro la 'ndrangheta». La risposta è positiva, per una volta il fronte compatto. Arrivano le condanne, per i 16 che avevano chiesto il rito abbreviato, e nel 2002 le sentenze definitive. Così Lavorato «rilancia» e dà mandato di chiedere il risarcimento in sede civile. Un'avventura che vedrà il comune di Rosarno solitario contro i Bellocco e i Piromalli. Perché intanto soffia il vento della destra e le altre istituzioni si defilano. Anche Rosarno passa alla Cdl, ma quel procedimento resta in piedi, in silenzio.&lt;br /&gt;«Oggi arriva una sentenza storica che ci indica la strada per combattere la mafia. Fino in fondo», sostiene l'indomito Lavorato con una certa amarezza, chiedendosi perché «l'ente più piccolo e indifeso sia stato lasciato solo». Ma oggi Peppino Lavorato non è più isolato. Lo sottolinea il presidente Forgione, che si appresta a girare la Calabria per mettere a punto una strategia incisiva di lotta alla 'ndrangheta, un obiettivo dichiarato della sua gestione dell'antimafia. «La sentenza di Palmi - dice - parla dell'importanza della costituzione di parte civile dei comuni, ma ci indica anche un'altra via per aggredire i patrimoni delle famiglie mafiose, in questo caso di due famiglie importanti come i Piromalli e i Bellocco». Una strada da seguire fino in fondo anche per il senatore Iovene, membro della commissione Antimafia: «Questa sentenza dimostra che non è un fatto simbolico, ma politicamente e concretamente rilevante anche perché si riconosce un principio fondamentale: la presenza dei clan danneggia il territorio e le comunità».&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-2571540982622971051?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/2571540982622971051/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=2571540982622971051' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/2571540982622971051'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/2571540982622971051'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2007/07/come-colpire-la-ndrangheta.html' title='Come colpire la &apos;ndrangheta'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-8718869064409043544</id><published>2007-07-13T06:15:00.000-07:00</published><updated>2007-07-13T06:16:20.407-07:00</updated><title type='text'>Intervista a Ugo Bardi sul picco del petrolio</title><content type='html'>&lt;b&gt;Ugo Bardi, docente al dipartimento di chimica dell'università di Firenze e presidente dell'Aspo Italia, quali sono gli obiettivi dell'Associazione?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;L'Aspo (association for the study of peak oil and gas), che raccoglie scienziati di fama in tutto il mondo, nasce per iniziativa dello scienziato Colin Campbell, e basa i propri studi sulla teoria di Hubbert, geologo Usa, che descrive l'andamento dell'estrazione di una risorsa esauribile. Già nei primi anni ‘90, Campbell disponeva di dati e previsioni che dipingevano un quadro del futuro ben diverso da quello ottimista della crescita economica senza fine. Nel 2003, ho fondato la sezione italiana dell'Aspo, che differisce un po' dall'associazione madre, per la sua enfasi sulle soluzioni, intese soprattutto come energie rinnovabili, piuttosto che sui problemi, che, d'altra parte, non trascura. Lo scopo dell'associazione si esaurirà quando avrà svolto il proprio compito di allertare in tempo il mondo sull'imminente declino del petrolio, la risorsa principale sui cui si basa un'intera civilizzazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Da molte parti si lancia l'allarme: il petrolio sta per finire! È vero? Se sì, quando accadrà?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;La "fine del petrolio" è lontana come minimo qualche decennio nel futuro. Ci sono più che altro preoccupazioni sulla capacità delle forniture di soddisfare la domanda. L'Iea, l'agenzia internazionale per l'energia, filiazione diretta dell'Ocse, ha espresso queste preoccupazioni proprio pochi giorni fa in un comunicato. Questo è il punto; non è che non ci sia più petrolio, è che non ce n'è abbastanza. L'Iea pone il punto critico al 2012, ma è chiaro che difficoltà ce ne sono già. Aspo ritiene che il picco ci sia già stato o che potrebbe verificarsi tra due-tre anni. Dal momento del picco, la curva comincerà a scendere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Quanto petrolio resta ancora da estrarre? Non c'è la possibilità, anche grazie alle nuove tecnologie, che in qualche parte del mondo si trovino ricchi giacimenti?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Le stime sono le più diverse. Purtroppo, nella storia spesso ci sono state stime troppo ottimistiche smentite dalla realtà dei fatti. Pochi ricordano come, negli anni Sessanta, l'Usgs, il servizio geologico degli Stati Uniti, aveva sovrastimato di un fattore 3 le riserve continentali degli Usa. Le stime dell'Usgs erano state quasi certamente influenzate da fattori politici. Fattori che, secondo me, anche in tempi più recenti hanno influenzato stime molto ottimistiche. Ci sono ancora nel mondo riserve di petrolio: secondo alcuni, in quantità paragonabile a quella estratta finora; secondo altri qualcosa di più. Il problema è che queste riserve sono più costose da estrarre e spesso si tratta di greggio di cattiva qualità. Questo si riflette sul prezzo di mercato.&lt;br /&gt;È molto probabile che i giacimenti importanti siano stati già trovati. Si continuano a scoprire piccoli giacimenti, ma è ormai dagli anni Ottanta che si consuma petrolio in misura maggiore di quanto se ne scopra di nuovo. Si ipotizza di riserve di petrolio nell'Artico e in Antartide che diventeranno disponibili con lo scioglimento dei ghiacci in conseguenza del riscaldamento globale. Ma se e quando arriveremo a quel punto, saremo troppo impegnati a costruire dighe contro le inondazioni, per preoccuparci del petrolio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Cosa avverrà dopo il picco?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Il picco è solo un punto di una transizione graduale, il petrolio sarà sempre più costoso e dovremo imparare a farne a meno. È anche vero, come è già avvenuto nella storia, che picchi locali del petrolio sono stati accompagnati da sconvolgimenti politici e guerre. Qualcosa di simile potrebbe avvenire a livello globale. Anzi, per molti versi, già avviene..&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Quali sono le possibili alternative?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Lo sviluppo di nuove tecnologie legate all'energia solare, come le celle fotovoltaiche, il cui sviluppo è stato rapidissimo negli ultimi anni. Oggi abbiamo sorgenti potenzialmente in grado di produrre altrettanta energia, anzi molta di più, di quanta ne produca il petrolio.&lt;br /&gt;Tuttavia, non esiste ancora una fonte energica che sia altrettanto compatta, versatile, e a buon mercato come è stato il petrolio fino a tempi recenti. Però, dovremo scendere a compromessi, soprattutto nel campo dei trasporti, che saranno ancora più costosi di oggi. Saremo obbligati a risparmiare, anche perché i paesi emergenti reclameranno la loro parte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Sono previsti picchi per altre fonti energetiche (gas, carbone, uranio,..)?&lt;/b&gt;&lt;br /&gt;Tutti i minerali sono soggetti a picchi di produzione. Va detto tuttavia che alcune risorse, come il gas e il carbone, si trasportano male e quindi non hanno un mercato veramente globale come il petrolio. Per questo, hanno picchi locali, piuttosto che un unico picco globale come il petrolio. Il prossimo picco importante dovrebbe essere quello del gas negli Stati Uniti. Molto difficilmente gli Usa potranno far fronte al calo della produzione interna con l'importazione di gas liquefatto, a causa della mancanza di infrastrutture adeguate. L'uranio è un caso a se. Al momento la produzione è soltanto circa la metà della domanda per i reattori esistenti, ma si riesce a soddisfarla smantellando vecchie testate nucleari. Probabilmente, il picco dell'uranio c'è già stato molti anni fa, ma viene mascherato dalle riserve accumulate sotto forma di testate. Questo, ovviamente, non può durare a lungo; a breve si presenterà un problema di scarsità di uranio sul mercato, già indicato dall'aumento vertiginoso dei prezzi degli ultimi anni. In teoria, la produzione di uranio potrebbe essere aumentata, ma questo richiederà enormi investimenti che per ora non si concretizzano in misura sufficiente. Nonostante ciò, non c'è dubbio che vedremo un ritorno dell'energia nucleare.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-8718869064409043544?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/8718869064409043544/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=8718869064409043544' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/8718869064409043544'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/8718869064409043544'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2007/07/intervista-ugo-bardi-sul-picco-del.html' title='Intervista a Ugo Bardi sul picco del petrolio'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-6008994098730033696</id><published>2007-07-08T04:56:00.000-07:00</published><updated>2007-07-08T04:57:15.174-07:00</updated><title type='text'>La proposta di Alleva</title><content type='html'>Piergiovanni Alleva, direttore della Rivista giuridica del lavoro, fornisce una nuova idea nel dibattito per le pensioni, integrando la prima proposta che presentò sul manifesto del 21 giugno scorso e che ha poi ispirato le recenti ipotesi sugli incentivi. Fondamentale, però, è spiegare subito che il «sistema» Alleva è tutto incentrato sulla «volontarietà» dell'aumento dell'età pensionabile, senza dunque imporre alcun obbligo (neppure sotto forma di scalino) rispetto alle attuali condizioni (57 anni di età e 35 di contributi), ma rendendo nel contempo molto appetibile la permanenza al lavoro. Come dire: spingendo chi può e lo vuole a lavorare fino a 65 anni di età, o oltre i 40 di contributi, perché offre incentivi molto robusti, permette a chi voglia uscire (ad esempio tutti i lavoratori del manifatturiero, o con turni pesanti) di farlo altrettanto liberamente, dato che viene «coperto» dalla permanenza degli altri. D'altra parte oggi il lavoratore può fermarsi liberamente fino ai 65 anni sul posto di lavoro, dato che non è licenziabile fino a quando non abbia maturato la «pensionabilità per vecchiaia» (la «pensionabilità per anzianità» - 57 più 35 o 40 di contributi - infatti non basta per essere licenziabili). La proposta Alleva non è finanziata da «tesoretti» o stanziamenti pubblici, ma dagli stessi contributi dei lavoratori: non danneggia l'Inps né i conti pubblici (soddisfacendo dunque chi difende lo «scalone» o gli «scalini»), e assicura non solo pensioni più alte (fino all'82%-90% o addirittura vicine al 100% dell'ultima retribuzione), ma anche redditi complessivi più ricchi mentre si resta al lavoro.&lt;br /&gt;Alleva, come è possibile ottenere tutto questo insieme?&lt;br /&gt;Partiamo innanzitutto dalla mia prima proposta, e poi - subito dopo - spiegherò come l'ho integrata per spingere la permanenza al lavoro fino ai 65 anni di età o anche oltre i 40 di contributi. Ovviamente sempre per chi voglia farlo. Dunque, la «prima fase» della mia proposta è indirizzata a chi voglia fermarsi al lavoro dopo aver raggiunto i 57 anni di età e i 35 di contributi. Oggi, con il metodo retributivo, che prevede un 2% di rendimento ogni anno lavorato, la pensione può arrivare al 70% dell'ultimo stipendio, o al massimo all'80% se hai 40 anni di contributi. Io propongo che chi si ferma al lavoro possa far pesare di più gli anni di ritardo dell'uscita sulla futura pensione: si può arrivare fino a 60 anni di età maturando il primo anno il 3%, il secondo il 4%, il terzo il 5%. Ovviamente si può uscire alla fine di ogni anno, a 58, 59 o 60: non è obbligatorio farli tutti e tre. Così si potrà avere alla fine del percorso un assegno pensionistico più ricco del 12%, maturando l'82% dell'ultima retribuzione.&lt;br /&gt;Vogliamo fare un esempio concreto?&lt;br /&gt;Certo: poniamo che il lavoratore di cui parliamo abbia una retribuzione di 20 mila euro annui. Oggi può andare in pensione, con 57 anni e 35, ricevendo un importo pari al 70%, cioè circa 14 mila euro all'anno. Nell'ipotesi che invece faccia 40 anni di contributi, avrà l'80%, cioè circa 16 mila euro. Con la mia proposta, matura 1200 euro in più ogni anno, e può arrivare all'82% della retribuzione, pari a un assegno di 17.200 euro annui. L'Inps non ci perde, ma anzi resta in attivo, visto che per 3 anni non eroga la pensione e continua a incassare i contributi: ma per non caricare il lettore di numeri, lo rimando al primo articolo pubblicato sul manifesto del 21 giugno scorso, dove faccio il calcolo dettagliato.&lt;br /&gt;Così abbiamo appurato che l'incentivo è abbastanza sostanzioso: perché invece di 14 mila euro di pensione annui, il lavoratore che voglia fermarsi per altri tre - fino a 60 - ne maturerebbe ben 17.200. La nuova proposta parla di una «fase due»: fermarsi al lavoro fino a 65 anni. Cosa prevede?&lt;br /&gt;La proposta per la «fase due» è semplice perché in qualche modo prevede un prolungamento della «fase uno», ma in più aggiunge anche un arricchimento del reddito mentre si lavora. Il tutto, non a scapito della contribuzione, come invece prevede l'incentivo super-bonus Maroni. La mia proposta prevede che chi sceglie di lavorare oltre i 60 anni abbia due possibilità davanti a sé: la prima è che ritorni alla vecchia percentuale di rendimento annuo per la futura pensione (2%) e che nel contempo riceva ogni mese un assegno dall'Inps, integrativo allo stipendio, pari al 30% della pensione già maturata. So bene che sto derogando doppiamente alle normative vigenti: non solo il principio di non cumulo tra reddito da lavoro e pensione, ma per giunta si percepisce la pensione permanendo nello stesso posto di lavoro. Ma credo che già le leggi vigenti siano state superate nella proposta di portare la pensione oltre l'80% rispetto alla retribuzione. Ebbene, in questo modo, maturando appunto altri 2% per 5 anni (ma anche qui, non è obbligatorio fermarsi fino a 65, la permanenza si sceglie ogni anno), arrivo oltre il 90% dell'ultima retribuzione. In più, in tutti gli anni che mi sono fermato al lavoro, ho un reddito più sostanzioso. Dall'altro lato, se non voglio questo 30% subito, ma preferisco una pensione ancora più ricca in uscita, posso optare per la seconda via del bivio: far valere ogni anno di lavoro in più dal sessantesimo al sessantacinquesimo, invece che il 2%, ad esempio il 3%. Arrivo a maturare un assegno che è quasi il 100% dell'ultima retribuzione.&lt;br /&gt;Facciamo di nuovo un esempio.&lt;br /&gt;Sì, il nostro lavoratore con 20 mila euro di reddito annui, se sceglie di prendere come incentivo il 30% della pensione maturata, riceve ogni anno una somma di 4.920 euro, aggiunti alla sua retribuzione, che sono pari a 370 euro al mese. In più, se si è fermato per 5 anni, a questo punto ha maturato un assegno annuale di circa 18 mila euro. Se non vuole, viceversa, il 30% subito, matura un futuro assegno di quasi 20 mila euro annui.&lt;br /&gt;Ma l'Inps non ci perde così?&lt;br /&gt;No, e spiego perché: nel caso che quel lavoratore fosse andato in pensione a 60 anni, l'Inps avrebbe dovuto da quel momento pagargli 16.400 euro l'anno e cessato di riscuotere 6.600 euro di contributi (33% di 20 mila). Dal momento invece che resta in servizio gli paga solo il 30% della pensione pari a 4.920 euro - che si aggiunge però alla retribuzione. L'Inps risparmia 18 mila euro circa l'anno, (16.400+6.600-4.920) e quindi, nel quinquennio, circa 90 mila euro, ove il lavoratore percorra la via dell'incentivo fino in fondo, ossia fino ai 65 anni. In questo modo ho cercato di costruire una sorta di «ponte», di «bretella», tra la pensionabilità di anzianità (57 anni) e quella di vecchiaia (65), che molti lavoratori dovrebbero razionalmente essere invogliati a percorrere. Si prevedono non obblighi, ma incentivi sostanziosi, e che non gravano sull'Inps o sui conti pubblici.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-6008994098730033696?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/6008994098730033696/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=6008994098730033696' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/6008994098730033696'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/6008994098730033696'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2007/07/la-proposta-di-alleva.html' title='La proposta di Alleva'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-7034633062675321944</id><published>2007-07-04T10:14:00.000-07:00</published><updated>2007-07-04T10:15:06.423-07:00</updated><title type='text'>L'ultimo articolo di Claudio Rinaldi</title><content type='html'>&lt;div class="entry"&gt; &lt;p&gt;Ammetto di non provare una particolare simpatia per Vincenzo Visco. Ritengo sbagliata e inutilmente punitiva la sua politica tributaria; escludo che contro l’evasione fiscale stia facendo i miracoli di cui certuni favoleggiano; trovo disdicevole, in lui come in qualsiasi uomo politico, l’assoluta mancanza di cordialità; e deploro che, davanti alle polemiche sul suo conflitto con l’ex comandante della Guardia di finanza, non abbia sentito il dovere di illustrare personalmente le sue ragioni al Parlamento o all’opinione pubblica.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Dunque non sono obiettivo, tanto che sull’Espresso ho redarguito il governo Prodi perché non ha approfittato dello scontro con la Gdf per liberarsi dell’impopolare viceministro.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Però non mi sento affatto fazioso a danno di Visco se adesso, dopo la notizia della sua iscrizione nel registro degli indagati della Procura di Roma, dico che farebbe bene a dimettersi dal suo delicato incarico.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Lo so, è possibilissimo che presto le ipotesi accusatorie contro di lui (abuso di ufficio e minacce verso il generale Roberto Speciale) cadano. Glielo auguro sinceramente. In caso contrario, varrebbe anche per lui la presunzione di innocenza che la Costituzione stabilisce per chiunque non abbia riportato una condanna definitiva.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Ma esistono ragioni di opportunità politica che dovrebbero consigliare a Visco un sano passo indietro.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Spiace doverlo ricordare, ma nel sordido governo Berlusconi ben tre personaggi di peso non esitarono a farsi da parte quando, benché non fossero indagati da alcuna magistratura, diventarono bersaglio di duri attacchi politici, a causa di comportamenti di pessimo gusto o semplicemente folcloristici.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Carlo Taormina si dimise da sottosegretario agli Interni perché aveva dichiarato che certi pm milanesi avrebbero dovuto essere arrestati. Claudio Scajola si dimise da ministro dell’Interno perché aveva confidato a due giornalisti che il povero Marco Biagi era «un rompicoglioni». Roberto Calderoli si dimise da ministro delle Riforme perché aveva indossato una t-shirt recante stampata una vignetta antiislamica.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Se si va a casa in seguito a comportamenti del tutto privi di rilievo penale, dubito che sia lungimirante rimanere attaccati a una poltrona dopo che si è appreso di essere oggetto di indagini addirittura per minacce.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Certo Visco non è tipo da farsi tanti problemi, visto che giorni fa si è presentato alla cerimonia di insediamento del nuovo comandante della Gdf benché fosse già stato spogliato della delega al controllo delle Fiamme gialle.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Ognuno ha la sua sensibilità.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Va detto, però, che è l’intero governo Prodi a considerare irrilevante, almeno così sembra, l’iscrizione di un proprio membro in qualche registro degli indagati.&lt;/p&gt; &lt;p&gt;Un esempio? L’ex capo della polizia Gianni De Gennaro è indagato a Genova, eppure ha conquistato senza colpo ferire l’appetitoso posto di capo di gabinetto del ministro dell’Interno. &lt;/p&gt; &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-7034633062675321944?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/7034633062675321944/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=7034633062675321944' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/7034633062675321944'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/7034633062675321944'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2007/07/lultimo-articolo-di-claudio-rinaldi.html' title='L&apos;ultimo articolo di Claudio Rinaldi'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-1903956487729660380</id><published>2007-07-04T04:36:00.000-07:00</published><updated>2007-07-04T04:37:25.696-07:00</updated><title type='text'>Perfetto, Giavazzi !</title><content type='html'>&lt;div class="p"&gt;Oggi in Italia vi sono tre anziani, persone dai 65 anni in su, ogni dieci persone in età di lavoro, 15-64 anni. Fra quindici anni ve ne saranno quattro; nel 2050, quando i nostri figli vorranno andare in pensione, sette. Cioè dieci persone in età di lavoro dovranno produrre abbastanza per sostenerne oltre 17 (oltre, perché ci saranno anche dei bambini e dei ragazzi in età inferiore ai sedici anni). &lt;/div&gt; &lt;div class="p"&gt;Ma in Italia, come si sa, la partecipazione al mercato del lavoro è molto bassa: non tutte quelle dieci persone in età di lavoro lavoreranno. Si stima così che nel 2050 ogni lavoratore dovrà sostenere più di due persone: se stesso, un anziano e forse anche un bambino. E’ evidente che a quel punto o si lavorerà più a lungo, ben oltre i 65 anni, oppure la pensione non garantirà più una vecchiaia dignitosa. E’ giusto che oggi si vada in pensione a 57 anni, sapendo che i nostri figli dovranno lavorare fino ai settanta? In Spagna e Olanda il limite d’età è 65 anni; in Svezia 65 anni con 40 anni di contributi; in Germania 63 anni e 35 anni di contributi; in Francia, dal 1˚ gennaio, si dovrà aver versato 40 anni di contributi; in Svizzera 65 anni e 44 di contributi. &lt;/div&gt; &lt;div class="p"&gt;Si legge a pagina 169 del programma elettorale dell’Unione: «Con la tendenza all’aumento della vita media, l’allungamento graduale della carriera lavorativa dovrebbe diventare un fatto fisiologico». Appunto! Dal 1˚ gennaio prossimo entrerà in vigore la legge Maroni che innalza da 57 a 60 anni l’età minima per andare in pensione con 35 anni di contributi. La legge è stata approvata nel 2004, con tre anni di anticipo rispetto all’entrata in vigore. &lt;/div&gt; &lt;div class="p"&gt;Questo perché il governo Berlusconi accettò la richiesta dei sindacati di un congruo preavviso. I tre anni di preavviso sono trascorsi ed è venuto il momento di applicare ciò che prevede la legge. I sindacati, che pure avevano accettato la legge Maroni, ora esigono un nuovo slittamento dei tempi che consenta una maggior gradualità nel cambiamento delle regole. Ma se preferivano un innalzamento graduale dell’età di pensione, perché non lo hanno accettato tre anni fa? Oggi saremmo arrivati all’età minima di 60 anni senza scaloni. &lt;/div&gt; &lt;div class="p"&gt;La verità, come ha scritto Tito Boeri su La Stampa — e sostenuto Emma Bonino ieri a Roma — è che sindacati e sinistra radicale non vogliono alcun innalzamento dell’età: preferiscono un gigantesco scalone — dai 57 a 70 anni—purché non si applichi a noi ma solo ai nostri figli. Spesso i governi di sinistra che hanno più successo sono quelli preceduti da un governo di destra. Il motivo è che la destra è meno condizionata dai sindacati e spesso questo le consente di risolvere questioni —mercato del lavoro, pensioni — che per la sinistra è più complicato affrontare. &lt;/div&gt; &lt;div class="p"&gt;Il decennio di Tony Blair non avrebbe ottenuto valutazioni tanto favorevoli se prima di lui non avesse governato Margaret Thatcher. Lo stesso sta accadendo in Spagna a José Luis Zapatero, che governa sull’onda delle riforme varate da José Maria Aznar. A Parigi i socialisti più intelligenti sperano che il tentativo di Sarkozy di trasformare la Francia, dal mercato del lavoro alle università, abbia successo per poi ereditare un Paese trasformato. Romano Prodi non ha questa fortuna: Berlusconi, nonostante l’ampia maggioranza in Parlamento, ha per lo più sprecato occasioni, soprattutto quando si trattava di liberalizzare l’economia. &lt;/div&gt; &lt;div class="p"&gt;Ma in due aree il centro-destra ha varato riforme significative: nel mercato del lavoro, con la legge Biagi e sulle pensioni con la legge Maroni. In entrambi i casi basta applicare leggi già in vigore. Si può essere tanto miopi da non seguire l’esempio di Blair e Zapatero e gettare al vento questa occasione?&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-1903956487729660380?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/1903956487729660380/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=1903956487729660380' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/1903956487729660380'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/1903956487729660380'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2007/07/perfetto-giavazzi.html' title='Perfetto, Giavazzi !'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-1298106697067461853</id><published>2007-07-04T01:11:00.000-07:00</published><updated>2007-07-04T01:12:24.288-07:00</updated><title type='text'>La sofferenza degli stati-nazione al tempo dell'impero Usa</title><content type='html'>&lt;div class="pezzotesto"&gt;Nel contesto delle relazioni internazionali, il segnale del passaggio da un ordine mondiale basato sul consenso tra gli stati-nazione a un mondo basato sulla coercizione praticata da una singola superpotenza si è avuto nel giugno del 2002, quando il presidente George W. Bush jr rese pubblica la sua nuova politica per la sicurezza nazionale. Per la maggior parte degli americani, l'11 settembre 2001 il mondo era cambiato in modo irrevocabile: Bush alimentò questa convinzione quando, nel suo discorso sullo stato dell'Unione del febbraio 2002, affermò che di fronte a un nemico senza stato gli Stati Uniti non avrebbero più potuto fare affidamento sugli strumenti di deterrenza tradizionali per prevenire attacchi contro la propria popolazione e il proprio territorio.&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Dopo la fine della guerra fredda&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Gli Stati Uniti avrebbero pertanto dovuto prevedere in quali luoghi tali attacchi potevano essere preparati e assumere azioni preventive per impedire l'attuazione degli attacchi stessi. Ma un esame più approfondito del modo in cui si è evoluta la politica estera e militare americana dopo la guerra fredda dimostra come il passaggio dagli interventi finalizzati alla difesa del sistema degli stati-nazione agli interventi tesi a minare tale sistema sia iniziato molto tempo prima.&lt;br /&gt;L'evento scatenante fu la fine della guerra fredda, nel 1989. Nei quindici anni successivi, quella che era iniziata come una serie di tentativi di intervento militare finalizzati all'ingerenza negli affari interni di altri paesi si trasformò in un assalto frontale all'istituzione dello stato-nazione e all'ordine westfaliano. I primi interventi militari dell'era successiva alla guerra fredda, finalizzati alla riorganizzazione di uno stato-nazione attraverso un intervento decisivo nei suoi affari politici interni, sono stati attuati in Bosnia, nella Somalia e a Haiti tra il 1992 e il 1994, e sono stati interventi minori che hanno coinvolto dalle 3000 alle 25.000 unità di truppe terrestri statunitensi. Tutti questi interventi furono portati avanti sotto il mandato del Consiglio di sicurezza dell'Onu.&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Un cambiamento irreversibile&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;C'è poi voluto meno di un decennio perché gli Stati Uniti, sostenuti dal Regno Unito, passassero a un'invasione non provocata dell'Iraq con 200.000 uomini, nonostante la forte opposizione dell'opinione pubblica mondiale, senza le autorizzazioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e con gli espliciti obiettivi messianici di abbattimento del regime di Saddam Hussein e successivo insediamento di un governo amico degli Stati Uniti, dell'Occidente e di Israele, e di trasformazione dell'Iraq in una democrazia modello e in un esempio per il resto del mondo arabo.&lt;br /&gt;Pertanto, è difficile non concludere che qualcosa sia cambiato irreversibilmente a partire dalla fine della guerra fredda, un cambiamento che ha esercitato una pressione senza tregua sulla potenza egemone spingendola all'attuazione di interventi sempre piú diffusi e frequenti e sempre piú invasivi negli affari interni degli stati membri delle Nazioni Unite. Questa pressione stava rendendo sempre piú difficile il mantenimento del sistema westfaliano configurato dalla carta costitutiva delle Nazioni Unite.&lt;br /&gt;Quel cambiamento irreversibile fu l'avvento del capitalismo globale, che a partire dagli anni Settanta iniziò a minare le fondamenta economiche dello stato-nazione allo scopo di creare un unico sistema globale di commercio e produzione. Negli anni Novanta, questo processo iniziò a rimodellare il sistema politico e quello internazionale per adeguarli ai propri scopi. In un saggio scritto all'inizio degli anni Novanta, Jürgen Habermas aveva sottolineato che, poiché la democrazia era stata creata per sostenere le finalità degli stati-nazione, la sua sopravvivenza avrebbe potuto essere messa in serio pericolo in caso di crollo di queste istituzioni.&lt;br /&gt;I timori di Habermas si rivelarono ben fondati. La prima vittima dell'attacco alla democrazia fu il sistema di stati-nazione nato con il trattato di Westfalia e il Congresso di Vienna, e consacrato, nella sua piú recente espressione, dalla Carta delle Nazioni Unite. Il trattato di Westfalia fu firmato nel 1648 dalla Francia e dai suoi alleati con il re Ferdinando II di Spagna, per porre fine alla guerra dei trent'anni che aveva devastato l'Europa. Per raggiungere tale scopo, il trattato legittimò i governi esistenti, ricompose le loro dispute territoriali e stabilì le regole di base per i futuri rapporti reciproci tra gli stati. Questo processo stabilizzò le frontiere e diede vita al concetto di sovranità nazionale, i due attributi essenziali del moderno stato europeo.&lt;br /&gt;-I princìpi che governavano le relazioni tra gli stati emersi dal trattato di Westfalia furono poi formalizzati dal Congresso di Vienna. Sebbene i confini tracciati da questi trattati siano stati alterati piú volte dalle ambizioni egemoniche dell'una o dell'altra potenza europea, i princìpi fondamentali che li avevano ispirati vennero invariabilmente riaffermati, e l'ordine del trattato di Westfalia ripristinato, ogniqualvolta la pace si riaffermava. Quei princípi erano il rispetto della sovranità e dei confini nazionali e il rifiuto di intervenire negli affari interni di un altro stato sovrano, perché qualsiasi intervento del genere sarebbe stato considerato alla stregua di un atto ostile.&lt;br /&gt;Gli strumenti attraverso i quali fu mantenuto il nuovo ordine furono la diplomazia e la strategia militare. Lo scopo della diplomazia era quello di mantenere un equilibrio di potere nell'ambito della comunità delle nazioni, mentre la strategia militare agiva come deterrente contro le aggressioni. Nella pratica, il sistema westfaliano non riuscì a prevenire le guerre: nel Seicento e nel Settecento le principali nazioni europee combatterono tra loro 60-70 conflitti durante ciascun secolo. Tuttavia, riuscì a instillare in tutte le nazioni una profonda avversione per le azioni di disturbo dello status quo, e nel contempo la disapprovazione per le aggressioni non provocate di un paese ai danni di un altro. L'ordine westfaliano raggiunse l'apice della sua efficacia durante la pace dei cent'anni, tra il 1815 e il 1914. Dopo la sconfitta della Germania nella seconda guerra mondiale, l'ordine westfaliano riprese vigore ottenendo poi una definitiva consacrazione nella Carta costitutiva delle Nazioni Unite. L'Articolo 1 limitava la partecipazione esclusivamente agli stati sovrani. L'Articolo 2(4) imponeva agli stati di «astenersi, nell'ambito delle relazioni internazionali, dalla minaccia o dall'uso della forza ai danni dell'integrità territoriale o dell'indipendenza politica di qualsivoglia stato, o comunque da qualsiasi iniziativa in contrasto con le finalità delle Nazioni Unite». L'Articolo 2(7) proibiva non solo agli stati membri ma alle Nazioni Unite nel loro complesso di intervenire negli affari interni degli altri stati: «Nessuna disposizione del presente statuto potrà autorizzare le Nazioni Unite a intervenire nell'ambito di questioni essenzialmente di pertinenza della giurisdizione nazionale di qualsivoglia stato». Rafforzato dalla minaccia di «distruzione reciproca garantita», che emerse con lo sviluppo delle armi nucleari, il sistema delle Nazioni Unite impedì l'esplosione di guerre di grandi dimensioni durante i cinquant'anni di guerra fredda. Solo quando l'avvento del capitalismo globale iniziò a minare gli stessi stati-nazione, il sistema iniziò a essere sottoposto a serie tensioni. Come potenza egemonica del XX secolo - il cosiddetto «secolo breve» - intenta a estendere la propria egemonia nell'era del capitalismo globale, gli Stati Uniti hanno guidato l'attacco al sistema degli stati-nazione e all'ordine westfaliano internazionale. I critici di area liberal dell'espansionismo statunitense escludono l'ipotesi di un cambiamento rapido e ritengono che la fine della guerra fredda abbia fatto riaffiorare una tendenza imperialista nella politica estera statunitense le cui origini risalgono alla dottrina Monroe. (...)&lt;br /&gt;La vittoria nella guerra fredda e la successiva «Rivoluzione degli affari militari» di fatto rimossero solo l'ultimo ostacolo al consolidamento dell'impero americano. La debolezza di questa ipotesi sta nella sua presunzione di continuità. Indubbiamente, la creazione di una rete di basi militari e l'acquisizione del territorio su cui costruirle sono state un processo continuo. I primi passi furono compiuti nel decennio successivo alla guerra ispanoamericana del 1896, quando l'America installò basi militari in luoghi distanti tra loro come Guam, Hawaii, Filippine, il canale di Panama, Porto Rico e Cuba. Ma furono la seconda guerra mondiale e poi la guerra fredda a consentire agli Stati Uniti di ampliare la loro rete di basi in Europa occidentale, Okinawa, Giappone, Corea, Tailandia, Australia e Nuova Zelanda. L'espansione della presenza militare degli Stati Uniti continuò anche dopo la fine della guerra fredda. Dopo la prima guerra del Golfo, nuove basi americane sorsero in Arabia Saudita, Kuwait, Qatar, Bahrain, Oman, Egitto e Gibuti. La disgregazione della Jugoslavia divenne il pretesto per la creazione di basi in Bosnia e Kosovo e quella dell'Unione Sovietica condusse alla creazione di basi in Uzbekistan, Kazakistan, Turkmenistan e Kirghizistan. Dopo l'11 settembre, gli Stati Uniti costrinsero il Pakistan, di fatto con la minaccia delle armi, a unirsi alla nuova guerra globale contro il terrorismo: il Pakistan concesse agli Stati Uniti l'uso delle basi aeree di Jacobabad, Pasni e Quetta. Infine, dopo la guerra afghana, gli Stati Uniti hanno acquisito tre ulteriori basi aeree in Afghanistan: a Bagram, nei dintorni di Kabul, a Mazar-i- Sharif, a nord della catena dell'Hindu Kush e a Kandahar, nel sud del paese.&lt;br /&gt;Ma questa continuità maschera, e quindi impedisce di riconoscere, una differenza molto importante nel modo in cui le basi furono create. Alcune lo furono attraverso la coercizione, e cioè l'invasione o la minaccia di invadere un territorio appartenente a un altro stato sovrano. Le restanti, e si tratta comunque della maggior parte, furono create con il pieno consenso delle nazioni interessate. Inoltre, la scelta del metodo per ampliare la potenza e la sfera di influenza americana non fu casuale.&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;I cicli del capitalismo&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Gli Stati Uniti ricorsero alla coercizione per acquisire territori o basi in due periodi distinti: il primo nell'ultima decade del XIX e nella prima decade del XX secolo, il secondo dopo la guerra fredda, e in particolare dopo l'11 settembre. A cavallo dei due periodi, con rare eccezioni, l'ampliamento della potenza militare e dell'influenza degli Stati Uniti è stato tollerato o, addirittura, accolto con favore dalle nazioni interessate. La ragione di questa differenza va ricercata nell'espansione ciclica del capitalismo. Il primo ricorso alla forza coincise con l'avvento del caos sistemico che contrassegnò la fine del terzo ciclo di espansione e, di conseguenza, dell'egemonia britannica. Il secondo ricorso alla forza è una risposta al caos sistemico che è stato innescato dalla fine del quarto ciclo di espansione del capitalismo e dall'avvento del quinto, cioè la globalizzazione. Questo è il riflesso del tentativo americano di forgiare il nuovo ordine mondiale e di stabilire la propria egemonia sopra di esso. L'esteso e pacifico ampliamento della rete di basi americane tra queste due epoche rispecchiava invece il consolidamento dell'egemonia americana durante il quarto ciclo di espansione del capitalismo.&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;Allarme a livello mondiale&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;Il processo fu reso più semplice dall'assunzione da parte degli Stati Uniti del ruolo di stato amico e protettore durante la seconda guerra mondiale e la guerra fredda, e dal fatto che l'espansione del capitalismo che innescò la crescita degli Stati Uniti ebbe luogo nel quadro del sistema westfaliano degli stati-nazione. Di contro, l'espansione della potenza americana dopo l'11 settembre, soprattutto in Afghanistan, Pakistan e Iraq, rivela il palese disprezzo per la sovranità nazionale ed evidenzia l'intento di sostituire il sistema westfaliano con un impero americano costruito sulla supremazia militare e sulla costante minaccia del ricorso alla forza. Questo ha innescato un allarme a livello mondiale e ha costretto i paesi che in precedenza avevano accettato di ospitare le basi e l'egemonia militare americana a riconsiderare l'opportunità di continuare a ospitarle. Ha inoltre già spinto l'Arabia Saudita a chiedere agli Stati Uniti di chiudere le basi sul proprio territorio e convinto Francia, Germania e Belgio a rilanciare la proposta per la creazione di una forza difensiva europea al di fuori dell'ombrello della Nato. Ha inoltre allarmato i liberal americani non solo perché trovano ripugnante l'idea di un impero americano, ma anche perché questa strategia sta distruggendo l'egemonia creata, in modo prevalentemente pacifico, durante il «secolo americano».&lt;/div&gt;          &lt;!-- TOOLBAR --&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-1298106697067461853?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/1298106697067461853/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=1298106697067461853' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/1298106697067461853'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/1298106697067461853'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2007/07/la-sofferenza-degli-stati-nazione-al.html' title='La sofferenza degli stati-nazione al tempo dell&apos;impero Usa'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-6025943292770799385</id><published>2007-06-28T02:37:00.000-07:00</published><updated>2007-06-28T02:38:22.100-07:00</updated><title type='text'>Finalmente la verità</title><content type='html'>Even as one of the principal architects of the Iraq war washes his hands of the whole bloody mess, there is still only a vague understanding of the real reason behind the invasion, but evidence of the intense interest of the international oil companies continues to build. Only last week, ExxonMobil chief executive Rex Tillerson said in London: "We look forward to the day when we can partner with Iraq to develop that resource potential." Despite their interest and influence, however, the decision to attack was not taken in the boardroom. Iraq was indeed all about oil, but in a sense that transcends the interests of individual corporations, however large.&lt;br /&gt;The elephant in the drawing room was the fact that global oil production is likely to peak within about a decade. Aggregate oil production in the developed world has been falling since 1997, and all major forecasters expect world output excluding Opec to peak by the middle of the next decade. From then on everything depends on the cartel, but unfortunately there is growing evidence that Opec's members have been exaggerating the size of their reserves for decades.&lt;p&gt;Oil consultancy PFC Energy briefed Dick Cheney in 2005 that on a more realistic assessment of Opec's reserves, its production could peak by 2015. A report by the US Department of Energy, also in 2005, concluded that without a crash programme of mitigation 20 years before the event, the economic and social impacts of the oil peak would be "unprecedented". The evidence suggests these fears were already weighing heavily with Cheney, Bush and Blair.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;In a world of looming shortage, Iraq represented a unique opportunity. With 115bn barrels, it had the world's third biggest reserves, and after years of war and sanctions they were the most underexploited. In the late 1990s, production averaged about 2m barrels, but with the necessary investment its reserves could support three times that. In a report to the security council, UN inspectors warned in January 2000 that sanctions had caused irreversible damage to Iraq's reservoirs. But sanctions could not be lifted with Saddam still in place.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Cheney knew, fretting about global oil depletion in a speech in London the following year, where he noted that "the Middle East with two thirds of the world's oil and lowest cost is still where the prize ultimately lies". Blair too had reason to be anxious: British North Sea output had peaked in 1999, while the petrol protests of 2000 had made the importance of maintaining the fuel supply excruciatingly obvious.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Britain's and the US's fears were secretly formalised during the planning for Iraq. It is widely accepted that Blair's commitment to support the attack dates back to his summit with Bush in Texas in April 2002. What is less well known is that at the same summit, Blair proposed and Bush agreed to set up the US-UK Energy Dialogue, a permanent liaison dedicated to "energy security and diversity". Its existence was only later exposed through a freedom of information inquiry.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Both governments refuse to release minutes of Dialogue meetings, but one paper dated February 2003 notes that to meet projected demand, oil production in the Middle East would have to double by 2030 to more than 50m barrels a day. So on the eve of the invasion, UK and US officials were discussing how to raise production from the region - and we are invited to believe this is coincidence. The bitterest irony is, of course, that the invasion has created conditions that guarantee oil production will remain hobbled for years to come, bringing the global oil peak that much closer. So if that was plan A, what on earth is plan B?&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;b&gt;· &lt;/b&gt;David Strahan is the author of The Last Oil Shock: A Survival Guide to the Imminent Extinction of Petroleum Man&lt;br /&gt;&lt;span style="text-decoration: underline;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;span style="text-decoration: underline;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-6025943292770799385?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/6025943292770799385/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=6025943292770799385' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/6025943292770799385'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/6025943292770799385'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2007/06/finalmente-la-verit.html' title='Finalmente la verità'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-7071076432562235646</id><published>2007-06-26T08:36:00.000-07:00</published><updated>2007-06-26T08:37:20.591-07:00</updated><title type='text'>L'Europa Piagnona</title><content type='html'>Curiosiamo nel web e troviamo un&lt;br /&gt;giornalista della Bbc (della Bbc!) da&lt;br /&gt;mesi in ostaggio degli islamisti, imprigionato&lt;br /&gt;da una cintura esplosiva. Clicchiamo&lt;br /&gt;e c’è la voce del caporale Shalit,&lt;br /&gt;umiliato e offeso da un anno di prigionia&lt;br /&gt;in nome di chi bestemmia il proprio&lt;br /&gt;dio clemente e misericordioso. Il&lt;br /&gt;fragile e un po’ fatuo Salman Rushdie è&lt;br /&gt;ancora sotto fatwa, e ce lo hanno ricordato&lt;br /&gt;quando è diventato baronetto della&lt;br /&gt;regina. Robert Redeker vive ancora&lt;br /&gt;semiclandestino. Gaza è nelle mani di&lt;br /&gt;un branco di assassini che si chiama&lt;br /&gt;Hamas, appoggiati fattivamente dai qaidisti&lt;br /&gt;di al Zawahiri. Di Hamas ci era&lt;br /&gt;stato detto dai realisti dei nostri stivali&lt;br /&gt;che bisognava coccolarli, specie dopo&lt;br /&gt;la loro vittoria elettorale, perché sarebbero&lt;br /&gt;diventati buoni, dovevamo&lt;br /&gt;pensare la complessità del problema,&lt;br /&gt;del reale, del welfare, e della disperazione&lt;br /&gt;di un popolo, dovevamo finanziarli,&lt;br /&gt;trattare, e nel frattempo centinaia&lt;br /&gt;di morti ammazzati con metodi tribali&lt;br /&gt;inauditi, con ferocia religiosa, come&lt;br /&gt;è stato per Fatah al Islam in Libano,&lt;br /&gt;un bell’eccidio tra musulmani fino allo&lt;br /&gt;squartamento di sei soldati spagnoli.&lt;br /&gt;Ma noi ci preoccupiamo della nostra&lt;br /&gt;buona coscienza, non riconosciamo lo&lt;br /&gt;stato di guerra internazionale, siamo ridicolmente&lt;br /&gt;divisi, in Afghanistan si&lt;br /&gt;sente solo la lagna dell’occidente che&lt;br /&gt;non combatte (Italia in prima linea: nella&lt;br /&gt;lagna), fino a coprire il rumore della&lt;br /&gt;battaglia contro i talebani, che adesso&lt;br /&gt;riavranno i loro ospedali di Gino Strada.&lt;br /&gt;L’occidente euro-umanitario che si&lt;br /&gt;fa rapire, decollare, ricattare, che filosofeggia&lt;br /&gt;sulle colpe di Israele nel ritiro&lt;br /&gt;unilaterale, che non si accorge delle sinagoghe&lt;br /&gt;che bruciano, dei cristiani cacciati&lt;br /&gt;e martirizzati, che si volta dall’altra&lt;br /&gt;parte ogni volta che c’è da guardare&lt;br /&gt;la realtà in faccia, e che tollera l’infamia&lt;br /&gt;della guerra islamista dispiegata,&lt;br /&gt;non merita solo la critica o un’amorevole&lt;br /&gt;compassione per il destino che si&lt;br /&gt;sceglie: merita il disprezzo&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-7071076432562235646?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/7071076432562235646/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=7071076432562235646' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/7071076432562235646'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/7071076432562235646'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2007/06/leuropa-piagnona.html' title='L&apos;Europa Piagnona'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-4671239974589429207</id><published>2007-06-09T12:15:00.000-07:00</published><updated>2007-06-09T12:16:35.371-07:00</updated><title type='text'>La  migliore notizia dell'anno, i costi del fotovoltaico scendono sempre di più</title><content type='html'>I costi di produzione delle celle fotovoltaiche stanno crollando, e così nei prossimi anni il solare diventerà una «opzione di mainstream» per la produzione di energia elettrica. Lo sostiene il Worldwatch institute di Washington in un documento elaborato insieme al Prometheus Institute di Cambridge, Massachusetts e diffuso un paio di settimane fa. È interessante, proprio mentre la questione del clima è all'ordine del giorno di vertici mondiali - contrastare il riscaldamento abnorme dell'atmosfera terrestre significa ridure le emissioni di gas «di serra» come l'anidride carbonica, emessa nei processi di combustione e in particolare quando si bruciano combustibili fossili: dunque produrre più energia con fonti alternative al petrolio (e rinnovabili). L'energia del sole è una delle alternative ideali. E però un po' i costi, un po' le volontà politiche, fanno sì che per il momento il pannello fotovoltaico resti un'opzione minore.&lt;br /&gt;Almeno il primo alibi però, quello dei costi, comincia a venir meno. In effetti i costi di produzione sono già parecchio calati rispetto a venti o trent'anni fa, e ora vediamo un crollo. Solo dall'anno 2000 l'industria del fotovoltaico è cresciuta sei volte, ed è cresciuta del 41% nel solo anno 2006. È vero che l'energia elettrica solare nelle reti rappresenta ancora meno dell'1% dell'elettricità mondiale: ma nel 2006 è aumentata del 50%, fa notare il Worldwatch. (A parte bisognerebbe notare che parte della produzione di energia solare non entra nelle reti perché fatta su piccolissima scala per un consumo localizzato in luoghi remoti: il pannello accanto alla casa di un villaggio amazzonico porta l'energia elettrica là dove non arriveranno mai i cavi della rete di distribuzione, ma non entra nei conteggi. Per «utenze isolate», chiamiamole così, il solare non è un'energia alternativa ma l'unica possibile). Ma torniamo alla produzione contabilizzata nelle reti: a guidare il boom sono la Germania e il Giappone; la Spagna entrerà nel gruppo nel corso di quest'anno (grazie alla sua nuovissima centrale solare) e gli Stati uniti seguono da presso.&lt;br /&gt;Finora, nota il Worldwatch, la crescita è stata limitata da una penuria di produzione industriale di polisilicio purificato, necessario per le celle fotovoltaiche (lo stesso materiale dei semiconduttori alla base dell'industria elettronica: ma nel 2006 per la prima volta più di metà del polisilicio prodotto al mondo è stato usato per farne celle fotovoltaiche). Questo cambierà nei prossimi due anni, quando entreranno in produzione oltre una decina di produttori di polisilicio in Europa, Cina, Giappone e negli Usa. L'aumentata disponibilità, insieme ai nuovi progressi della tecnologia, farà abbassare i costi di almeno il 40% nei prossimi tre anni, secondo le stime dell'istituto Prometheus. Anche qui, come in molti altri settori, spingere i costi verso il basso in particolare è la Cina con la sua sete di energia, l'ampia disponibilità di manodopera e la sua forte base industriale,. La maggiore novità del 2006 è stata la crescita della capacità produttiva cinese, che ha sorpassato gli Stati uniti (patria della prima moderna cella fotovoltaica, prodotta dai Bell Labs negli anni '50): ora la Cina è il terzo produttore di celle fotovoltaiche dopo Germania e Giappone. La prima azienda cinese produttrice, Suntech Power, era l'ottavo produttore mondiale nel 2005 e il quarto nel 2006 (e il suo presidente è diventato uno dei cinesi più ricchi).&lt;br /&gt;Nel frattempo la penuria di materia prima (polisilicio) ha portato i produttori a usarlo in modo più efficiente, accelerando così l'emergere di tecnologie che non si basano sul polisilicio purificato e sono anche meno care, le cosiddette celle sottili fatte di silicio amorfo e altri materiali meno costosi. Tutto questo, conclude il Worldwatch Institute, significa che il fotovoltaico sta diventando una opzione valida e competitiva per produrre elettricità senza emettere anidride carbonica. Bisognerà che anche i pianificatori italiani ne prendano nota, visto che restiamo agli ultimi posti...&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-4671239974589429207?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/4671239974589429207/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=4671239974589429207' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/4671239974589429207'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/4671239974589429207'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2007/06/la-migliore-notizia-dellanno-i-costi.html' title='La  migliore notizia dell&apos;anno, i costi del fotovoltaico scendono sempre di più'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-5662457303667833436</id><published>2007-06-03T02:52:00.000-07:00</published><updated>2007-06-03T02:53:03.410-07:00</updated><title type='text'>Andare in galera in America</title><content type='html'>Rimane un mistero come il paese che si vuole il paladino della libertà nel mondo si sia trasformato nella società più carceraria del pianeta. Intorno agli anni '70 gli Stati Uniti avevano una percentuale di detenuti, rispetto all'intera popolazione, paragonabile a quella dei paesi dell'Europa occidentale, oggi invece vi si pratica il più grande internamento mai registrato in una democrazia parlamentare. Nel 2004 su centomila abitanti c'erano settecentosessanta carcerati, contro i quarantasette del Giappone, gli ottanta della Francia, i novantaquattro dell'Italia. Negli Usa cioè ci sono sedici volte più prigionieri che in Giappone e otto volte più che in Italia. Solo la Russia del dopo guerra fredda ha cifre paragonabili: settecentotrenta detenuti ogni centomila abitanti. Se a costoro si aggiunge chi è in libertà condizionata o per buona condotta, negli Usa il totale dei sorvegliati superava i 4,3 milioni di persone nel 1990 e i sette milioni nel 2004. Cioè, a ogni momento, negli Stati Uniti più di tre adulti su cento sono presi nelle maglie della giustizia.&lt;br /&gt;Non stupisce che l'argomento susciti la curiosità di giornalisti e ricercatori. Quasi sempre prevale uno sguardo sociologico, come nel libro di un discepolo di Pierre Bourdieu, Loïc Wacquant (Punire i poveri). Diversa è la prospettiva di Elisabetta Grande che, pur passando in rivista tutti gli aspetti della carcerizzazione americana, guarda il fenomeno da un angolo meno battuto e si chiede quali siano i meccanismi di indagine, processuali e giudiziari, che hanno spedito così tante persone dietro le sbarre. Il titolo del suo libro Il terzo strike. La prigione in America (con una nota di Adriano Sofri; Sellerio, pp. 168, euro 15) ricorda quella disposizione, approvata a schiacciante maggioranza per referendum popolare prima in California e poi in altri stati, per cui la terza condanna, anche per reati non gravi, comporta automaticamente l'ergastolo: three strikes and you are out. Al terzo «colpo» ti chiudono in cella e «buttano via la chiave».&lt;br /&gt;Elisabetta Grande riporta casi orripilanti: per esempio, un uomo condannato all'ergastolo (con la clausola che potrà uscire in libertà vigilata non prima di aver scontato cinquant'anni) per aver rubato nove videocassette dal valore complessivo di centocinquanta dollari, solo perché aveva precedenti per furto e trasporto di marijuana; o un altro recidivo punito con il carcere a vita per aver rubato un pezzo di carne del valore di 5 dollari e 62 centesimi (4,19 euro) che oltretutto serviva per nutrire il fratello handicappato e la madre, entrambi affamati perché la pensione di quest'ultima era andata persa nella posta.&lt;br /&gt;Quella che si è persa per strada è l'idea che la pena debba essere proporzionale alla gravità del reato. A questo proposito il libro usa spesso un termine giuridico assai suggestivo: parla di reati bagatellari, di ergastolo bagatellare. È stravolta cioè la nozione stessa di pena giudiziaria e viene meno anche l'ipocrisia borghese della pena come strumento ortopedico, quel redimere attraverso il punire che Michel Foucault ha dissezionato in modo magistrale. Se potessero, i giudici statunitensi farebbero come i loro colleghi delle potenze coloniali di un tempo, spedirebbero i detenuti in Caienna o in Siberia.&lt;br /&gt;Elisabetta Grande segue nei meandri giudiziari l'accumularsi di piccoli dispositivi che messi insieme affollano le prigioni. Due esempi. Uno è basato sull'idea che la verità processuale venga decisa dalla battaglia fra difesa e accusa durante il dibattimento. Ma poiché gli avvocati bravi si fanno pagare dai trecento ai mille dollari per ogni ora di lavoro, gli imputati disagiati possono ricevere solo una difesa d'ufficio che viene svolta da avvocati inesperti o in declino, sopraffatti da una mole immane di lavoro e pagati una miseria: «In Georgia, nel 2002, tre avvocati della stessa famiglia hanno rappresentato in giudizio 776 persone indigenti per un costo medio a imputato di 49,86 dollari (37,21 euro)... Sempre in Georgia un avvocato designato dalla corte si trovò a difendere 94 imputati nello stesso giorno». La debolezza della difesa d'ufficio fa sì che sia più facile per i pubblici ministeri far condannare i poveri e quindi rimpolpare il proprio palmarès di condanne, indispensabile per lanciarsi nella carriera politica. Per la stessa ragione i difensori d'ufficio tendono ad abusare del plea bargaining, il patteggiamento prima del processo, con ammissione di colpa anche in caso d'innocenza: meglio uno sconto di pena che la lotteria del processo. Ne deriva la moltiplicazione del numero di recidivi e quindi di coloro che rientrano nell'incubo del terzo strike. Il numero dei detenuti diventa così una variabile indipendente che non ha nulla a che vedere con il numero e la gravità dei reati realmente commessi, ma è correlato piuttosto al tasso di ansia «sicuritaria» che mass media e politici riescono a instillare nell'opinione pubblica.&lt;br /&gt;Il «grande internamento» americano (per riprendere un altro termine chiave di Foucault) discende così da un perverso intreccio tra sistema mediatico e democrazia rappresentativa, con la specificità tutta statunitense di connotazione razzista della detenzione.&lt;br /&gt;La legge e ordine è infatti e prima di tutto legge bianca per mettere ordine tra i neri che pur essendo solo il 12,5 per cento (uno su otto) della popolazione rappresentano però quasi la metà (uno su due) dei detenuti americani, a tal punto che la detenzione rappresenta un rito di passaggio quasi inevitabile per un giovane nero cresciuto in un ghetto urbano. Gli effetti sulla società americana sono stravaganti e impensabili: per esempio questo tasso di detenzione ha reintrodotto la poligamia nei ghetti urbani, poiché le donne nere devono condividere i pochi maschi fuori dalle sbarre.&lt;br /&gt;Quello che l'ottimo libro di Elisabetta Grande non può fare è prevedere le conseguenze a lungo termine che una carcerazione tanto smisurata produrrà nel tessuto della società statunitense. Certo che è curiosa una società in cui la Correction (così si autodefiniscono le imprese addette) rappresenta uno dei settori trainanti dell'economia: il sistema giudiziario dà lavoro a 2,3 milioni di persone e nel 2001 combattere il crimine è costato negli Usa centosessantasette miliardi di dollari, tre volte e mezzo in più di diciannove anni prima. Elisabetta Grande osserva preoccupata che altri paesi (in primis quelli del Commonwealth) stanno seguendo gli Usa sulla stessa via. Non so se i teorici del postmoderno avessero in mente anche questa involuzione concentrazionaria.&lt;br /&gt;PS. Editori e direttori di giornali dovrebbero difendere Adriano Sofri da se stesso: anche quando espone tesi sensate, deve mettere un sovrappiù di astio che fa torto alla sua intelligenza. Qui nella nota iniziale sostiene a ragione che la legge ex-Cirielli dimostra che l'Italia si sta americanizzando. Ma perché per dirlo deve fare prima una sparata sull'antiamericanismo di ogni discorso sulle prigioni Usa e poi accostarlo all'antisemitismo? Forse che analizzare l'ascesa di Silvio Berlusconi è sintomo di anti-italianismo? Anche qui osserviamo un effetto perverso: la persecuzione giudiziaria sofferta da Sofri e sostenuta dalla destra, gli ha provocato paradossalmente un livore verso la sinistra, che forse dovrebbe tenere più a freno.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-5662457303667833436?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/5662457303667833436/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=5662457303667833436' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/5662457303667833436'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/5662457303667833436'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2007/06/andare-in-galera-in-america.html' title='Andare in galera in America'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-3960617289719181798</id><published>2007-05-26T22:32:00.001-07:00</published><updated>2007-05-26T22:32:29.550-07:00</updated><title type='text'>I cinesi di via Sarpi</title><content type='html'>Chi c'è dietro? Le Triadi, le Società nere, il racket, gli strozzini e - variante più raffinata - persino Confucio. Alle prese con il &lt;i&gt;mistero&lt;/i&gt; cinese in casa nostra - la «rivolta» di via Sarpi del 12 aprile - i media sono finiti inevitabilmente nell'imbuto della dietrologia.&lt;br /&gt;«In Cina non c'è proprio nulla di misterioso... Basta studiarla». Disse più o meno così Zhou Enlai a Henry Kissinger nella prima conferenza stampa congiunta Usa-Cina. L'apprendiamo dal libro di Stefano Cammelli, non a caso intitolato &lt;i&gt;Ombre cinesi&lt;/i&gt; (Einaudi). Con tutto il rispetto per il mitico ministro degli esteri cinese, versione maoista dell'archetipo del saggio duca di Zhou, studiare la Cina e i cinesi non è una faccenduola.&lt;br /&gt;Padroneggiare il mandarino è un cimento che, da solo, occupa una vita. Il sociologo Daniele Cologna, dell'agenzia di ricerca Codici, sa il cinese (lo insegna alle università di Pavia e dell'Insubria) e da un decennio studia sul campo la comunità sino-meneghina. Ci affidiamo a lui per de-costruire alcuni degli stereotipi correnti sugli immigrati cinesi.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Tutti i media, manifesto compreso, chiamano China town la zona di via Sarpi. E tu ti incavoli. Perché?&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;La definizione China town ha una storia e una geografia. Per China town s'intende un quartiere monoetnico segregato, uno spazio chiuso in cui gli immigrati cinesi sono costretti a vivere e dove si condensano servizi etnicamente esclusivi, comprese scuole e ospedali. Questo erano e in parte continuano a essere le China town negli Stati Uniti e nel Sud-est asiatico. Per fare un esempio: quando nel 1900 a San Francisco scoppiò l'ultima epidemia di peste, ai cinesi fu vietato il ricovero negli ospedali della città. In Europa non sono mai esistite delle vere e proprie China town. Il quadrilatero attorno a via Sarpi, dove i primi cinesi arrivano negli anni Venti provenienti da Francia e Olanda, non è mai stato uno spazio segregato. Il 90% dei residenti sono tuttora italiani. Solo il 10% dei 13 mila cinesi in regola residenti a Milano abita lì, gli altri stanno a Affori, Niguarda e lungo via Padova.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Se non è una China town, allora cos'è via Sarpi?&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;E' il polo funzionale dove si concentrano attività economiche dei cinesi. Fino agli anni Novanta, erano botteghe artigiane e laboratori tessili. Poi il manifatturiero è stato soppiantato dal commercio all'ingrosso di prodotti in gran parte importati dalla Cina. Nel quadrilatero ci sono circa 500 aziende «su strada». Secondo ViviSarpi, l'associazione dei residenti italiani, il 60% dei commercianti cinesi è proprietario dell'immobile in cui opera. Chi non ha comprato i locali, ha comunque sborsato cifre consistenti - tra i 200 e i 300 mila euro - per «subentrare» agli italiani e paga affitti sui 3 mila euro al mese. Si riforniscono dai grossisti di via Sarpi negozianti e bancarellai del Nord Italia (tra questi i cinesi sono un'esigua minoranza). Per i cinesi, via Sarpi è un polo di servizi dedicati (agenzie di viaggio, pratiche burocratiche, vendita di dvd, libri e giornali, erboristerie) e un contesto di domiciliazione simbolica. E' il posto dove un immigrato cinese si sente vagamente a casa sua.&lt;br /&gt;&lt;b&gt;Chi comanda in via Sarpi? La domanda aleggiava sulla «rivolta» e si riaffaccia sulla trattativa per delocalizzare fuori Milano il commercio all'ingrosso.&lt;br /&gt;&lt;/b&gt;Scatta sempre questo retropensiero. Poiché i cinesi ci sembrano tutti uguali, oscuri e omertosi, deve esserci per forza un capobastone che dà gli ordini. Ma i cinesi immigrati a Milano, pur provenendo dalla stessa area (la zona rurale-montagnosa attorno a Wenzhou, capoluogo dello Zhejiang, la provincia del Sud-est della Cina) non sono tutti uguali. La comunità sino-meneghina è molto stratificata sia economicamente che socialmente. Si va dal borghese nato in Italia che si sa muovere nei meandri delle istituzioni politiche ed imprenditoriali, al proletario che fatica a capire la differenza tra un assessore e un consigliere comunale. A Milano ci sono ben 18 associazioni di cinesi, nessuna ha mai ambito a rappresentare l'intera comunità. Sono tutte associazioni d'imprenditori che fanno i loro interessi, usate come biglietto da visita per accreditarsi presso la madrepatria. L'impresa cinese in Italia continua a essere un'impresa familiare, su base clanica. Questo impedisce che ci sia un unico vertice che tutto controlla e tutto dispone. Ciò si riverbera nella trattativa con Palazzo Marino sulla delocalizzazione. Chi rappresenta i cinesi a quel tavolo? Da chi e in che modo hanno avuto il mandato a trattare?&lt;br /&gt;Di delocalizzazione si parla da almeno cinque anni. Allora la più antica delle associazioni dei cinesi propose San Donato. Non se ne fece niente e non per colpa dei cinesi. Finirà così anche ad Arese?&lt;br /&gt;Nessuno dei comuni dell'hinterland scalpita per avere nel suo territorio i grossisti cinesi. Invece tutti fanno ponti d'oro agli ipermercati. Non so per quali ragioni Formigoni abbia tirato fuori dal cilindro l'area ex Alfa di Arese. Chi ci guadagna? Di certo, le immobiliari padroni dell'area. E' altrettanto certo che i cinesi non sono disposti a rimetterci. E li capisco.&lt;br /&gt;I commercianti di via Sarpi hanno fama d'essere imprenditori intrepidi e scafati.&lt;br /&gt;E' un altro luogo comune. Il 75% di loro è alla prima esperienza imprenditoriale. Per dirla alla cinese, guadano il fiume tastando le pietre, alla cieca. E' gente che rischia, si indebita, ha fegato, ma ha preso le sue belle fregature. Il commercio all'ingrosso in via Sarpi da alcuni anni è in crisi. Ci si sono buttati in troppi, con il placet del Comune che adesso strilla alla zona franca. La ressa ha fatto cadere i guadagni, mentre i costi da ammortizzare restano altissimi. Comunque vada a finire la trattativa sulla delocalizzazione - e il processo richiederà anni - il settore del commercio all'ingrosso è saturo. E' in espansione invece, ed è questa la vera novità a Milano, l'ingresso dei cinesi nei servizi di prossimità: tintorie, edicole, pizzerie, bar, ferramenta. I cinesi subentrano agli italiani, senza apportare novità ai negozi che mantengono, persino nell'insegna, l'impronta originaria. Per questo si parla di imprenditoria mimetica.&lt;br /&gt;Due settimane dopo la «rivolta», in zona Sarpi due ragazzi cinesi sono stati uccisi in pieno giorno e per strada. Mamma le Triadi, e invece...&lt;br /&gt;E invece dall'identità e dal breve percorso di vita delle vittime - uno lo conoscevo - risultava evidente che la grande criminalità organizzata con quel delitto non c'entrava nulla. L'ambiente è quello delle bande giovanili, un fenomeno tipico che accompagna le migrazioni. Si comincia come teppisti che fanno gli sbruffoni al ristorante, mangiano e non pagano il conto. E in alcuni casi si prosegue con le minacce ai connazionali a scopo di estorsione, i sequestri lampo non denunciati, i regolamenti di conti tra bande rivali per uno sgarro subìto. I protagonisti sono i ragazzi perduti della generazione che i sociologi definiscono 1,25, arrivati adolescenti in Italia con alle spalle ricongiungimenti familiari difficili. Non vanno a scuola, non imparano l'italiano, si ribellano all'etica del lavoro dei genitori. Nel giro di pochi giorni gli autori del duplice omicidio milanese sono stati arrestati. La comunità non li ha coperti e questo infrange un altro luogo comune, l'omertà dei cinesi. Delle Triadi, organizzazioni criminali nate a Canton e a Taiwan, dedite al traffico di armi e droga, alla prostituzione e alla finanza sporca, in Italia non c'è traccia.&lt;br /&gt;E veniamo a Confucio. Va di moda interpretare il successo della Cina, e anche dei suoi migranti, alla luce del modello neoconfuciano.&lt;br /&gt;Occorre distinguere. In Cina c'è da qualche tempo un revival di Confucio, promosso dal premier Wen Jia Bao per rintracciare nel passato le fondamenta della «società armoniosa» che Pechino dice di voler realizzare. Un messaggio rivolto anche all'esterno: sono intitolati a Confucio gli istituti di cultura che la Cina sta aprendo in giro per il mondo. Ma da sempre il neoconfucianesimo è una chiave di lettura per spiegare la Cina. E' stato applicato persino al maoismo e, almeno dagli anni Settanta, alle migrazioni cinesi nel Sud Est asiatico. Non è questa la sede per fare un bilancio dell'efficacia di un modello interpretativo che, in rozza sintesi, punta sul retaggio culturale per spiegare l'economia. Qui mi limito a dire che la migrazione cinese in Italia contraddice Confucio almeno su un punto. Nel nostro paese un quarto degli imprenditori cinesi sono donne. E questo a Confucio non sarebbe piaciuto.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-3960617289719181798?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/3960617289719181798/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=3960617289719181798' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/3960617289719181798'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/3960617289719181798'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2007/05/i-cinesi-di-via-sarpi.html' title='I cinesi di via Sarpi'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-5632871178754419092</id><published>2007-05-23T14:10:00.001-07:00</published><updated>2007-05-23T14:10:27.075-07:00</updated><title type='text'>pippo</title><content type='html'>&lt;a href="http://technorati.com/claim/nsee94bj9k" rel="me"&gt;Technorati Profile&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-5632871178754419092?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/5632871178754419092/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=5632871178754419092' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/5632871178754419092'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/5632871178754419092'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2007/05/pippo.html' title='pippo'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-780277821703192763</id><published>2007-05-22T01:54:00.000-07:00</published><updated>2007-05-22T01:55:31.489-07:00</updated><title type='text'>Il punto di vista del manifesto sull'emergenza rifiuti in Campania</title><content type='html'>Rifiuti antidemocratici. In Campania il terreno di confronto-scontro democratico passa per il piano di smaltimento. Sicuramente esistono altre piaghe sul territorio, dalla crisi del tessuto industriale alla disoccupazione, dalla camorra all'abusivismo, dal lavoro nero ai problemi abitativi. Ma è ormai conclamata la guerra dei sacchetti, che crea fratture insanabili tra popolazioni e istituzioni, che contrappone non solo i cittadini allo Stato, ma diventa anche Stato contro Stato.&lt;br /&gt;Quattordici anni di commissariamento per gestire un'emergenza sono un paradosso. Lo sanno i governi e i commissari straordinari che si sono succeduti, lo sanno gli enti locali, ma non hanno il coraggio di ammettere colpe e responsabilità. In tutto questo tempo si è sempre cercato di privilegiare gli interessi dei privati rispetto al bene comune. Così non è la discarica di Serre - che si vuole aprire ad ogni costo a ridosso di un'oasi naturale protetta - a essere rappresentativa del rapporto ciclo di smaltimento-tornaconto industriale, ma l'inceneritore di Acerra. L'impianto dovrebbe essere pronto a ottobre 2007 e nel nuovissimo piano da poco approvato dal Consiglio dei ministri farebbe parte dei due termovalorizzatori che dovrebbero risolvere il caso-Campania. Ma non è così.&lt;br /&gt;10 milioni di ecoballe&lt;br /&gt;Ci sono attualmente 10 milioni di ecoballe che il ministero dell'ambiente non considera a norma e che quindi non si possono bruciare. Nei Cdr ancora il materiale non viene stoccato seguendo le procedure atte all'incenerimento. La raccolta differenziata e ferma al 10%. Ancora non sono state individuate le discariche speciali dove «seppellire» le ceneri di risulta della combustione, materiali altamente tossici. Per non parlare di chi sta portando avanti i lavori: la Fibe, attualmente indicata come l'unica responsabile del mancato smaltimento dei rifiuti in regione e indagata per truffa. La società che vede tra gli azionisti l'Impregilo di Cesare Romiti è infatti riuscita a spendere dal '94 ad oggi più di 800 milioni di euro senza venire a capo della crisi. Eppure all'epoca la sua proposta non era la migliore. La società infatti ha vinto le gare d'appalto con impianti talmente vetusti che la magistratura ne pose una parte sotto sequestro, e con un progetto, il termovalorizzatore di Acerra appunto, che gli è valsa 27 adempimenti prescritti dalla commissione ministeriale. Ma non c'è stato niente da fare. Il commissariato ha dovuto anticipare alla società 100 miliardi di vecchie lire per la realizzazione di impianti di Cdr che i magistrati hanno in seguito giudicato inadeguati e posto sotto sequestro. La procura di Napoli ha anche chiesto la confisca all'Impregilo di 43 milioni di euro e dei crediti, per 109 milioni, che la stessa società dovrebbe riscuotere dalla regione e da vari comuni. Infine, secondo la commissione ambiente del Senato la Fibe avrebbe anche stipulato accordi sui terreni di stoccaggi con soggetti malavitosi. Per tutto questo la Campania ha ottenuto la rescissione del contratto, ma dopo due gare d'appalto andate deserte è ancora questa stessa società a gestire il ciclo.&lt;br /&gt;Nel 1999, dopo il piano dell'allora presidente della regione Rastrelli (An), quando la Fibe vince la gara per la costruzione di un termovalorizzatore ottiene carta bianca sull'indicazione del sito. Le istituzioni, dunque, si lavano le mani su un affare delicato e di importanza comunitaria. La società usa un intermediario di Afragola, che compra i terreni dai contadini acerrani a prezzi stracciati e li rivende alla Fibe. E' tutto deciso, senza consultare l'amministrazione locale e senza nemmeno avere la Via (Valutazione di impatto ambientale) si vuole iniziare a «lavorare». I cittadini sono allarmati. Acerra è un territorio già vessato dalle industrie, qui c'è la Montefibre, senza contare le discariche abusive che hanno creato un cortocircuito ambientale. Nei terreni la diossina ha raggiunto livelli d'allarme, nel latte animale le analisi ne riscontrano la presenza: 54 picogrammi per grammo di grasso quando il livello considerato accettabile è 3. Nascono i primi comitati anti-inceneritore. «All'inizio eravamo in pochi», ricorda Giovanni De Laurenti, attualmente segretario cittadino del Prc e che all'epoca aveva 20 anni. «Le posizioni erano diverse - continua - c'era chi semplicemente affermava che l'impianto non doveva essere costruito ad Acerra, chi era contrario a questo tipo di termovalorizzatore, il più grande in Europa, e chi come noi era contro l'idea stessa dell'incenerimento portando avanti una cultura anticapitalista. Lottavamo contro il principio di un sistema che ti fa consumare e poi brucia quello che consumi».&lt;br /&gt;Nasce il comitato contro l'inceneritore, al suo interno convivono diverse anime, i partiti, il movimento, l'area dei disoccupati, ma ben presto tutta la cittadina s'identifica in questa lotta. I primi anni si cerca di contrastare il progetto dati alla mano. Si chiedono verifiche e compatibilità ambientali. L'Asl però concede il via libera, l'Arpa no. Per tutto il 2002 il comitato promuove cortei e iniziative di protesta. Il 27 gennaio 2003 devono iniziare i lavori, si decide di comune accordo con l'amministrazione di centro-destra di forzare la mano. Assieme al sindaco Michele Riemma (Fi) gli acerrani occupano il cantiere. Nell'area viene creato un parco giochi, un orto biologico, sono allevate le pecore simbolo del degrado ambientale. Si diffonde nella cittadina il virus della democrazia partecipata, secondo il principio della riappropriazione del territorio: concerti, iniziative, dibattiti in cui intervengono studiosi di fama internazionale come il professore Paul Connet. Ma i commissari straordinari, da Bassolino prima a Catenacci dopo, non ne vogliono sapere di mollare la presa. Si cerca di dimostrare l'egoismo di un paesino che attua la logica del not in my backyard, non nel mio giardino. Ma nel 2004 un ricercatore del Cnr, Alfredo Mazza, riporta uno studio sulla rivista Lancet che lascia pochi dubbi su quanto accade in provincia di Napoli e Caserta riguardo alla gestione camorristica dei rifiuti illegali. Nel triangolo Acerra, Nola, Marigliano a causa dei materiali tossici presenti nei terreni e nelle falde acquifere si è infatti impennata la mortalità dovuta al cancro e l'aumento di malattie cardio-circolatorie e di diabete. Nel maggio di quello stesso anno Espedito Marletta (Prc) diventa sindaco con più del 75% dei consensi proprio grazie alla linea dura contro l'inceneritore. Il 17 agosto il cantiere in zona Pantano viene sgomberato. Il megainceneritore si farà. Il 29 agosto durante una manifestazione con oltre 30mila persone, davanti al sito della Fibe polizia e carabinieri ricevono l'ordine di reprimere la folla. E' un giorno di guerriglia urbana ad Acerra, il bilancio tra feriti e arresti sarà altissimo. Anche il sindaco Espedito Marletta e il senatore Tommaso Sodano vengono manganellati e portati in ospedale. Da quel momento gli acerrani non mettono più piede nel cantiere.&lt;br /&gt;«Una battaglia di sopravvivenza»&lt;br /&gt;«Ma non ci siamo arresi - spiega Tommaso Esposito, portavoce del comitato - andiamo avanti per altre strade. Qui si sta attuando il congelamento della democrazia. Una comunità ha il diritto di scegliere il proprio futuro. La nostra non è una posizione egoistica, ma una battaglia per la sopravvivenza». Il professore Antonio Marfella, oncologo del Pascale, dà ragione ad Acerra: «Vogliono creare un inceneritore da 2000 tonnellate al giorno, più di Parigi - spiega - è evidente che la zona già rovinata non verrà più bonificata, in un paese dove c'è l'84% in più di malformazioni nei bambini, tra Napoli e provincia 2 milioni di persone su 6 hanno un eccessivo livello di diossina nell'organismo, fatto certificato dalla regione». Ma c'è un'altra soluzione? Raccolta differenziata e riciclo. Ad Aversa c'è la fabbrica Erreplast che ricicla la plastica e i metalli, è all'avanguardia e rischia di chiudere per mancanza di commesse perché si è scelta la strada degli inceneritori, così come le cartiere che potrebbero riciclare la carta. Le popolazioni ormai hanno capito che non esiste altra strada allo smaltimento sicuro, per questo si ribellano al governo e a Bertolaso. «Sapevamo che sarebbe stata una battaglia lunga e difficile - ammette il sindaco di Acerra Espedito Marletta - uno scontro tra poteri dello stato. Stiamo andando avanti per ricorsi, non siamo rassegnati». Fino ad ottobre 2007&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-780277821703192763?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/780277821703192763/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=780277821703192763' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/780277821703192763'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/780277821703192763'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2007/05/il-punto-di-vista-del-manifesto.html' title='Il punto di vista del manifesto sull&apos;emergenza rifiuti in Campania'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-1990158973577779253</id><published>2007-05-19T07:54:00.000-07:00</published><updated>2007-05-19T07:55:20.377-07:00</updated><title type='text'>Volgarità a Roma</title><content type='html'>Pure i vigili, ha chiamato una notte&lt;br /&gt;Piero Fassino. “Ma non è cambiato&lt;br /&gt;niente”. Ha parlato anche con il Campidoglio.&lt;br /&gt;Niente da fare. Dice che forse finirà&lt;br /&gt;così, “non mi stupirei se un giorno&lt;br /&gt;o l’altro ci fosse una lenzuolata degli&lt;br /&gt;abitanti del mio quartiere”. Non si chiude&lt;br /&gt;occhio. “Ogni sera ci sono tremila&lt;br /&gt;persone che si riuniscono nella piazza in&lt;br /&gt;cui abito. L’esasperazione di chiunque&lt;br /&gt;viva lì è arrivata a livelli di guardia”, ha&lt;br /&gt;raccontanto in un’intervista a Barbara&lt;br /&gt;Romano di Libero. “Mi augurerei che ci&lt;br /&gt;fosse un intervento regolatore”. Ne avrà&lt;br /&gt;da aspettare, il segretario dei Ds. Neanche&lt;br /&gt;lui, che pure da anni batte e ribatte&lt;br /&gt;sul tasto, è riuscito a spuntare niente.&lt;br /&gt;“Sono molto infastidito da come si sono&lt;br /&gt;degradate alcune zone del centro storico”.&lt;br /&gt;E così il sonno tarda a venire, e più&lt;br /&gt;che l’azzardo del Partito democratico sono&lt;br /&gt;quei megafoni con cui urlano dalla&lt;br /&gt;piazzetta sotto le finestre di Fassino, alle&lt;br /&gt;tre del mattino, insopportabilmente&lt;br /&gt;fastidiosi, manco uno si fosse infilato il&lt;br /&gt;cilicio della Binetti. Sbotta e borbotta&lt;br /&gt;aggirandosi insonne per casa, il leader&lt;br /&gt;di via Nazionale. Sotto, come si dice, “se&lt;br /&gt;magna se beve e se canta”, e ogni sera&lt;br /&gt;porta la sua croce, e Piero fa persino fatica&lt;br /&gt;a concentrarsi sui suoi amati musical.&lt;br /&gt;E non si trova la voglia nemmeno di&lt;br /&gt;canticchiare “Hello, Dolly!”, come ti possono&lt;br /&gt;venire le parole per affrontare il&lt;br /&gt;giorno dopo, diciamo, Francesco Rutelli?&lt;br /&gt;Ma lo sfogo fassiniano, in più sul giornale&lt;br /&gt;di Feltri, è il segno che il limite è&lt;br /&gt;stato passato, la pazienza esaurita, la tolleranza&lt;br /&gt;grattata via. A Veltroni certo le&lt;br /&gt;orecchie devono aver fischiato ma, sarà&lt;br /&gt;colpa del rumore che sale dai vicoli romani,&lt;br /&gt;il casino resta tutto e perfettamente&lt;br /&gt;intatto. “Undici ristoranti in una piazza&lt;br /&gt;di quattrocento metri quadri, mi pare&lt;br /&gt;francamente eccessivo”, ha elencato&lt;br /&gt;Fassino. La piazzetta è a poca distanza&lt;br /&gt;da Montecitorio. “Macché: sette ristoranti,&lt;br /&gt;un’enoteca e un bar”, contabilizza&lt;br /&gt;Luciano Flamini, padrone di uno di&lt;br /&gt;quei ristoranti. Dice: “So’ incazzati solo&lt;br /&gt;in tre, e anche se uno è super importante&lt;br /&gt;non possiamo fare uno scandalo cittadino.&lt;br /&gt;Il divertimento non può essere&lt;br /&gt;bloccato, dalle due di notte è un deserto”.&lt;br /&gt;Dice Flamini che tutte le autorizzazioni&lt;br /&gt;sono state rispettate, che non c’è&lt;br /&gt;problema di ordine pubblico, che i megafoni&lt;br /&gt;li vendono i cinesi nella strada&lt;br /&gt;accanto, che gli ubriachi non ci sono. “I&lt;br /&gt;ragazzi devono andare da qualche parte&lt;br /&gt;a divertirsi”. Il centro della piazza è&lt;br /&gt;occupato dai bar, certe poltrone fintoghepardate&lt;br /&gt;da restare stupiti, e in effetti&lt;br /&gt;i tavolini sembrano inseguirti dappertutto.&lt;br /&gt;Davanti a un piatto di cacio e pepe&lt;br /&gt;Flamini spiega e rispiega, “nel periodo&lt;br /&gt;estivo la gente fa più rumore, si deve&lt;br /&gt;divertire, poi ci sono pure tanti lavoratori”.&lt;br /&gt;Insomma, l’irritazione fassiniana&lt;br /&gt;lui – costretto a chiudere una discoteca&lt;br /&gt;che aveva a Prati, “perché c’era una signora&lt;br /&gt;che per protestare contro il rumore&lt;br /&gt;si metteva su una croce” – non la capisce.&lt;br /&gt;Taglia corto: “A Torpignattara&lt;br /&gt;non è vero che non c’è rumore, a Torpignattara&lt;br /&gt;non c’è Fassino”. Il quale, mica&lt;br /&gt;è da adesso che lamenta la triste sorte&lt;br /&gt;che sale dalla piazza sottostante. Si&lt;br /&gt;racconta di sue telefonate vecchie di anni&lt;br /&gt;al Campidoglio, “anche stanotte non&lt;br /&gt;ho dormito”, ma niente. Anzi, col tempo&lt;br /&gt;sono arrivati pure i cinesi.&lt;br /&gt;Il problema principale della città pare&lt;br /&gt;la sua paura del vuoto. Dove si vede&lt;br /&gt;una piazza silenziosa, uno slargo pacificato,&lt;br /&gt;un vicolo isolato, lì si corre a inzeppare,&lt;br /&gt;a stipare, a pigiare. Niente può essere&lt;br /&gt;lasciato sgombro, solitario, muto.&lt;br /&gt;L’ammassamento avviene di colpo, con&lt;br /&gt;una sorta di ridanciana isteria. Al peggio,&lt;br /&gt;il locale municipio può piazzarci&lt;br /&gt;una statua – cubi o rombi o colonne falliche&lt;br /&gt;di travertino: Michelangelo dovrebbe&lt;br /&gt;pur trovare il modo di vendicarsi&lt;br /&gt;– pacifici giardinetti “riqualificati” (riqualificazione,&lt;br /&gt;tremenda parola nella&lt;br /&gt;capitale, quasi quanto quell’altra dal&lt;br /&gt;suono minaccioso: restyling) in spianate&lt;br /&gt;pietrose dove manco il cane sa più dove&lt;br /&gt;pisciare (ma dove sanno benissimo dove&lt;br /&gt;pisciare gli umani), utili fontanelle riedificate&lt;br /&gt;in inutili fontanoni. Questo in&lt;br /&gt;periferia. In centro, per dirne una, non&lt;br /&gt;si sa più come scampare – in attesa della&lt;br /&gt;rottura di coglioni della notte – la rottura&lt;br /&gt;di coglioni dell’ora dell’aperitivo.&lt;br /&gt;Detta happy hour, si capisce: manco i&lt;br /&gt;giornalisti in pensione dicono più aperitivo.&lt;br /&gt;Per un bicchiere di prosecco e&lt;br /&gt;qualche stitica tartina, si creano assembramenti&lt;br /&gt;che neanche per le selezioni&lt;br /&gt;della “Sposa perfetta”, s’arraffano sedie&lt;br /&gt;e sgabelli e muretti, si punta il residuo&lt;br /&gt;onore (inconsapevoli Siffredi) sulla conquista&lt;br /&gt;di una patatina. E lì tutti stanno,&lt;br /&gt;con il portatile aperto sulle gambe ad altezza&lt;br /&gt;inguine, freneticamente battono e&lt;br /&gt;battono sui tasti, e deve essere un lavoro&lt;br /&gt;defatigante se non si può staccare&lt;br /&gt;neanche per il momento della bevuta. O&lt;br /&gt;magari la solita fuffa, qualche improduttiva&lt;br /&gt;e geniale pippetta tecnologica, però&lt;br /&gt;pure pippetta di tendenza, quella genere&lt;br /&gt;Second life – “Oh, lo sai chi sono diventato?”&lt;br /&gt;“Qualcosa di meglio di una testa&lt;br /&gt;di cazzo?” – facendo onestamente&lt;br /&gt;piuttosto pena la prima – di life, oh yes!&lt;br /&gt;Manco i poveracci alla mensa della Caritas&lt;br /&gt;fanno un simile attruppamento in&lt;br /&gt;attesa dei viveri. Beh, certo, è socialità.&lt;br /&gt;Te ne stai seduto un muretto, con in mano&lt;br /&gt;un bicchierone da dove spuntano&lt;br /&gt;montagne di ghiaccio (colpo mortale al&lt;br /&gt;Polo, tutto il ghiaccio che serve per rinfrescare&lt;br /&gt;un degno happy hour), basilico&lt;br /&gt;o menta o verdura varia, tre o quattro&lt;br /&gt;cannucce colorate: un manufatto di tali&lt;br /&gt;proporzioni che, degnamente riempito,&lt;br /&gt;potrebbe servire per passare lo straccio&lt;br /&gt;a due o tre uffici. Saggiamente, qualche&lt;br /&gt;poveraccio che abita da quelle parti a&lt;br /&gt;un certo punto minaccia la benemerita&lt;br /&gt;secchiata d’acqua, che purtroppo quasi&lt;br /&gt;mai arriva. “Non ti vergogni?”, ha urlato&lt;br /&gt;un signore a una che gli stava pisciando&lt;br /&gt;nell’androne di casa. “Vergognati tu, che&lt;br /&gt;abiti a Trastevere!”, la replica della signora&lt;br /&gt;dall’incontenibile vescica. Con l’avanzare&lt;br /&gt;della notte – aperto lo stomaco&lt;br /&gt;con la prima bevuta – la faccenda si fa&lt;br /&gt;ancora più buia.&lt;br /&gt;Nelle notti romane abbondano il vomito&lt;br /&gt;(dove capita), il piscio (dove capita),&lt;br /&gt;gli ubriachi (in molti posti), il rumore&lt;br /&gt;(dappertutto). L’insopportabilità corre&lt;br /&gt;ormai sotto la pelle della città. Se uno&lt;br /&gt;come Fassino non riesce a cavare un ragno&lt;br /&gt;dal buco, figuratevi un poveraccio&lt;br /&gt;qualunque. L’idea del divertimentificio&lt;br /&gt;capitolino – c’è gente che preferisce Roma&lt;br /&gt;a Rimini, e non certo per la Galleria&lt;br /&gt;Borghese a portata di mano – è andata&lt;br /&gt;forse oltre ogni intenzione, e adesso appare&lt;br /&gt;fuori controllo. Il diritto a rompere&lt;br /&gt;i timpani con urli e strepiti alle tre del&lt;br /&gt;mattino viene, nel migliore dei casi,&lt;br /&gt;messo sullo stesso piano del diritto al silenzio.&lt;br /&gt;E quasi sempre vince il primo. Il&lt;br /&gt;cuore di Roma è un’immensa distesa di&lt;br /&gt;tavolini, tutta una magnata rumorosa&lt;br /&gt;lungo strade e piazze e anfratti. Turisti&lt;br /&gt;dall’aria non proprio sveglissima, camerieri&lt;br /&gt;che funzionano come buttadentro,&lt;br /&gt;cibi a volte ottimi, lasagne che a vederle&lt;br /&gt;fanno ribrezzo. Roma magna e beve. Poi&lt;br /&gt;suona e urla.&lt;br /&gt;Ora qui si pone il problema: come&lt;br /&gt;mai la città che ha il sindaco più beneducato&lt;br /&gt;del mondo, di suo vocato pure alla&lt;br /&gt;letteratura, curioso e sensibile, è diventata&lt;br /&gt;una città di simile maleducazione,&lt;br /&gt;di simile invasione, spesso di simile&lt;br /&gt;cattivo gusto? Ha chiesto un carabiniere&lt;br /&gt;a un inquilino esasperato dal grande pisciatorio&lt;br /&gt;sotto casa sua: “Possiamo venire&lt;br /&gt;sul suo balcone a controllare?”. Massima&lt;br /&gt;disponibilità: “Certo. Basta che&lt;br /&gt;portate pure i cecchini”. C’è l’adrenalina&lt;br /&gt;che corre per i vicoli del centro e c’è&lt;br /&gt;la bile che scoppia nelle case circostanti.&lt;br /&gt;Ecco, questo è il mistero. Persino il&lt;br /&gt;prefetto della città, Achille Serra, garbato&lt;br /&gt;e civile, anch’esso con una vocazione&lt;br /&gt;alla scrittura e portato a una certa comprensione&lt;br /&gt;dei fenomeni della modernità,&lt;br /&gt;“a Montmartre e a Londra locali e&lt;br /&gt;ristoranti non chiudono prima delle tre.&lt;br /&gt;E noi che facciamo, chiudiamo a mezzanotte?”,&lt;br /&gt;è personificazione della buona&lt;br /&gt;educazione. E allora, il “me ne frego” rispetto&lt;br /&gt;a tutti gli altri, da dove nasce?&lt;br /&gt;Questa sorta di regressione al primitivo&lt;br /&gt;e al casino, questa diffusa cafonaggine&lt;br /&gt;di massa, da dove nasce? A macchia di&lt;br /&gt;leopardo, l’irritazione – stando alle cronache&lt;br /&gt;cittadine – s’allarga giorno per&lt;br /&gt;giorno: dalla piazzetta di Fassino a Trastevere,&lt;br /&gt;con certi vicoletti di pochi metri&lt;br /&gt;e più di venti locali, da Testaccio a Prati&lt;br /&gt;a San Lorenzo a Campo de’ Fiori, dove&lt;br /&gt;da tempo si lotta per mantenere il&lt;br /&gt;controllo della zona con una perigliosità&lt;br /&gt;da strategia afghana. “Lì fanno il ‘violence’,&lt;br /&gt;un gioco violentissimo con la palla,&lt;br /&gt;una sorta di uno contro tutti. Ferocia e&lt;br /&gt;feriti”, racconta con amara ironia un poliziotto.&lt;br /&gt;Avanzano i posti di tendenza,&lt;br /&gt;avanza il casino. L’ultima trovata arriva&lt;br /&gt;dal Financial Times, che ha puntato l’occhio&lt;br /&gt;sull’Ostiense, “qui abita la nuova&lt;br /&gt;Dolce Vita”, e se finora intorno al gazometro&lt;br /&gt;se l’erano cavata, adesso arrivano&lt;br /&gt;i problemi. Tutto prende l’apparenza di&lt;br /&gt;Dolce Vita, a Roma, tutto diventa evento,&lt;br /&gt;tutto si stipa e si rifila e si ricicla – e&lt;br /&gt;così diventa pure, per molti, al più solo&lt;br /&gt;una vitaccia. L’esatto contrario di quello&lt;br /&gt;che pure ha sostenuto un architetto come&lt;br /&gt;Massimiliano Fuksas: “Bisogna togliere,&lt;br /&gt;togliere, togliere”.&lt;br /&gt;Pattuglioni di ubriachi vagano per la&lt;br /&gt;città. C’è qualcosa di surreale nelle dispute&lt;br /&gt;che si accendono nella capitale,&lt;br /&gt;dalla “guerra dei tavolini”, apparentemente&lt;br /&gt;una tacca sopra la classica&lt;br /&gt;“guerra dei bottoni”, in realtà marea&lt;br /&gt;montante topomasticamente dilagante,&lt;br /&gt;pure in vicoli dove certe sere quasi non&lt;br /&gt;passi neanche a piedi. Quelle tavolate&lt;br /&gt;all’aperto che Fellini immaginò grevi&lt;br /&gt;ma allegre nel suo “Roma” ormai trasformate&lt;br /&gt;in una palude informe, senza&lt;br /&gt;capo né coda. “Tavolino selvaggio” lo&lt;br /&gt;chiamano i giornali: un classico capitolino.&lt;br /&gt;E poi, la “guerra della bottiglie” –&lt;br /&gt;e leva il vetro, e metti il vetro, e senti il&lt;br /&gt;Tar – e ogni faccenda si fa eterna, e più&lt;br /&gt;si allunga nel tempo e più si allontana&lt;br /&gt;nella soluzione. A Roma l’alcol scorre a&lt;br /&gt;fiumi, quattro ubriachi stranieri hanno&lt;br /&gt;danneggiato la fontana di piazza di Spagna,&lt;br /&gt;e senza alcol una signora si è spogliata&lt;br /&gt;e infilata dentro quella di Trevi.&lt;br /&gt;A volte pare un “tana libera tutti” senza&lt;br /&gt;grazia e senza misura, la capitale. Dicono:&lt;br /&gt;ah, milioni di turisti in più! Una&lt;br /&gt;sorta di altro dogma, i turisti. Ora, se&lt;br /&gt;uno non è un oste o un tassita o un borseggiatore,&lt;br /&gt;che gliene frega dei turisti?&lt;br /&gt;Essendo poi una passione cittadina&lt;br /&gt;quella delle nozze con i fichi secchi, i&lt;br /&gt;turisti son milioni, gli autobus sempre&lt;br /&gt;gli stessi, così ti ritrovi certe chiappone&lt;br /&gt;americane che, puoi spingere come&lt;br /&gt;vuoi, ma sul tram non sali. I giornali,&lt;br /&gt;nelle cronache minute, fanno impressione.&lt;br /&gt;Gli atti di piccola prepotenza e di&lt;br /&gt;piccolo vandalismo sembrano far parte&lt;br /&gt;ormai del paesaggio urbano. C’è chi si&lt;br /&gt;arrangia come può. Su Internet si trovano&lt;br /&gt;testimonianze tra la rabbia e la tenerezza.&lt;br /&gt;“Tempo fa una band composta da&lt;br /&gt;tamburelli, tamburi, fisarmoniche e chi&lt;br /&gt;più ne ha più ne metta, stazionava sotto&lt;br /&gt;la mia finestra, e nonostante un invito&lt;br /&gt;educato ad andarsene ha preso a suonare&lt;br /&gt;a più non posso con evidenti sorrisetti&lt;br /&gt;di sfida. Gli ho fatto il bagno! Tempo&lt;br /&gt;cinque minuti (notate la tempestività)&lt;br /&gt;un carabiniere mi ha bussato alla&lt;br /&gt;porta di casa…”. Perché se non si urla&lt;br /&gt;si suona, essendo il concertino sgangherato&lt;br /&gt;ormai elevato al rango di diritto inviolabile.&lt;br /&gt;“Oggi abbiamo iniziato intorno&lt;br /&gt;alle nove di mattina. Fisarmonica,&lt;br /&gt;poi orchestrina jazz, poi piccola band&lt;br /&gt;di tamburelli e fisarmonica, quindi sassofono&lt;br /&gt;e di nuovo fisarmonica, con un&lt;br /&gt;interminabile medley di brani, da besame&lt;br /&gt;mucho a barcarolo romano passando&lt;br /&gt;per ‘o sole mio. In questo momento&lt;br /&gt;c’è un tale con trombe, trombette, fisarmonica&lt;br /&gt;e strumenti vari, speriamo bene&lt;br /&gt;per la notte”. E neanche è cominciata&lt;br /&gt;la parata musical-godereccia dell’Estate&lt;br /&gt;romana… Al massimo, per ora è il&lt;br /&gt;turno dei punkabbestia, che provano a&lt;br /&gt;intenerire i passanti per scucire qualcosa.&lt;br /&gt;Cioè, ci provano le bestie al seguito,&lt;br /&gt;essendo alla bisogna i padroni decisamente&lt;br /&gt;inadatti.&lt;br /&gt;La Roma incazzata per questo groviglio&lt;br /&gt;di suoni e urla e piscio si ritrova&lt;br /&gt;spesso nelle lettere alle cronache dei&lt;br /&gt;giornali, dal Messaggero a Repubblica&lt;br /&gt;fino a quelle a Maria Latella, che da sei&lt;br /&gt;anni cura quelle del Corriere romano, e&lt;br /&gt;ne ha già lette qualche migliaio. Ed è&lt;br /&gt;appunto la maleducazione montante –&lt;br /&gt;se restiamo al disagio, senza inoltrarsi&lt;br /&gt;sul versante della criminalità – l’elemento&lt;br /&gt;che più colpisce. Caos e schiamazzi,&lt;br /&gt;“scandalosa inciviltà”, i passeggini&lt;br /&gt;dei bambini bloccati, i motorini&lt;br /&gt;ovunque, la notte brava, i vandalismi, le&lt;br /&gt;miniproteste che prendono in ostaggio&lt;br /&gt;tutta la città… Persino l’Atac promette&lt;br /&gt;“interventi formativi mirati allo scopo&lt;br /&gt;di migliorare la professionalità del proprio&lt;br /&gt;personale” (al momento, ha cambiato&lt;br /&gt;le divise). Sì, certo, Roma secondo&lt;br /&gt;le statistiche è decentemente sicura, il&lt;br /&gt;sindaco butta giù ogni schifezza abusiva,&lt;br /&gt;ma a volte la realtà si scontra, pure&lt;br /&gt;mediaticamente, con le più belle intenzioni.&lt;br /&gt;Cronaca di Repubblica, qualche&lt;br /&gt;giorno fa. In alto, articolo sul sindaco&lt;br /&gt;che ha portato aiuti nel Malawi: “Cara&lt;br /&gt;Africa, ritorneremo”. Poco più sotto,&lt;br /&gt;una lettera: “Insultata da un africano in&lt;br /&gt;viale XXI Aprile”. Ecco.&lt;br /&gt;Qualcosa, nella quotidianità di Roma,&lt;br /&gt;sta cedendo. Basta uno sguardo&lt;br /&gt;per accorgersene. Il centro, per esempio,&lt;br /&gt;in certi momenti pare una piccola&lt;br /&gt;Calcutta: una generalizzata corsa all’accattonaggio,&lt;br /&gt;al falso sentimento di&lt;br /&gt;pietà, alla molestia continua. Sciancati&lt;br /&gt;finti e menomati veri che si trascinano&lt;br /&gt;su carrettini, ubriachi che pretendono&lt;br /&gt;al semaforo di lordare con una&lt;br /&gt;pezza i fanali (neanche più pulire il vetro)&lt;br /&gt;e che urlano, zingare finte vecchie&lt;br /&gt;e finte zoppe che arrancano al semaforo&lt;br /&gt;rosso, per scattare con passo lesto al&lt;br /&gt;momento del verde, gente che espone&lt;br /&gt;gambe con croste sanguinanti, monconi&lt;br /&gt;di arti, bimbi costretti a mendicare,&lt;br /&gt;intere famiglie di pulitori di vetri che&lt;br /&gt;presidiano gli incroci più ambiti, posteggiatori&lt;br /&gt;abusivi con l’aria da tagliagole,&lt;br /&gt;quelli che si piazzano dietro le&lt;br /&gt;porte delle chiese. Poi, quasi un’impresa&lt;br /&gt;un viaggio in autobus senza il musicista&lt;br /&gt;ambulante che da tempo ha smesso&lt;br /&gt;di essere il tenero violinista squattrinato&lt;br /&gt;da cinema neorealista, che ti&lt;br /&gt;molla quelle due o tre solite musichette,&lt;br /&gt;indifferente alle chiacchiere o agli&lt;br /&gt;spazi, e con granitica efficienza fa tre&lt;br /&gt;fermate in su e tre fermate in giù, non&lt;br /&gt;una di meno non una di più. Se si percorre&lt;br /&gt;la strada da via Nazionale fino a&lt;br /&gt;via Arenula, attraversando il centro, si&lt;br /&gt;trovano ogni genere di nuovo accattonaggio,&lt;br /&gt;da una vetrina all’altra intere&lt;br /&gt;comitive scandiscono il percorso. E&lt;br /&gt;con un’attenzione capillare ai fatti della&lt;br /&gt;geopolitica, evolvendo anno per anno&lt;br /&gt;da “povera di Bosnia” a “povera di&lt;br /&gt;Romania” – essendo sempre la stessa&lt;br /&gt;sfortunata questuante. Se si riesce a&lt;br /&gt;evitare il borseggio da parte degli zingarelli&lt;br /&gt;– ora spediti a far razzia di vestiti&lt;br /&gt;come adolescenti qualunque: sui&lt;br /&gt;giornali esistono paginate di sequenze&lt;br /&gt;fotografiche che raccontano il danno al&lt;br /&gt;turista più jellato. Roma così si fa insopportabile,&lt;br /&gt;piccolo percorso di esasperazione&lt;br /&gt;quotidiana, tra lo scampare&lt;br /&gt;al borseggio e il parcheggiare con un&lt;br /&gt;ubriaco che ti urla vicino e ti chiede i&lt;br /&gt;soldi. Una faccenda forse complementare&lt;br /&gt;all’altra faccia della città, quella&lt;br /&gt;dei ristoranti, dei mille ritrovi, dei cento&lt;br /&gt;casini: allegra così, così da far tristezza.&lt;br /&gt;Confusione senza allegria, perciò,&lt;br /&gt;qualcosa che pare aver preso del&lt;br /&gt;veltronismo solo l’apparenza, rifiutando&lt;br /&gt;la sostanza. Veltroni, certo, molto si&lt;br /&gt;spende. Evoca memoria (ogni memoria)&lt;br /&gt;e altruismo e buoni esempi. Però a&lt;br /&gt;Marco Lodoli succede di fare un giro&lt;br /&gt;intorno a un liceo e di contare ben 92&lt;br /&gt;(novantadue!) macchinine, quelle con&lt;br /&gt;motore 50, lì posteggiate dagli studiosi&lt;br /&gt;adolescenti. Vengono certi pensieri,&lt;br /&gt;ma forse semplicemente non si fidano&lt;br /&gt;del plebeo autobus. O l’hanno trovato&lt;br /&gt;già pieno di turisti.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-1990158973577779253?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/1990158973577779253/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=1990158973577779253' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/1990158973577779253'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/1990158973577779253'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2007/05/volgarit-roma.html' title='Volgarità a Roma'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-2857715352813622820</id><published>2007-05-17T07:12:00.000-07:00</published><updated>2007-05-17T07:13:24.849-07:00</updated><title type='text'>La fuga dei nostri fratelli dall'Iraq</title><content type='html'>Nel 1976 un team di archeologi iracheni&lt;br /&gt;scoprì una chiesa del quinto&lt;br /&gt;secolo vicino alla città santa sciita di&lt;br /&gt;Kerbala. Costruita centoventi anni prima&lt;br /&gt;dell’avvento dell’islam in Mesopotamia,&lt;br /&gt;la chiesa, durante quell’enorme&lt;br /&gt;campo di concentramento in superficie&lt;br /&gt;con fosse comuni sotto terra che era il&lt;br /&gt;regime di Saddam Hussein, fu trasformata&lt;br /&gt;in un poligono di tiro. “In quel periodo&lt;br /&gt;un milione di persone fu deportato,&lt;br /&gt;per la maggior parte curdi e cristiani”&lt;br /&gt;ha detto il vicepremier Barham Salih.&lt;br /&gt;Saddam pose le chiese sotto il controllo&lt;br /&gt;del ministero delle proprietà islamiche,&lt;br /&gt;noto come “Awqaf”, ne bombardò&lt;br /&gt;a centinaia. I nuovi nati non potevano&lt;br /&gt;essere chiamati con i nomi cristiani&lt;br /&gt;e il siriaco fu bandito. In cambio&lt;br /&gt;il regime garantiva una certa tranquillità&lt;br /&gt;alla comunità caldea, alla quale apparteneva&lt;br /&gt;il ministro degli Esteri di&lt;br /&gt;Saddam, Tareq Aziz.&lt;br /&gt;I cristiani iracheni ora stanno soccombendo&lt;br /&gt;di fronte a una minaccia più&lt;br /&gt;terrificante dell’arabizzazione di Saddam,&lt;br /&gt;che distrusse duecento villaggi cristiani&lt;br /&gt;fra il 1960 e il 1988: l’estinzione fisica&lt;br /&gt;di massa, la caccia all’uomo scatenata&lt;br /&gt;da al Qaida e dall’insorgenza. “Faremo&lt;br /&gt;tutto il possibile per salvarli” ha&lt;br /&gt;detto il premier Nouri al Maliki. Agenzie&lt;br /&gt;di stampa come Fides e AsiaNews,&lt;br /&gt;ma soprattutto organi di informazione&lt;br /&gt;assiri e caldei, diffondono le cronache&lt;br /&gt;sul massacro degli eredi degli apostoli&lt;br /&gt;nella terra dei due fiumi. Un eccidio&lt;br /&gt;che ricorda le immagini dei quattro padri&lt;br /&gt;bianchi uccisi in Algeria nel 1992,&lt;br /&gt;dei sette monaci trappisti sgozzati nel&lt;br /&gt;1996 e delle tre missionarie crivellate in&lt;br /&gt;Yemen nel 1998. Un’ecatombe senza&lt;br /&gt;precedenti. La fine di un mondo. La distruzione&lt;br /&gt;delle origini. “C’è un’altra&lt;br /&gt;guerra in Iraq: la guerra contro la cristianità”&lt;br /&gt;dice Arnold Beichman della&lt;br /&gt;Hoover Institution. Nina Shea, che dirige&lt;br /&gt;il Freedom House’s Centre for Religious&lt;br /&gt;Freedom, definisce i cristiani “canarini&lt;br /&gt;nella miniera del medio oriente”.&lt;br /&gt;E parla di “pulizia etnica”.&lt;br /&gt;Lawrence Kaplan di New Republic&lt;br /&gt;scrive che “sunniti e sciiti concordano&lt;br /&gt;su poco, tranne che sulla persecuzione&lt;br /&gt;dei cristiani”. Andy Darmoo, presidente&lt;br /&gt;di Save the Assiryans, ha parlato di&lt;br /&gt;“fine della cristianità in Iraq”. Oltre la&lt;br /&gt;metà dei cristiani ha già abbandonato&lt;br /&gt;il paese. “Entro vent’anni non ci saranno&lt;br /&gt;più cristiani” dice Wijdan Mikha’il,&lt;br /&gt;ministro per i Diritti umani nel nuovo&lt;br /&gt;Iraq. “Mi sono sempre considerato prima&lt;br /&gt;iracheno, poi cristiano. Oggi si dice&lt;br /&gt;che un cristiano è ‘infedele’”. Liquidata&lt;br /&gt;la comunità ebraica, quella dei Profeti&lt;br /&gt;e degli scribi del Talmud, anche&lt;br /&gt;l’ottanta per cento dei mandei, il più&lt;br /&gt;antico culto gnostico, ha lasciato l’Iraq.&lt;br /&gt;Nel gennaio 2005 una delle loro figure&lt;br /&gt;di spicco, Read Radhi Habib, fu ucciso&lt;br /&gt;dopo aver rifiutato di convertirsi all’islam.&lt;br /&gt;Poi fu la volta dei tre fratelli&lt;br /&gt;Juhily, rapiti e sgozzati. “I fanatici islamici&lt;br /&gt;ci attaccano per ciò che siamo” dice&lt;br /&gt;Yonadam Kanna, parlamentare cristiano&lt;br /&gt;di Baghdad.&lt;br /&gt;E’ stata appena assassinata la segretaria&lt;br /&gt;di una clinica cristiana di Mosul.&lt;br /&gt;Il giorno dopo un fedele della parrocchia&lt;br /&gt;di San Paolo. Quattro mesi fa padre&lt;br /&gt;Munthir, settantenne reverendo&lt;br /&gt;della chiesa presbiteriana di Mosul, fu&lt;br /&gt;ritrovato con un proiettile nel cranio.&lt;br /&gt;“Uccideremo tutti i cristiani iniziando&lt;br /&gt;da lui” avevano detto i rapitori. Poi due&lt;br /&gt;suore caldee, Fawzeiyah e Margaret&lt;br /&gt;Naoum, pugnalate a morte a Baghdad.&lt;br /&gt;Il direttore del Museo nazionale iracheno,&lt;br /&gt;l’assiro Donny George, è fuggito&lt;br /&gt;in Siria. “Centinaia di cristiani sono&lt;br /&gt;stati uccisi e le loro chiese distrutte”,&lt;br /&gt;denuncia Romeo Hakkari, leader di&lt;br /&gt;House of the Two Rivers Democratic&lt;br /&gt;Party. Una buona notizia è che al monastero&lt;br /&gt;di Mar Gorghis di Mosul è stato&lt;br /&gt;inaugurato l’anno accademico di teologia.&lt;br /&gt;Classi rigorosamente miste, nonostante&lt;br /&gt;la minaccia della sharia.&lt;br /&gt;Una bambina caldea di Baghdad è&lt;br /&gt;stata riconsegnata morta alla famiglia&lt;br /&gt;dopo il sequestro. A Tell el Skop sono&lt;br /&gt;appena stati uccisi nove cristiani, fra&lt;br /&gt;cui due bambini. “I cristiani sono ormai&lt;br /&gt;considerati in via di estinzione”. Sono le&lt;br /&gt;parole di Bashar Warda, rettore del Seminario&lt;br /&gt;maggiore trasferito da Baghdad&lt;br /&gt;in Kurdistan per motivi di sicurezza. La&lt;br /&gt;chiesa di Baghdad dedicata alla Vergine&lt;br /&gt;è stata bombardata nel settembre&lt;br /&gt;scorso, uccidendo due fedeli. Il 5 agosto&lt;br /&gt;2005 una studentessa assira dell’Università&lt;br /&gt;di Mosul, Anita Tyadors, venne&lt;br /&gt;giustiziata perché parlava inglese, vestiva&lt;br /&gt;occidentale, era orgogliosamente&lt;br /&gt;cristiana. Pochi giorni dopo ci fu il massacro&lt;br /&gt;di quattro assiri che scortavano&lt;br /&gt;Pascale Warda, l’unico ministro donna&lt;br /&gt;del governo Jafaari. La Society for Threatened&lt;br /&gt;Peoples pubblica un rapporto&lt;br /&gt;sulle violenze contro i cristiani all’Università&lt;br /&gt;di Mosul, “aggrediti come&lt;br /&gt;‘agenti americani’”. I jihadisti usano&lt;br /&gt;contro i cristiani la stessa accusa che la&lt;br /&gt;monarchia hashemita, spodestata dal&lt;br /&gt;fascismo baathista, utilizzò per la loro&lt;br /&gt;collaborazione con l’impero inglese.&lt;br /&gt;“Uniamoci per mettere fine a questa&lt;br /&gt;follia” è la richiesta di aiuto che i vescovi&lt;br /&gt;hanno lanciato al vertice di&lt;br /&gt;Sharm el Sheikh di due settimane fa. Il&lt;br /&gt;portavoce della conferenza dei vescovi&lt;br /&gt;americani, Thomas Wenski, chiede a&lt;br /&gt;Condoleeza Rice di intervenire.&lt;br /&gt;La popolazione cristiana che nel 2003&lt;br /&gt;contava un milione e 200 mila persone,&lt;br /&gt;ora è scesa a 600 mila. A Ninive, antico&lt;br /&gt;nome di Mosul, è nato il profeta Jonah.&lt;br /&gt;Qui caldei e assiri, i più antichi abitanti&lt;br /&gt;dell’Iraq, pregano ancora in aramaico,&lt;br /&gt;la lingua di Gesù. Ancora per buona&lt;br /&gt;parte del Novecento sono state censite&lt;br /&gt;minoranze di ebrei, yezidi e cristiani, e,&lt;br /&gt;tra questi, cattolici, protestanti, mandei,&lt;br /&gt;armeni, ortodossi, nestoriani e monofisiti&lt;br /&gt;giacobiti. Ora a migliaia i cristiani&lt;br /&gt;fuggono verso la città curda di Ain&lt;br /&gt;Kawa. Qui il mullah wahabita Krekar&lt;br /&gt;aveva imposto la chiusura dei negozi&lt;br /&gt;durante la preghiera, il burqa alle donne,&lt;br /&gt;le parabole satellitari e la musica&lt;br /&gt;strumentale, eliminando le foto femminili&lt;br /&gt;da ogni prodotto importato dall’estero.&lt;br /&gt;La libertà tornò sovrana nel 2003,&lt;br /&gt;al seguito delle truppe americane. Città&lt;br /&gt;fiore all’occhiello del generale Petraues,&lt;br /&gt;Mosul è oggi terra di conquista&lt;br /&gt;anticristiana. Negli ultimi quindici giorni&lt;br /&gt;decine di famiglie, le poche che resistono&lt;br /&gt;all’esilio, hanno ricevuto intimidazioni&lt;br /&gt;in cui si chiede di pagare un&lt;br /&gt;“contributo alla resistenza; pena la vita”.&lt;br /&gt;A Baghdad la famiglia di Mazen&lt;br /&gt;Sako è stata attaccata da miliziani vestiti&lt;br /&gt;di nero: “Siamo venuti a sterminarvi.&lt;br /&gt;Sarà la fine per voi cristiani”. Hanno&lt;br /&gt;ucciso Majed di dieci anni. Il patriarcato&lt;br /&gt;caldeo ha trasferito nel Kurdistan il&lt;br /&gt;Babel College, che detiene la più antica&lt;br /&gt;biblioteca cristiana, e il Seminario di&lt;br /&gt;San Pietro. A nord i cristiani sono protetti&lt;br /&gt;dai peshmerga, leggendaria milizia&lt;br /&gt;curda. Gruppi islamici vanno imponendo&lt;br /&gt;la tassa sui “sudditi” a Baghdad e&lt;br /&gt;Mosul, la celebre jiza, l’imposta abolita&lt;br /&gt;dall’Impero ottomano. “I non musulmani&lt;br /&gt;devono pagare il tributo al jihad se&lt;br /&gt;vogliono avere il permesso di continuare&lt;br /&gt;a vivere e professare la fede in Iraq”.&lt;br /&gt;I cristiani sono anche costretti a lasciare&lt;br /&gt;le case dopo che lettere minatorie ne&lt;br /&gt;assegnano la proprietà a musulmani.&lt;br /&gt;Quelli che vogliono vendere non riescono&lt;br /&gt;a trovare acquirenti, gli imam hanno&lt;br /&gt;detto: “Non comprate dagli infedeli, lo&lt;br /&gt;avremo gratuitamente”.&lt;br /&gt;Una fatwa vieta di compiere in pubblico&lt;br /&gt;gesti rituali. “Togliete le croci dalle&lt;br /&gt;chiese o le daremo alle fiamme”. E’&lt;br /&gt;la minaccia alla chiesa caldea di San&lt;br /&gt;Pietro e Paolo di Dora, il grande quartiere&lt;br /&gt;cristiano di Baghdad. Nel febbraio&lt;br /&gt;2004 a Erbil, i tagliateste di Ansar al&lt;br /&gt;Sunna, assassini dei dodici nepalesi,&lt;br /&gt;provocarono cento morti nelle sedi dei&lt;br /&gt;partiti curdi. “I crociati sono entrati nelle&lt;br /&gt;province di Kirkuk” si lesse nella rivendicazione.&lt;br /&gt;Nel 2004 fu ucciso l’assiro&lt;br /&gt;Ra’aad Augustine Qoryaqos, docente di&lt;br /&gt;medicina della al Anbar University.&lt;br /&gt;Nella rivendicazione Zarkawi mise assieme&lt;br /&gt;“la Guardia nazionale pagana” e&lt;br /&gt;i “collaborazionisti crociati”. Nel marzo&lt;br /&gt;2004 due cristiani di Baghdad, Ameejon&lt;br /&gt;Barama e sua moglie Jewded, furono ritrovati&lt;br /&gt;con la gola recisa. Il 21 ottobre la&lt;br /&gt;morte si avventò sul traduttore assiro&lt;br /&gt;Layla Elias Kakka Essa. Sono oltre trecento&lt;br /&gt;i traduttori assassinati dai terroristi.&lt;br /&gt;Un numero di poco superiore a&lt;br /&gt;quello degli accademici uccisi dal 2003.&lt;br /&gt;Un mese dopo al Qaida passò al lancio&lt;br /&gt;di granate sulle chiese. Shlemon&lt;br /&gt;Warduni, vescovo dei caldei di Baghdad,&lt;br /&gt;ha detto che “da due mesi molte&lt;br /&gt;chiese non hanno più croci sulle loro&lt;br /&gt;cupole”, come la chiesa assira di San&lt;br /&gt;Giorgio, a cui gli islamisti hanno staccato&lt;br /&gt;la croce, per quella caldea di San&lt;br /&gt;Giovanni ci hanno pensato i fedeli. L’agenzia&lt;br /&gt;Sir rende noto che i cristiani di&lt;br /&gt;Dora possono rimanere solo se accettano&lt;br /&gt;di dare in moglie una figlia o una sorella&lt;br /&gt;a un musulmano, creando i presupposti&lt;br /&gt;di “una progressiva conversione&lt;br /&gt;dell’intero nucleo familiare all’islam”.&lt;br /&gt;Raymond Moussalli, portavoce&lt;br /&gt;dei rifugiati cristiani, ha detto che sette&lt;br /&gt;chiese a Dora hanno chiuso. Una&lt;br /&gt;fatwa vieta di portare la croce al collo.&lt;br /&gt;“I cristiani stanno morendo” dice Louis&lt;br /&gt;Sako, arcivescovo di Kirkuk, mentre&lt;br /&gt;giungono notizie di autobombe e uccisioni&lt;br /&gt;di cristiani anche dalle zone curde.&lt;br /&gt;Padre Adris Hanna avverte che “i&lt;br /&gt;preti vengono rapiti, le donne violentate,&lt;br /&gt;a Bassora un ragazzo di 14 anni è stato&lt;br /&gt;crocefisso”. “Quella dei cristiani iracheni&lt;br /&gt;è stata fra le prime comunità al&lt;br /&gt;mondo, con il rito siriaco e la lingua&lt;br /&gt;aramaica” dice padre Bernardo Cervellera,&lt;br /&gt;direttore di AsiaNews. “E’ in&lt;br /&gt;corso una guerra contro il cristianesimo&lt;br /&gt;e ‘la’ radice cristiana. Queste comunità&lt;br /&gt;sono importanti nella storia dell’evangelizzazione.&lt;br /&gt;La difesa dei cristiani&lt;br /&gt;non è confessionale, ma di civiltà. Il tradimento&lt;br /&gt;dell’occidente è complice dell’islamismo&lt;br /&gt;panarabo”.&lt;br /&gt;Nel mirino anche i pagani. Tre settimane&lt;br /&gt;fa sono stati giustiziati 23 yazidi,&lt;br /&gt;antichissima setta prezoroastriana, sulla&lt;br /&gt;strada fra Mosul e Ba’ashika, villaggio&lt;br /&gt;a maggioranza cristiano. Hanno fermato&lt;br /&gt;l’autobus e li hanno uccisi dopo&lt;br /&gt;aver fatto scendere i cristiani, a cui&lt;br /&gt;hanno imposto la tassa. Il 21 ottobre&lt;br /&gt;2004 i corpi di due yazidi furono trovati&lt;br /&gt;senza testa fra Talafar e Sinjar. Alle&lt;br /&gt;donne cristiane viene chiesto di rispettare&lt;br /&gt;la sharia, altrimenti rischiano la&lt;br /&gt;morte, e alcune sono state uccise.&lt;br /&gt;Anche la nuova Costituzione, la prima&lt;br /&gt;antifondamentalista del mondo islamico&lt;br /&gt;e sostenuta dai cristiani, è al centro&lt;br /&gt;della furia jihadista perché all’articolo&lt;br /&gt;14 dice che “gli iracheni sono tutti&lt;br /&gt;uguali senza distinzione di sesso, etnia,&lt;br /&gt;nazionalità, origine, colore, religione”,&lt;br /&gt;e all’articolo 7: “Ogni comportamento&lt;br /&gt;che appoggi, aiuti, istighi o propaghi il&lt;br /&gt;razzismo, il terrorismo, il takfir (dichiarare&lt;br /&gt;infedele), la pulizia etnica sono&lt;br /&gt;proibiti”. Nell’ideologia takfir è lecito&lt;br /&gt;uccidere gli “infedeli”, compresi i musulmani&lt;br /&gt;che non seguono la sharia. E’&lt;br /&gt;ammesso l’omicidio di bambini perché&lt;br /&gt;non pecchino in futuro. “Avete goduto&lt;br /&gt;della pace nella terra dei musulmani.&lt;br /&gt;La vostra malevolenza è diventata evidente&lt;br /&gt;quando sono penetrati gli invasori.&lt;br /&gt;Hanno trovato grande sostegno fra i&lt;br /&gt;cristiani come interpreti e informatori.&lt;br /&gt;I cristiani sono agenti degli occupanti”.&lt;br /&gt;Questo mandato di morte fu diffuso dalle&lt;br /&gt;“Brigate per la liquidazione degli&lt;br /&gt;agenti cristiani”.&lt;br /&gt;A settembre fu decapitato padre&lt;br /&gt;Amer Iskander, sequestrato dopo il discorso&lt;br /&gt;a Ratisbona di Benedetto XVI&lt;br /&gt;dai “Leoni dell’islam”. “Il ciarlatano&lt;br /&gt;Benedetto XVI ricorda Urbano II a Claremont”&lt;br /&gt;disse il successore di Zarkawi,&lt;br /&gt;Abu Ayyub al Masri. L’uccisione del coreano&lt;br /&gt;Kim Sun-il fu rivendicata contro&lt;br /&gt;“un cristiano che voleva evangelizzare&lt;br /&gt;la terra dell’islam”. I rapitori di Iskander&lt;br /&gt;volevano trenta cartelle di scuse affisse&lt;br /&gt;sulle chiese di Mosul. Il ministro&lt;br /&gt;curdo Sarkis Ghajan doveva bloccare la&lt;br /&gt;costruzione di case per i cristiani in arrivo.&lt;br /&gt;Il giorno della morte di Iskander,&lt;br /&gt;padre Joseph Petros fu ucciso a Baghdad.&lt;br /&gt;All’Agenzia Fides una suora dice&lt;br /&gt;che “la responsabilità è degli imam che&lt;br /&gt;dicono che uccidere un cristiano non è&lt;br /&gt;reato. E’ una caccia all’uomo”. Tra i mestieri&lt;br /&gt;più colpiti i commercianti di alcolici,&lt;br /&gt;un lavoro permesso sotto Saddam.&lt;br /&gt;Dalla “Rabbia di Allah” all’“Organizzazione&lt;br /&gt;della dottrina islamica”, i wahabiti&lt;br /&gt;vanno a caccia di mercanti di alcol.&lt;br /&gt;Il 95 per cento dei negozi di liquori gestiti&lt;br /&gt;da cristiani ha già chiuso. Nel maggio&lt;br /&gt;2003, lo sceicco sadrista Mohammed&lt;br /&gt;al Fartousi emise una fatwa contro alcolici&lt;br /&gt;e cinema. Fra i primi a morire ci&lt;br /&gt;fu Sabah Sadiq, mentre andava a pagare&lt;br /&gt;il riscatto del fratello. La categoria&lt;br /&gt;dei barbieri è un’altra fra le più insanguinate.&lt;br /&gt;Dopo Baghdad e Mosul, negli&lt;br /&gt;ultimi giorni sono stati colpiti a Kirkuk.&lt;br /&gt;Nel 2005 a Baghdad quaranta barbieri&lt;br /&gt;crivellati o sgozzati.&lt;br /&gt;A Mosul situazione anche peggiore.&lt;br /&gt;Sulle vetrine ci sono volantini di “Monoteismo&lt;br /&gt;e Jihad”, l’organizzazione di&lt;br /&gt;Zarqawi. Il testo invita i barbieri a non&lt;br /&gt;offendere l’islam col taglio rasato. Pena&lt;br /&gt;“la decapitazione del barbiere e del&lt;br /&gt;cliente di fronte ai famigliari”. Altri crimini:&lt;br /&gt;ascoltare musica occidentale, indossare&lt;br /&gt;jeans, vendere film, danzare,&lt;br /&gt;commettere adulterio e, nel caso delle&lt;br /&gt;donne, non coprirsi o camminare senza&lt;br /&gt;un uomo. Una campagna è stata lanciata&lt;br /&gt;contro l’“arte non islamica”. Una serie&lt;br /&gt;di sculture pagane sono state polverizzate.&lt;br /&gt;Una famosa statua nella parte&lt;br /&gt;nord di Mosul è stata distrutta perché&lt;br /&gt;ritraeva donne con le giare sulle spalle.&lt;br /&gt;Sono stati frustrati dei cristiani accusati&lt;br /&gt;di bere alcol. Il corpo di una donna in&lt;br /&gt;vestaglia è stato ritrovato per strada.&lt;br /&gt;“Una prostituta punita” diceva il cartello.&lt;br /&gt;Che tutti prendessero nota. I barbieri&lt;br /&gt;hanno esposto cartelli in cui si legge&lt;br /&gt;che “non si effettuano né il taglio rasato&lt;br /&gt;né la rasatura della barba”. I cristiani&lt;br /&gt;che non si sono dati alla clandestinità&lt;br /&gt;hanno messo scritte cautelative:&lt;br /&gt;“Niente massaggi al viso”. Su un autobus&lt;br /&gt;di linea il conducente ha imposto la&lt;br /&gt;divisione fra uomini e donne. Altri volantini&lt;br /&gt;obbligano i negozi di abbigliamento&lt;br /&gt;a coprire i manichini. I bagni&lt;br /&gt;pubblici hanno chiuso a causa di una&lt;br /&gt;fatwa sul sapone, “non esisteva all’epoca&lt;br /&gt;di Maometto”. Gli ordini arrivano fino&lt;br /&gt;all’assurdità: i ristoranti, molti cristiani,&lt;br /&gt;non possono preparare insalate&lt;br /&gt;di cetrioli e pomodori, uno è femmina e&lt;br /&gt;l’altro maschio. Le donne cristiane non&lt;br /&gt;si mostrano in pubblico senza il velo. I&lt;br /&gt;muri della città sono tappezzati di volantini&lt;br /&gt;che intimano di “seguire le orme&lt;br /&gt;della nostra signora Maria che si copriva&lt;br /&gt;il capo. Pena la morte”.&lt;br /&gt;All’indomani dell’11 settembre, le televisioni&lt;br /&gt;di tutto il mondo trasmisero&lt;br /&gt;uno spot di al Qaida. Un drappello di&lt;br /&gt;jihadisti fa irruzione in una casa, marcia&lt;br /&gt;sotto il funebre stendardo, spara&lt;br /&gt;contro un bersaglio. Una croce cristiana.&lt;br /&gt;Simbolo da abbattere, come le bellissime&lt;br /&gt;giare di Mosul, come i meravigliosi&lt;br /&gt;Buddha di Bamyan, come padre&lt;br /&gt;Iskander. Pochi compresero la simbologia.&lt;br /&gt;Nel 1998 il vescovo pachistano John&lt;br /&gt;Joseph si sparava alla tempia davanti a&lt;br /&gt;un tribunale in cui era stato condannato&lt;br /&gt;a morte il cristiano Ayub Masih. Oggi&lt;br /&gt;come allora, le ciglia del mondo libero&lt;br /&gt;si abbassano sulla sorte dei cristiani. In&lt;br /&gt;Iraq, la terra dell’Eden, la patria di&lt;br /&gt;Abramo da cui partirono gli evangelizzatori&lt;br /&gt;della Cina, una storia millenaria&lt;br /&gt;si sta spegnendo come cenere fredda.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-2857715352813622820?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/2857715352813622820/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=2857715352813622820' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/2857715352813622820'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/2857715352813622820'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2007/05/la-fuga-dei-nostri-fratelli-dalliraq.html' title='La fuga dei nostri fratelli dall&apos;Iraq'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-403683048942779179</id><published>2007-05-16T00:33:00.000-07:00</published><updated>2007-05-16T00:44:54.010-07:00</updated><title type='text'>Ayaan Hirsi</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;E’ dal gennaio del 2003 che Ayaan Hirsi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Ali cammina guardandosi le spalle. Da&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;quando il quotidiano Trouw pubblicò un’intervista&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;in cui riservava parole durissime&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;all’islam. Nella segreteria telefonica trovò&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;il messaggio di un arabo che minacciava di&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;farle saltare in aria la casa. La polizia organizzò&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;ronde per difenderla. Era impreparata&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;alla caccia scatenata contro la più celebre&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;dissidente islamica. Una fatwa che nel&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;paese di Spinoza si concluderà con il suo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;esilio negli Stati Uniti. Dopo quattro anni,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;anni trascorsi in basi navali e caserme militari,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Ayaan vive protetta dalla scorta. Anche&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;adesso che abita a Washington, anche&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;in Italia dove è venuta a presentare il suo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;“Infedele” (Rizzoli).&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Era lei l’obiettivo di Mohammed Bouyeri.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Troppo protetta, fu scelto l’amico e collega&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Theo van Gogh. Lasciò una lettera infilzata&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;sul suo petto, rivolta alla “guerriera&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;del male” Hirsi Ali, “malefica infedele”. Il&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;testo si apriva con le parole “Nel nome di&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Allah clemente misericordioso”, seguite da&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;una citazione del Profeta. Poi l’elenco di&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;tutti i “crimini” che Ayaan aveva commesso.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Contro di lei si sono scomodati gli ambasciatori&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;di Malesia, Pakistan e Arabia&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Saudita, che ne hanno chiesto l’espulsione&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;al governo dell’Aia. Non c’è alcun terrore&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;sul suo volto, ma la luce rincuorante di&lt;br /&gt;una giovane donna abituata a sentirsi chiamare&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;“aswad abda”, schiava nera, durante il periodo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;trascorso fra i custodi dei luoghi santi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;dell’islam. Abituata a vivere anche nel&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;cortile dell’ambasciata d’Israele all’Aia.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Nell’intervista che segue concessa al Foglio,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;questa partigiana somala stile Gertrude&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Bell dice che rifarebbe il film “Submission”,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;costato la vita a Van Gogh. Ayaan parla&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;la lingua di un ghetto vivo che reclama libertà.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;“Il mio è stato un viaggio dalla sottomissione&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;all’islam, al clan e alla famiglia&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;verso la possibilità di determinare il mio&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;destino. Ho lasciato il mondo della mutilazione&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;genitale per quello della ragione. Sto&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;lavorando a un nuovo libro e al sequel del&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;film. Il primo era sulle donne. Il secondo su&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;quattro uomini: uno che odia gli ebrei, un&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;gay, un bon vivant e un martire. Dobbiamo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;girarlo nell’anonimato. Dagli attori ai tecnici&lt;br /&gt;nessuno sarà riconoscibile. Non si dice pentita&lt;br /&gt; pentita del lavoro realizzato con quell’olandese&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;dal nome altisonante. “Chi dice che&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;il film era offensivo non vuole vedere la&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;condizione delle donne nell’islam. I versetti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;che incitano alla violenza li ho presi dal&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Corano e li ho incisi sul corpo della protagonista.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Non ho inventato nulla. Gli imam&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;ripetono quel messaggio nelle moschee,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;mariti e fratelli perpetuano nelle case la&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;sottomissione”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Ayaan non partecipò al funerale di&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Theo. Avrebbe messo a rischio la vita degli&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;altri. Le fu concesso un saluto all’obitorio.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;“Arrivai con un convoglio di automobili e&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;una schiera di uomini armati. Lo baciai&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;sulla fronte e gli dissi: ‘Perdonami per&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;quello che ti ho fatto’”. Durante la commemorazione,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;la madre di Theo si rivolse simbolicamente&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;ad Ayaan. “Disse che non dovevo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;sentirmi in colpa per l’omicidio del figlio:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;erano quindici anni che veniva minacciato.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Mi chiamò per nome, si rivolse a&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;me direttamente: mi disse di portare avanti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;la mia missione. Dopo qualche giorno&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;scrissi una lettera alla famiglia di Theo. Gli&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;uomini della sicurezza la lessero, prima di&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;recapitarla, per controllare che non ci fosse&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;alcun indizio che potesse rivelare dove&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;mi trovavo”. E’ la vita di “una delle donne&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;più coraggiose del nostro tempo”, secondo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;la definizione del Jerusalem Post. Quando&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;il personale di un hotel scopre chi è, la&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;scorta la fa subito trasferire.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Ayaan Hirsi Ali non aveva nulla in contrario&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;a che Tariq Ramadan parlasse in un&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Festival della filosofia, come è successo a&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Roma: “Credo nella libertà di opinione, è&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;questo ciò che mi &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;ha insegnato l’occidente.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Anche se le &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;idee sono orribili.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Le persone possono &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;ascoltare e giudicare.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Però deve &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;esserci contraddittorio.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Ramadan è &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;in cerca di proseliti.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;E’ un seguace &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;della ‘dawa’, la&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;chiamata, le terre &lt;/span&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;non islamiche come&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;zona di conquista, ogni convertito ha&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;l’obbligo di predicare l’islam agli altri. E&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;non è un ‘riformista’: non mette in discussione&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;il fatto che Maometto avesse per moglie&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;una bambina di nove anni, non denuncia&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;l’uccisione di ebrei, omosessuali,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;‘infedeli’ e il jihad. Come Ramadan è lo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;sceicco Yusuf al Qaradawi. Dice che&lt;br /&gt;l’apostata non ha diritto di vivere. E’ la fine che&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;dovrei fare io. Per gli agenti dell’islam,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;quelli che vogliono creare un califfato, non&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;importa che tu sia conservatore o liberal.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Sei comunque ‘infedele’. L’occidente può&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;vincere solo se prima riconosce di essere&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;in guerra. Una guerra contro una mentalità,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;un’ideologia, una filosofia. L’islam ha&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;tre metodi di conquista: la ‘dawa’, la natalità&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;e il jihad. Dobbiamo dichiarare guerra&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;alla propaganda islamista”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Ayaan parla della funzione della dissidenza&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;contro il “nuovo totalitarismo”, a&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Berlino tenne un discorso memorabile su&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;questo tema. “I dissidenti sono importanti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;come lo erano durante il comunismo. Gli&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;unici che mettono in discussione la cultura&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;del martirio e del jihad. Ma la società occidentale&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;preferisce affidarsi a gente come&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Ramadan: non si parla con un apostata, non&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;si dà credito a chi è uscito dall’islam, i dissidenti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;sono pazzi. E’ quello che si diceva di&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;quelli russi. Erano pochi e oppressi, i liberal&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;ne fecero una caricatura. I nostri avversari&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;ricorrono a ogni genere di manipolazione,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;dicono che siamo deboli di mente.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Anche i difensori del comunismo usavano&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;questi metodi. Mi hanno accusato di aver&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;creato un ‘trauma’. Dipendono da me le&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Torri gemelle abbattute con tremila persone&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;o le vittime di Londra nel 2005?”. Si parla&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;spesso di “equivalenza di fondamentalismi”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;“Il relativismo non è altro che razzismo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;di basse aspettative. La sinistra crede&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;che musulmani, arabi e gente di colore non&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;vadano trattati come adulti. Prendi Paul&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Wolfowitz e il linciaggio a cui è stato sottoposto&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;con la compagna Shaha. Kofi Annan&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;era un corrotto e suo figlio era in affari con&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Saddam Hussein. Ma nessuno gli ha mai&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;chiesto di dimettersi. Questo vale anche per&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;gente come Ian Buruma e Timothy Garton&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Ash, che mi accusano di essere una fanatica&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;dell’illuminismo. Sono cresciuti in un&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;ambiente in cui era di moda e scontato criticare&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;la cristianità. Però dicono che non&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;dobbiamo mettere in discussione l’islam”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;La famiglia di Ayaan possedeva una pecora.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;“La prendevo di punta e scappava.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Mia nonna diceva: ‘Accarezzala sulla fronte’.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Così diventava mansueta. E’ quello che&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;stiamo facendo con l’islam, lo accarezziamo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;nella speranza che non attacchi. In Africa&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;usavamo gli animali come metafora. Per lo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;struzzo ci sarà un islam europeo. Un islam&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;stile Prada sostituità quello rurale. Il gufo,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;l’animale notturno che attraversa le tenebre,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;vede invece ciò che lo struzzo ignora.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Come il successo del totalitarismo islamista”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;L’ex ministro della Giustizia olandese, Piet Hein Donner, dice che se i musulmani&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;fossero maggioranza, la sharia potrebbe essere&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;adottata per vie democratiche. “Sono&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;le parole di chi ha conosciuto solo la libertà.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;E ha smesso di darle valore. Ma sono&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;dei musulmani i primi sospetti sui liberal,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;sanno che non li prendono sul serio. I liberal&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;vorrebbero rendere uguali a loro tutti i&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;musulmani”. La “colpa” di Ayaan è aver attaccato&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;il cuore dell’islam. “A Beslan, Madrid,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Bali o nel caso dei cristiani sgozzati in&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Turchia non vi è odio all’opera, ma la fede.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Gli assassini degli innocenti credono di avere&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;mandato divino. L’islam ha caratteristiche&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;che possono coesistere con la democrazia.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Mi è stato insegnato a essere generosa&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;con i vecchi e i poveri. Ma i principi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;fondamentali dell’islam e della democrazia&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;sono incompatibili. Ha visto cos’è successo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;a Robert Redeker? Linciato. I vignettisti danesi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;vivono in clandestinità. L’unica distinzione&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;è fra l’islam e i musulmani, non credo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;in una riforma della fede. Ricordo in Arabia&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Saudita le impiccagioni, il taglio delle&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;mani, le donne lapidate. Il rispetto letterale&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;del Profeta è incompatibile con i diritti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;umani. Credo invece nella persona, nel musulmano.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;A lui è concesso di cambiare, come&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;a me, cresciuta nell’odio degli ebrei”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Il suo nome in somalo significa “fortunata”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;In un inglese macchiato dalla malinconia&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;dell’esilio che la spinge a chiamare Amsterdam&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;con il nome ebraico di Mokum,&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Ayaan dice di aver maturato un amore atleatletico&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;per l’America. “Un paese dove non conta&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;colore, sesso o religione. L’America è un&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;concetto di libertà. Non ho intenzione di lasciarla.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;L’occidente dà per scontata la libertà.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Deve proteggerla dai predatori. Ho&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;sostenuto la guerra in Iraq e continuo a farlo.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Detesto la codardia di chi votò per la liberazione&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;di Baghdad e oggi balbetta: ‘Sono&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;contrario sono contrario’. Sono solo degli&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;stupidi”. Il giorno dopo la visita al corpo di&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;Theo all’obitorio, Ayaan fu portata in un&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;centro per l’addestramento degli agenti di&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;polizia nei pressi di Hoogerheide. Passò la&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;notte in una delle cuccette. Le tornarono in&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;mente le parole di Theo alla fine delle riprese:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;“Sono fiero del mio lavoro”. Quella&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;speciale fierezza che lei adesso predica in&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;giro per il mondo, nobile ambasciatrice di&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;un’idea che ha imparato a difendere come&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family: georgia;"&gt;pochi altri sanno fare. La libertà.&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-403683048942779179?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/403683048942779179/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=403683048942779179' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/403683048942779179'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/403683048942779179'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2007/05/ayaan-hirsi.html' title='Ayaan Hirsi'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-6129661478691862260</id><published>2007-04-23T09:47:00.000-07:00</published><updated>2007-04-23T09:48:13.193-07:00</updated><title type='text'>Codardi</title><content type='html'>Non sono ancora intervenuto sulla vicenda&lt;br /&gt;della Virginia Tech, principalmente&lt;br /&gt;perché, in un mondo più sano, questo non&lt;br /&gt;sarebbe certo un genere di incidente sul&lt;br /&gt;quale si dovrebbe assumere una posizione&lt;br /&gt;schierata. Ieri, però (…) mi è stato chiesto&lt;br /&gt;che cosa ne pensavo e mi sono accorto di essere&lt;br /&gt;sempre più infastidito e inquietato dal&lt;br /&gt;modo e dal tono con cui la vicenda è stata riportata&lt;br /&gt;dai media. (…) Lunedì sera, su Fox&lt;br /&gt;News, Geraldo Rivera proclamava che dobbiamo&lt;br /&gt;accettare il fatto che, in questo orribile&lt;br /&gt;mondo in cui viviamo, i nostri “bambini”&lt;br /&gt;devono essere “protetti”.&lt;br /&gt;Punto primo: non sono affatto dei “bambini”.&lt;br /&gt;Gli studenti della Virginia Tech erano&lt;br /&gt;donne e (se ci perdonate l’espressione)&lt;br /&gt;uomini ormai cresciuti. Sarebbero stati considerati&lt;br /&gt;come degli adulti in qualsiasi altra&lt;br /&gt;società di tutta la storia del nostro pianeta.&lt;br /&gt;D’accordo, viviamo in una cultura selettivamente&lt;br /&gt;infantilita, in cui i ventenni sono&lt;br /&gt;“bambini” se prestano servizio nella Terza&lt;br /&gt;Divisione di Fanteria a Ramadi ma “persone&lt;br /&gt;cresciute” capaci di prendere decisioni&lt;br /&gt;razionali se si sdraiano sul tappeto nell’Ufficio&lt;br /&gt;Ovale del presidente Clinton. Ciononostante,&lt;br /&gt;è estremamente dannoso considerare&lt;br /&gt;adulti perfettamente cresciuti come&lt;br /&gt;dei bambini che devono essere protetti. Dovremmo&lt;br /&gt;piuttosto crescere i nostri bambini&lt;br /&gt;facendogli capire che, nel corso della vita,&lt;br /&gt;ci saranno momenti in cui ci si deve proteggere&lt;br /&gt;da soli, e che, in un mondo “orribile”,&lt;br /&gt;ci potranno persino essere momenti in cui&lt;br /&gt;bisognerà scegliere se proteggere se stessi&lt;br /&gt;o gli altri. Il fatto che, in quei primi cruciali&lt;br /&gt;secondi in cui si deve prendere una decisione,&lt;br /&gt;soltanto un anziano sopravvissuto all’Olocausto,&lt;br /&gt;il professor Librescu, abbia&lt;br /&gt;compreso istintivamente che si aveva il dovere&lt;br /&gt;di agire offre un’immagine davvero triste&lt;br /&gt;della nostra situazione.&lt;br /&gt;Punto secondo: il costo di una società&lt;br /&gt;“protetta” di eterni “bambini” è troppo alto.&lt;br /&gt;Ogni 6 dicembre, data di una mia personale&lt;br /&gt;ricorrenza, abbasso le bandiere a&lt;br /&gt;mezz’asta e chiamo in causa tutto il genere&lt;br /&gt;maschile canadese per la responsabilità&lt;br /&gt;del “Massacro di Montreal”, quando quattordici&lt;br /&gt;studentesse della École Polytechnique&lt;br /&gt;sono state uccise da Marc Lépine (nato&lt;br /&gt;Gamil Gharbi, figlio di un musulmano algerino&lt;br /&gt;che picchiava la moglie, anche se queste&lt;br /&gt;notizie non si leggono sui giornali). L’immagine&lt;br /&gt;che qualifica l’attuale maschio canadese&lt;br /&gt;non è quella di Marc Lépine/Gamil&lt;br /&gt;Gharbi ma quella dei professori e degli studenti&lt;br /&gt;presenti in quella classe, i quali,&lt;br /&gt;quando quel killer solitario ha ordinato di&lt;br /&gt;lasciare l’aula, hanno docilmente obbedito,&lt;br /&gt;abbandonando al loro triste destino le studentesse&lt;br /&gt;loro compagne di studi – un atto&lt;br /&gt;di viltà che sarebbe stato inimmaginabile&lt;br /&gt;in qualsiasi altra civiltà di tutta la storia&lt;br /&gt;umana. Gli “uomini” sono rimasti ad aspettare&lt;br /&gt;nel corridoio e, anche quando hanno&lt;br /&gt;iniziato a sentire i primi spari, non hanno&lt;br /&gt;fatto nulla. Poi, quando gli spari sono finiti&lt;br /&gt;e Gharbi è uscito fuori dall’aula e gli è passato&lt;br /&gt;davanti, non hanno di nuovo mosso un&lt;br /&gt;dito. Quali che possano essere tutti gli altri&lt;br /&gt;suoi difetti, non si può certo dire che il maschio&lt;br /&gt;canadese sia caratterizzato da un eccesso&lt;br /&gt;di testosterone.&lt;br /&gt;Ho sempre pensato che l’America è diversa.&lt;br /&gt;L’11 settembre ne è stata la prova. La&lt;br /&gt;sola buona notizia di quel terribile giorno&lt;br /&gt;è stata la reazione di quei passeggeri che&lt;br /&gt;non si sono accontentati di seguire pedestremente&lt;br /&gt;le obsolete procedure degli anni&lt;br /&gt;Settanta sui dirottamenti ma hanno agito&lt;br /&gt;come individui nati liberi. E pochi mesi dopo,&lt;br /&gt;quando Richard Reid si è piegato per&lt;br /&gt;cercare di far detonare l’esplosivo nascosto&lt;br /&gt;nelle sue scarpe, in quel momento cruciale&lt;br /&gt;persino dei francesi hanno avuto il coraggio&lt;br /&gt;di saltargli addosso e metterlo ko.&lt;br /&gt;Non facciamo un bene ai nostri bambini&lt;br /&gt;se li cresciamo nella convinzione che si&lt;br /&gt;possa affidare tutto alla coperta della sicurezza&lt;br /&gt;governativa. La “protezione” in stile&lt;br /&gt;Geraldo Rivera è una pura illusione: quando&lt;br /&gt;qualcosa va improvvisamente storto – su&lt;br /&gt;un aereo decollato da Logan in una serena&lt;br /&gt;mattina di settembre o in un pacifico campus&lt;br /&gt;universitario – non c’è lo stato pronto a&lt;br /&gt;proteggerti. Tu stesso sarai chiamato a&lt;br /&gt;prendere una decisione. Come ha detto la&lt;br /&gt;mia illustre compatriota Kathy Shaidle:&lt;br /&gt;“Quando diciamo ‘non sappiamo quello&lt;br /&gt;che avremmo fatto nelle medesime circostanze’,&lt;br /&gt;non facciamo altro che accettare la&lt;br /&gt;codardia come, la posizione di default, l’atteggiamento&lt;br /&gt;normale e automatico”. Mi&lt;br /&gt;sembra più preciso dire che la posizione di&lt;br /&gt;default è una passività terribilmente snervante.&lt;br /&gt;I disadattati solitari con manie assassine&lt;br /&gt;sono per fortuna piuttosto rari. Ma&lt;br /&gt;questa passività detestabile e corrosiva è&lt;br /&gt;diffusa ovunque e, a differenza dell’assassino&lt;br /&gt;psicopatico, rappresenta una minaccia&lt;br /&gt;esistenziale per la società.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-6129661478691862260?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/6129661478691862260/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=6129661478691862260' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/6129661478691862260'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/6129661478691862260'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2007/04/codardi.html' title='Codardi'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-6185279136928805417</id><published>2007-04-01T01:37:00.000-07:00</published><updated>2007-04-01T01:38:26.946-07:00</updated><title type='text'>Sperequazione sociale negli Usa</title><content type='html'>Alla fine ce l'hanno fatta George W. Bush e Dick Cheney a rimettere le lancette indietro di 80 anni e riportare la geografia sociale dell'America a prima della Grande Depressione. È quanto emerge dai redditi statunitensi nel 2005 (l'ultimo disponibile): in quell'anno i 300.000 americani più ricchi hanno dichiarato un reddito pari a quello cumulato dai 150 milioni di statunitensi più poveri: e cioè lo 0,1% (l'un per mille) in cima alla scala dei redditi ha incassato quanto il 50% che sta in basso; detto in altri termini: in media ogni persona del gruppo di testa ha incassato 440 volte in più di ogni membro del gruppo di coda: una disparità che non si vedeva dal 1928, da prima appunto della Grande Depressione. Una tale concentrazione della ricchezza non la si vedeva forse dai tempi dell'antico Egitto. Almeno dal punto dei vista dei redditi, i repubblicani sono così riusciti a cancellare il New Deal di Franklin D. Roosevelt. Altro che Iraq! Eccola la reale «Missione compiuta» di Bush. Vero Robin Hood al contrario, ha scippato i disagiati e arricchito i miliardari. Questa razzia da parte dei più ricchi è partita nel 1970, ma si è accelerata con Ronald Reagan negli anni '80 ed è precipitata negli ultimi sei anni: dal 1998 al 2005 lo 0,1% più ricco ha aumentato del 50% la propria fetta del totale. Le bastonate le hanno prese non solo i poveracci, ma anche la mitica «middle class»: nel 2005 il reddito globale degli statunitensi è cresciuto di un fantastico 9%, ma quello del 90% (cioè la quasi totalità) degli americani è sceso dello 0,9%: e questo in un anno di vacche straordinariamente grasse, anzi di mucche obese! Vuol dire che tutta la crescita (e la compensazione del reddito perso dalla maggioranza) è andata al restante 10% che da solo si pappa quasi la metà della torta (il 48,5%). È un vero cannibalismo sociale: nel 1970 il decimo più ricco degli americani si appropriava solo (sic!) di un terzo del reddito totale, non della metà. La perversione più raffinata di questo meccanismo è che non solo scava un baratro tra ricchi e poveri, ma apre una voragine tra ricchi e super-ricchi: l'aumento del reddito dell'1% più ricco è stato dieci volte maggiore di quello del 10% più agiato. Oggi l'1% più ricco si mette in tasca più di un quinto di tutto il reddito americano (21,8%), il 2% in più dell'anno prima e più del doppio del 1980. E ancora meglio fa l'un per mille più ricco: nel 2005 il reddito medio annuo dell'1% più ricco è stato di 5,6 milioni di dollari (+908.000), mentre quello dell'un per mille è stato di 25,7 milioni di dollari (+ 4,4 milioni). Queste cifre sono così astronomiche che è difficile coglierne il significato. Allora mettiamola in questi termini: i 30.000 americani più ricchi dispongono di un reddito annuo che è superiore al Prodotto nazionale lordo di Brasile, Argentina, Cile, Uruguay, Paraguay, Bolivia e Perù messi insieme (che contano più di 270 milioni di persone). E 30.000 persone sono contenute in una cittadina come Oristano. L'ironia non è finita qui: l'ufficio delle entrate ammette che i redditi delle classi più agiate sono sottostimati, perché mentre il 98% dei redditi da lavoro dipendente passa al vaglio del fisco, si stima che sia dichiarato solo il 70% dei redditi di affari e commercio. In queste nude cifre sta tutta la portata della «rivoluzione reazionaria» compiuta dai repubblicani Usa (assai flebilmente contrastati dai democratici). Se fosse vivo, il Marchese di Sade correggerebbe la sua celebre incitazione in «George, ancora uno sforzo!»&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-6185279136928805417?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/6185279136928805417/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=6185279136928805417' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/6185279136928805417'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/6185279136928805417'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2007/04/sperequazione-sociale-negli-usa.html' title='Sperequazione sociale negli Usa'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-2429166043097534696</id><published>2007-03-29T00:29:00.001-07:00</published><updated>2007-03-29T00:29:53.062-07:00</updated><title type='text'>La difficile gestione delle città</title><content type='html'>Jacques Donzelot è considerato uno dei massimi studiosi francesi delle trasformazioni urbane a partire da quell'osservatorio «speciale» che sono le banlieues. Nei suoi libri alterna una robusta ricostruzione storiografica all'antropologia, alla sociologia. Recentemente ha pubblicato un saggio nel quale ritorna sulle rivolte del novembre 2005 - Quando la città si disfa - proponendo un modello di analisi delle trasformazioni urbane ed una «decostruzione» dell'intervento pubblico nelle banlieues. Un testo che può essere considerato un nuovo capitolo di un libro iniziato a scrivere trent'anni fa e che ha avuto come tappe l'analisi de La polizia delle famiglie, dello Stato animatore. Saggio sulla Politique de la Ville con Philppe Estebe (1994) e di Fare società: le politiche urbane in Francia e negli Stati Uniti (2004). L'intervista è avvenuta a Roma, dove Jacques Donzelot è intervenuto a un seminario organizzato dall'Università di Roma Tre per poi spostarsi a Bari per partecipare a un convegno sulle periferie urbane del Meridione organizzato dalla Cgil.&lt;br /&gt;In Francia, le sommosse del novembre 2005 nelle banlieues sono state interpretate attraverso la griglia di una mai sopita «questione sociale». Ci sono stati invece studiosi che hanno letto la rivolta dei banlieuesard come un fenomeno di rifiuto delle forme di governo della realtà metropolitana. Cosa ne pensa?&lt;br /&gt;Direi che nella rivolta delle banlieues sono presenti entrambi i i fenomeni. Siamo, infatti, di fronte sia alla manifestazione di una «questione sociale» che ha una rivolta specificamente metropolitana contro le forme di governo urbano. Occorre, infatti, essere ciechi per non riconoscere la profonda disuguaglianza che condiziona l'accesso agli studi, all'occupazione e soprattutto ad un lavoro che sia coerente con gli studi compiuti nel caso di una persona che risiede nei cosiddetti quartieri di «relegazione». Allo stesso tempo, non possiamo che partire dal fatto che nelle banlieues si concentra la metà dell'edilizia sociale disponibile in tutto il paese. Sono insediamenti urbani che richiamano sia la forma dell'enclave che il risultato di un eccessivo decentramento amministrazione.&lt;br /&gt;La discriminazione colpisce tuttavia con una precisione agghiacciante: a parità di requisiti, le possibilità di essere assunto per un giovane di banlieue rispetto ad un giovane bianco autoctono e proveniente da un quartiere benestante è di 1 a 2. È innegabile che il colore della pelle di un ragazzo beur sia considerato un handicap da parte di molti datori di lavoro, timorosi che la sua presenza risulti sgradita a molti clienti, se si tratta di un lavoro a stretto contatto con il pubblico. Allo stesso tempo, occorre essere stupidi per non vedere a qual punto e con quale rapidità la città si sia frammentata e che tale frammentazione abbia accentuato una tendenza a costituire insediamenti urbani basati su affinità elettive, sull'omogeneità sociale e di stile di vita che non eterogeneità sociale e la convivenza con il «diverso». Sembra proprio che le classi medie e superiori non vogliano più condividere lo spazio urbano con il «mondo operaio», in tutte le sue complesse articolazioni. Le classi medie e superiore vogliono cioè vivere con i propri simili.&lt;br /&gt;Alcuni sociologi come Marco Oberti (autore insieme a Huges Lagrange di una recente ricerca sulle rivolte del novembre 2005, La rivolta delle Periferie, Bruno Mondadori, 2005) sostengono invece che le classi medie, soprattutto quelle che lavorano nella funzione pubblica, non sarebbero ostili alla mixité sociale. Purtroppo, le loro inchieste si sono concentrate in quei comuni dove gli eletti di sinistra compiono sforzi particolari in questo senso, dimenticando però che sono i comuni dove è altissima la percentuale di scuole private. Si tratta di una logica della separazione molto insidiosa. Nel caso delle banlieue coinvolte dalle rivolte del novembre 2005, va ricordato che hanno visto forme di insubordinazione sorrette spesso da una «logica da ghetto». Mi spiego meglio. Come in una prigione, dove si ha solidarietà esclusivamente in forma di ostilità contro il mondo esterno, nel sentimento condiviso del sentirsi tutti - egualmente - delle vittime, l'ostilità è rivolta all'interno e contro i simboli di tale universo concentrazionario. Allora, in questo caso, si brucia tutto: macchine, negozi, scuole. Dunque, nella rivolta del novembre di due anni si manifesta una «questione sociale» e il rifiuto di una certa politica della città&lt;br /&gt;La banlieue francese è nata come potente meccanismo di coesione sociale, di modernizzazione del sociale per mezzo dell'urbano, per usare una definizione da lei usata. Non le sembra che ci troviamo di fronte al suo fallimento?&lt;br /&gt;Si, siamo di fronte all'esaurimento di quell'esperienza. L'idea di modernizzare la società per mezzo dell'urbano rimanda all'ultimo dopoguerra. La Francia era ancora un paese a forte dominante rurale. La città evocava l'affollamento, la mancanza di comodità ed igiene. Per attirare i lavoratori agricoli nelle città al fine di sostenere il processo di industrializzazione fordista, l'amministrazione statale decise la messa in opera di un grande progetto di urbanizzazione il cui principio fondamentale era quello di costruire dei quartieri che fossero delle anti-città; dei quartieri che in altre parole non comportassero i rischi delle città, liberi dal problema dell'affollamento e dal rischio della violenza urbana; spazi che permettessero alla classe operaia di vivere una vita familiare corretta in una condizione di igiene e di comfort, senza che i bambini giocassero in strada (come succedeva normalmente nei centri storici) o che i capofamiglia spendessero il proprio tempo nei bistros (infatti, niente bistros in banlieue). E' una modernizzazione che promuove l'integrazione della classe operaia. La casa serve al lavoro, questa è la filosofia di base.&lt;br /&gt;Ma con gli anni Settanta assistiamo però anche alla fine di questa peculiare forma di urbanesimo fordista. Lo spazio urbano, nonostante la tanto decantata exception francaise, ha conosciuto ciò che in Francia è stata chiamata una modernizzazione senza modernità....&lt;br /&gt;In un quadro sociale profondamente mutato, gli effetti della «promiscuità» sociale sono apparsi progressivamente intollerabili agli occhi di quei settori di classe media che risedevano in banlieue. Inizia così la fase dello sviluppo «peri-urbano» e del mito della casa individuale nel verde. Questo avviene mentre viene avviato il processo di «relegazione», cioè l'assegnazione degli appartamenti resisi liberi con la fuga della middle class dalle banlieues a nuclei familiari d'origine immigrata prevalentemente provenienti dal Maghreb. Questo ha sì permesso di salvare la vivibilità nelle banlieues più invivibili, ma al prezzo di un confinamento delle componenti più deboli della popolazione in luoghi svantaggiati e lontani - in senso sia spaziale sia sociale - dal mercato del lavoro. Si tratta di una situazione che rimanda a quel processo più ampio di riorganizzazione dello spazio tipico delle società avanzate che ho definito come città a tre velocità. Assistiamo cioè alla coesistenza di tre fenomeni: il costituirsi di questi spazi di «relegazione» dove si ha una sorta di stagnazione degli abitanti in luoghi non connessi ai grandi flussi, dove popolazioni di origine immigrata non si sentono appartenere né al proprio paese d'origine né alla società nella quale essi vivono; l'emergere degli spazi di «peri-urbanizzazione», quelli dominati da agglomerazioni di case individuali sempre più lontane dall'urbanizzazione storica, dove vivono le classi medie per meglio proteggersi dalla racaille di banlieue, ma anche perché i valori immobiliari nei centri urbani sono saliti troppo perfino per una famiglia di classe media; infine, gli spazi della gentrification: spesso vecchi quartieri popolari di grandi città che acquisiscono valore contestualmente al crescere della presenza di esponenti delle professioni legate alla nuova economia dei servizi, con la loro cultura transnazionale e la loro ricerca di servizi - specie ricreativi e culturali - di prestigio.&lt;br /&gt;In Francia assistiamo a un forte interventismo delle strutture pubbliche che sempre più spesso non è coronato da successo. Si tratta, tuttavia, di un discorso pubblico dai contorni neo-coloniali nel quale la banlieue ed i suoi abitanti diventano l'eccezione da ricondurre alla norma, un vulnus del patto repubblicano o la sede di una concreta minaccia «comunitarista»...&lt;br /&gt;Il fallimento dell'intervento pubblico è dovuto a un determinismo urbanistico feroce che ignora gli uomini e le donne che vivono in quello spazio urbano. Da qui, il desiderio di liberarsi di questa «popolazione pericolosa». La cosiddetta «politica della città» è diventata un meccanismo che premia le amministrazioni locali che accettano di demolire la più grande quantità possibile di immobili in cui vivono le minoranze etniche. Questi immobili sono numerosi, almeno quanto gli eletti locali che desiderano farli sparire. L'agenzia nazionale di rinnovo urbano finanzia i progetti in base al numero di demolizioni previste. Non si tratta quindi di una forma di partenariato ma di un meccanismo di ricompensa ed incitamento in stile anglosassone, con in più un autoritarismo alla francese.&lt;br /&gt;Nella discussione francese si aggira il fantasma del legame sociale. Per quanto riguarda la «politique de la ville», il riferimento a una necessaria ricerca di legame sociale è costante. Di fronte al fallimento clamoroso di quanto fatto fino ad ora, lei scrive della possibilità concreta di rifare la città, di ricostruire legame urbano...&lt;br /&gt;Il volume Quand la ville se défait è proprio dedicato a questa possibilità. Rifare la città e re-imparare a fare società significa prima di tutto riequilibrare il rapporto fra luoghi e flussi, limitando il tempo di permanenza in questi ultimi, per esempio. Più in generale, attraverso una combinazione di interventi a sostegno della mobilità delle persone e dell'elevazione di quella che io chiamo la capacità di potere del soggetto sul luogo in cui vive, possiamo forse ritrovare lo spirito della città, la facoltà cioè di slegarsi e legarsi liberamente in uno spazio che offra a ciascuno una dimensione intima e privata che sia però aperta all'esterno ed al movimento. Per quanto riguarda la realtà dei quartieri di «relegazione», è evidente che i grandi programmi di demolizione siano molto amati dal sistema politico, perché è la strada più spettacolare, più mediatica.&lt;br /&gt;E tuttavia la «riqualificazione urbana» tramite demolizioni non funziona se non c'è partecipazione delle popolazioni interessate. Secondo alcune ricerche condotte in Francia abbiamo appreso che i disordini del novembre 2005 hanno avuto luogo specialmente nelle banlieues coinvolte in programmi di demolizione. Sono rivolte che muovono dal sentimento di persone che si sentono ridotte a cose, che si possono spostare senza che abbiano alcun diritto di parola ed espressione. Le operazione di riqualificazione hanno senso solo se sono l'occasione del processo inverso: quello di un'elevazione della capacità di potere delle popolazioni nei loro quartieri, nelle loro città e soprattutto nelle loro vite.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-2429166043097534696?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/2429166043097534696/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=2429166043097534696' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/2429166043097534696'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/2429166043097534696'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2007/03/la-difficile-gestione-delle-citt.html' title='La difficile gestione delle città'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-5740977617857797966</id><published>2007-03-23T02:33:00.000-07:00</published><updated>2007-03-23T02:34:08.867-07:00</updated><title type='text'>Waiting for the Bubble</title><content type='html'>La «bolla del Web 2.0: perché la rivoluzione dei social media scomparirà frignando». Questo il titolo di una puntigliosa analisi del fenomeno del momento, a firma di Michael Hirschorn sul numero di aprile di Atlantic Monthly. L'autore è uno dei dirigenti di Vh1, network televisivo di New York, giornalista e saggista. Un testo impietoso che rafforza il pensiero critico nei confronti dello stralodato Web 2.0: una moda, una 'buzz word' ben inventata per attirare capitali. Con il risultato del tipico hype che va generando una bolla speculativa simile a quella della prima Net-mania nel 2000.&lt;br /&gt;Non è certo da ieri che queste avvisaglie vengono rilanciate negli Stati Uniti, ai convegni, online e sulla stampa, pur se raramente conquistano la prima pagina. Qualche mese fa un editoriale della rivista ZDNet, commentando proprio il «Web 2.0 Summit» di San Francisco, puntualizzava l'evidente scarsità di innovazioni concrete, con una «miriade di start-up alla rincorsa di MySpace». La cui strategia, incalzava un'articolata analisi di Technology Review, minaccia di sfruttare «l'energia populista degli utenti» per intrappolarli nel solito «mondo del commercialismo dei big media». Non a caso la pagina personale del gigante degli hamburger BurgerKing vanta oltre 135.000 'amici', e più di 200 mila il produttore di cellulari Helio. Di fatto MySpace è sempre più un giardino recintato, zeppo di esche per il business e lontano quelle caratteristiche di partecipazione e condivisione che sono sembrate animare il Web 2.0.&lt;br /&gt;Eppure la creatura di Rupert Murdoch, insieme a YouTube e pochissimi altri, rimane l'esempio più citato nell'immaginario popolare e il più imitato da enterpreneur vecchi e nuovi. Alzando, appunto, un gran polverone e dimenticando (anzi, facendo dimenticare) come il social networking online sia tutt'altro che una novità. Semmai fu il senso stesso di Internet fin dalla sua nascita, con le prime email tra i ricercatori di Arpanet nel 1971 e il WWW ideato da Sir Tim Berners-Lee nei primi '90. E cos'erano le Bbs e i conferencing system dei primi '90? Rigorosamente text-only, con modem a 2400 o 4800 bps e una lenta connessione risolta dal fischio liberatorio del contatto stabilito, quando andava bene. Ma già allora reti di socialità, condivisione, discussione aperta.&lt;br /&gt;Insiste Hirschorn: «I social media sono stati in giro fin dall'alba del Web. Ricordiamo GeoCities? L'innovazione chiave che lanciò l'attuale moda era semplice: mettere in rete gli utenti e consentire loro di interagire come si fa nella vita reale - o almeno come avremmo voluto fare nella vita reale. Sono anni ormai che usiamo i blog».&lt;br /&gt;Per passare poi in rassegna alcuni esempi che tentano di sfruttare quest'ondata di esagerazioni online a puro scopo monetario ecco quanto riporta la società di consulenze VentureOne: solo in Usa «nei primi mesi del 2006 quasi 500 milioni di dollari di venture capital sono stati versati in aziende di social media». A sua volta il Wall Street Journal cita il venture capitalist Todd Dagres: «Molti progetti sono incompleti e incompetenti, con modelli di business basati più sulla pura visibilità che sul cash flow, e una corsa esponenziale verso contratti del tipo 'aspetta, ci sono anch'io'».&lt;br /&gt;Come per lo storico boom di America On Line poi andato in cenere, MySpace &amp; Co. puntano a strategie da 'giardini recintati', deliziosi e profumati quanto vogliamo, ma che prima o poi finiranno per sciogliersi nell'enorme territorio assai più libero e meno controllato (e commerciale) del magma digitale. Il vero valore di questi mega-spazi sociali sta nella loro capacità di monetizzare, soprattutto tramite inserzioni e marketing, il traffico generato dai propri utenti. I quali, specialmente se attirano un gran numero di visitatori, vanno rendendosi conto invece che il «loro futuro sta nel guidare la gente fuori da MySpace su pagine proprie, più robuste e personalizzabili ... perché lì la baraonda digitale vive all'interno di un ambiente fermamente sotto controllo».&lt;br /&gt;Mentre questi strumenti social vanno diventando inevitabilmente meno attraenti e più scontati, chiude l'articolo, utenti popolari come l'ormai leggendaria Tila Tequila di MySpace cominceranno ad emigrare altrove portandosi dietro gli oltre 1,5 milioni di amici. Già, perché con tutti i piagnistei degli accoliti di ieri e di domani, l'esodo continuo rimane la norma del cyberspace. Soprattutto quando è in gioco la convivialità. Mentre questi recinti andranno facendosi giocoforza più angusti, vedi già i divieti ai widget su MySpace o le restrizioni anti-copyright di YouTube, è assai probabile che la bolla continuerà a gonfiarsi prima del botto finale.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-5740977617857797966?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/5740977617857797966/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=5740977617857797966' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/5740977617857797966'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/5740977617857797966'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2007/03/waiting-for-bubble.html' title='Waiting for the Bubble'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-1653960545025398573</id><published>2007-03-22T09:19:00.000-07:00</published><updated>2007-03-22T09:22:23.375-07:00</updated><title type='text'>Kareem Abdul Jabbar</title><content type='html'>Kareem Abdul Jabbar è sempre stato un&lt;br /&gt;profeta. Uno che indica la strada. E’ stato&lt;br /&gt;il più carismatico giocatore di basket professionistico&lt;br /&gt;d’America – più di Magic Johnson,&lt;br /&gt;Doctor J e Jordan – perché la sua presenza&lt;br /&gt;in campo, nella squadra, nel campionato,&lt;br /&gt;ha sempre travalicato il fattore meramente&lt;br /&gt;sportivo, l’eccellenza atletica, la&lt;br /&gt;sua attitudine alla leadership, portando con sé un&lt;br /&gt;fattore aggiuntivo imprescindibile, fatto di dignità,&lt;br /&gt;consapevolezza,quoziente sociale che andava oltre infilare&lt;br /&gt; con inquietante regolarità la palla nel cesto, a colpi di&lt;br /&gt;“ganci cielo” – il suo tiro prediletto. Kareem&lt;br /&gt;era lì anche per dare spessore allo sport, per&lt;br /&gt;dargli significati ulteriori e condivisibili, per&lt;br /&gt;attenuare le tensioni e gli eccessi e per fungere&lt;br /&gt;da pesce pilota per tanti ragazzi che&lt;br /&gt;guardando a lui vedevano un raggio di luce.&lt;br /&gt;Kareem, del resto, quella vita l’aveva fatta da&lt;br /&gt;sempre. Venuto su ad Harlem in una famiglia&lt;br /&gt;in cui la cultura veniva al primo posto,&lt;br /&gt;quando, a soli dodici o tredici, capisce che&lt;br /&gt;con la sua messe di centimetri (217) e con la&lt;br /&gt;grazia con cui si muove per il campo e tratta&lt;br /&gt;la palla, avrebbe costruito il proprio futuro e&lt;br /&gt;avrebbe avuto l’opportunità di parlare al&lt;br /&gt;mondo, si assoggetta con tranquilla disciplina&lt;br /&gt;al proprio destino. Jabbar, che prima della&lt;br /&gt;conversione all’Islam si chiama Lew Alcindor,&lt;br /&gt;è stato una stella praticamente per&lt;br /&gt;tutta la vita, a cominciare dal playground sulla 125sima,&lt;br /&gt;lo stesso in cui sono fiorite le più&lt;br /&gt;straordinarie leggende sportive di New York&lt;br /&gt;(e le più affascinanti sono quelle su coloro&lt;br /&gt;che non ce l’hanno fatta, che si sono persi&lt;br /&gt;per strada, restando modeste glorie locali invece&lt;br /&gt;che proiettarsi sul palcoscenico assoluto).&lt;br /&gt;Il giovane Lew invece la trafila la fa tutta:&lt;br /&gt;da ragazzino porta la sua scuola, la Power&lt;br /&gt;Memorial, a diventare la più famosa d’America,&lt;br /&gt;facendole vincere settantadue partite di&lt;br /&gt;seguito. Poi, al servizio della losangelina&lt;br /&gt;UCLA domina il campionato universitario,&lt;br /&gt;vincendo tre titoli in quattro stagioni, due&lt;br /&gt;volte miglior giocatore assoluto, addirittura&lt;br /&gt;responsabile della temporanea messa fuorilegge&lt;br /&gt;della schiacciata, che secondo rendeva&lt;br /&gt;la sua presenza troppo dominante. Tra i&lt;br /&gt;“pro” Lew diventa, a inizio 70, “il nobile servitore&lt;br /&gt;del Potente” (come si traduce il nome&lt;br /&gt;di Kareem Abdul Jabbar) e anche il faro assoluto&lt;br /&gt;della Lega: vince campionati a grappoli,&lt;br /&gt;prima coi Milwakee Bucks, poi coi LA&lt;br /&gt;Lakers e più diventa adulto più la sua figura&lt;br /&gt;diventa quella di un riverito leader, sia razziale&lt;br /&gt;che di un attitudine allo sport e alla cultura&lt;br /&gt;americana, fatta di decenza, dedizione,&lt;br /&gt;sforzo. Mentre il suo corpo poco a poco invecchia&lt;br /&gt;sul campo, la sua mente resta vulcanica:&lt;br /&gt;apprende le arti marziali da un maestro d’eccezione&lt;br /&gt;come Bruce Lee, vede malinconicamente&lt;br /&gt;bruciare la sua casa di LA dentro la&lt;br /&gt;quale conservava la sua celebre collezione&lt;br /&gt;di dischi jazz, una passione trasmessagli dal&lt;br /&gt;papà musicista e al momento del ritiro, a fine&lt;br /&gt;anni Ottanta è salutato dalla commozione&lt;br /&gt;e dalla devozione che si riserva al primo sacerdote&lt;br /&gt;di un onorato culto. Ma Jabbar non&lt;br /&gt;diventa un ex. E ha finalmente il tempo per&lt;br /&gt;dedicarsi alle sue vere passioni, quelle sempre&lt;br /&gt;sacrificate al dovere – lungo una vita –&lt;br /&gt;d’infilare la palla nel canestro. L’ha sempre&lt;br /&gt;detto: non avesse avuto in sorte “l’obbligo” di&lt;br /&gt;diventare un atleta professionista, avrebbe&lt;br /&gt;fatto il professore di Storia. E adesso, la sua&lt;br /&gt;passione per la storia afroamericana gli ha&lt;br /&gt;ispirato un libro bellissimo, raro esempio di&lt;br /&gt;come la descrizione di un’epoca e di un ambiente&lt;br /&gt;possa essere interpetato dall’autore&lt;br /&gt;con una compartecipazione motivata dall’essere&lt;br /&gt;stato lui stesso uno dei protagonisti di&lt;br /&gt;quello scenario.&lt;br /&gt;Il volume s’intitola “On the Shoulders Of&lt;br /&gt;the Giants”, sulle spalle dei giganti, frase&lt;br /&gt;Jabbar che prende in prestito da Isacco&lt;br /&gt;Newton, per significare l’importanza da attribuire&lt;br /&gt;a coloro che ci hanno fornito gli&lt;br /&gt;esempi coi quali siamo cresciuti. Organizzato&lt;br /&gt;in forma di domanda e risposta secondo il&lt;br /&gt;canone dell’insegnamento orale della cultura&lt;br /&gt;dell’Africa occidentale, il saggio raccoglie&lt;br /&gt;una serie di “lezioni” sul Rinascimento di&lt;br /&gt;Harlem, il quartiere del giovane Lew in quel&lt;br /&gt;particolare ventennio tra anni Venti e Quaranta,&lt;br /&gt;durante i quali il quartiere Nero di&lt;br /&gt;New York riscatta la propria natura miserabile&lt;br /&gt;e marginale, per imporsi come motore&lt;br /&gt;culturale dello splendore artistico cittadino,&lt;br /&gt;come vettore dell’integrazione del black culture&lt;br /&gt;e come teatro del laboratorio creativo di&lt;br /&gt;strada che mette nello stesso calderone arte&lt;br /&gt;e coscienza, musica e sport, poesia e politica,&lt;br /&gt;jazz ed educazione civica, sessualità e ambizioni.&lt;br /&gt;Duke Ellington e Louis Armstrong,&lt;br /&gt;Langston Hughes e Jacob Lawrence in quel&lt;br /&gt;periodo convergono nel modesto rettangolo&lt;br /&gt;urbano di Harlem, attirati non tanto da un&lt;br /&gt;senso di unità (“questa è la visione disneyana&lt;br /&gt;dei fatti”, sostiene Jabbar) ma dal fatto&lt;br /&gt;che quello fosse un buon posto dove rifugiarsi,&lt;br /&gt;organizzarsi e cercare i modi per dare l’assalto&lt;br /&gt;alle durezze della società americana&lt;br /&gt;del tempo, tanto più per una mente creativa&lt;br /&gt;in un corpo nero. “La gente di cui scrivo, ha&lt;br /&gt;combattuto e sofferto, e io desidero che di&lt;br /&gt;ciò si tenga conto. Vorrei che la loro storia&lt;br /&gt;ispirasse il lettore così come ha ispirato me”,&lt;br /&gt;scrive Kareem. E le sue pagine rendono&lt;br /&gt;omaggio a tutti quegli intellettuali che hanno&lt;br /&gt;formato la sua giovinezza, Malcolm X in&lt;br /&gt;testa, e poi a quegli artisti, Miles Davis in testa,&lt;br /&gt;che hanno dato forma alla spericolata&lt;br /&gt;esperienza della sperimentazione creativa.&lt;br /&gt;Su, fino alla storia più appassionante di tutte:&lt;br /&gt;quella dei dimenticati Harlem Renaissance&lt;br /&gt;– Rens per gli appassionati – che in una&lt;br /&gt;nazione nella quale ancora agiva indisturbato&lt;br /&gt;il Ku Klux Klan, ebbe l’ardire di presentarsi&lt;br /&gt;come squadra di pallacanestro fatta solo&lt;br /&gt;di giocatori neri, puntualmente esclusi&lt;br /&gt;dalle competizioni ufficiali. “Senza i Ren e&lt;br /&gt;senza quei grandi giocatori, la vera storia del&lt;br /&gt;mio sport in America non sarebbe mai stata&lt;br /&gt;scritta”. I Rens giocavano ai margini, venivano&lt;br /&gt;invitati per qualche sfida estemporanea,&lt;br /&gt;in cui puntulmente davano lezione agli educati&lt;br /&gt;atleti bianchi. Ma ogni partita non faceva&lt;br /&gt;altro che offrire un motivo di riflessione&lt;br /&gt;in più. Adesso il sessantenne campione dei&lt;br /&gt;campioni di questo sport ha messo giù un&lt;br /&gt;racconto appassionante, orgoglioso e affettuoso&lt;br /&gt;di quelle vicende trascurate e dell’irripetibile&lt;br /&gt;ambiente metropolitano che, proteggendole,&lt;br /&gt;permise loro di germogliare. Sono&lt;br /&gt;storia di come una società ha imparato a diventare&lt;br /&gt;migliore. E l’uomo che le ha vergate&lt;br /&gt;è la sublime incarnazione di come tutto ciò&lt;br /&gt;abbia senso, sviluppo e dimensione.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-1653960545025398573?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/1653960545025398573/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=1653960545025398573' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/1653960545025398573'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/1653960545025398573'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2007/03/kareem-abdul-jabbar.html' title='Kareem Abdul Jabbar'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-2576350825503190489</id><published>2007-03-18T06:22:00.001-07:00</published><updated>2007-03-18T06:22:50.915-07:00</updated><title type='text'>Addio, Jean Baudrillard</title><content type='html'>I filosofi muoiono in modo complicato.&lt;br /&gt;Spesso si decostruiscono. Pochi&lt;br /&gt;hanno studiato bene la questione,&lt;br /&gt;e Jacques Derrida, in un saggio&lt;br /&gt;intitolato “Il filosofo desidera morire?”,&lt;br /&gt;ebbe l’idea di scrivere: “Noi&lt;br /&gt;sperimentiamo solo la morte degli&lt;br /&gt;altri, da cui ricaviamo mimeticamente&lt;br /&gt;e allegoricamente l’idea della nostra&lt;br /&gt;mortalità, proprio come solo dalle&lt;br /&gt;parole degli altri perveniamo all’autocoscienza&lt;br /&gt;(…). Tutta la coscienza&lt;br /&gt;appare allora come Verwindung o,&lt;br /&gt;detto altrimenti, différance, e la presa&lt;br /&gt;di coscienza si rivela strutturalmente&lt;br /&gt;e trascendentalmente come&lt;br /&gt;un autoinganno”. Più che una frase&lt;br /&gt;lucida, sembra una frase lucidata, in&lt;br /&gt;ogni caso non importa, perché probabilmente&lt;br /&gt;il ribobolo derridiano va&lt;br /&gt;inteso allo stesso modo del titolo che&lt;br /&gt;Libération ha scelto per dare la notizia&lt;br /&gt;della morte di Jean Baudrillard,&lt;br /&gt;filosofo e sociologo francese scomparso&lt;br /&gt;il 6 marzo all’età di settantasette&lt;br /&gt;anni: “Jean Baudrillard au-delà&lt;br /&gt;du réel”. Da tutto questo si possono&lt;br /&gt;trarre due indicazioni: la prima è&lt;br /&gt;che essendo andato al di là del reale,&lt;br /&gt;Jean Baudrillard sia effettivamente&lt;br /&gt;morto (in realtà, e lo so che cerco il&lt;br /&gt;ridicolo, io non credo che la morte&lt;br /&gt;esista, perché morire significherebbe&lt;br /&gt;ritornare al nulla, ma ritornare al&lt;br /&gt;nulla è impossibile, visto che il nulla,&lt;br /&gt;in quanto nulla, non esiste; detto&lt;br /&gt;altrimenti: visto che è logicamente&lt;br /&gt;contraddittorio pensare alla creazione&lt;br /&gt;dal nulla, essendo assurdo che&lt;br /&gt;dal nulla possa venire fuori qualche&lt;br /&gt;cosa di diverso dal nulla, il fatto che&lt;br /&gt;esista il mondo presuppone che questo&lt;br /&gt;mondo sia eterno, e laddove c’è&lt;br /&gt;eternità non può esserci la morte); la&lt;br /&gt;seconda indicazione che ci viene dal&lt;br /&gt;titolo di Libération è che la filosofia&lt;br /&gt;di Baudrillard abbia a che fare con il&lt;br /&gt;reale e con il suo superamento. Ed è&lt;br /&gt;questo, forse, il centro del discorso.&lt;br /&gt;Ma è meglio arrivarci con calma.&lt;br /&gt;Non è infatti pensando alla morte, a&lt;br /&gt;Caronte traghettatore, allo psicopompo,&lt;br /&gt;che vorrei ambientare la discussione&lt;br /&gt;che riguarda Baudrillard su una nave&lt;br /&gt;ormeggiata al porto di Pola, verso la fine&lt;br /&gt;dell’Ottocento. Lo faccio per un altro&lt;br /&gt;motivo, perché a bordo di questa nave, il&lt;br /&gt;panfilo Pelikan, l’imperatrice d’Austria&lt;br /&gt;Sissi pronunciò una frase fondamentale&lt;br /&gt;che è al centro del discorso su Baudrillard.&lt;br /&gt;Racconta Constantin Christomanos,&lt;br /&gt;l’insegnante di greco dell’imperatrice:&lt;br /&gt;“Il Miramare ha fatto scalo a Pola&lt;br /&gt;perché l’Imperatrice aveva intenzione&lt;br /&gt;di visitare il panfilo Pelikan, sul quale&lt;br /&gt;sono in corso lavori di ammodernamento.&lt;br /&gt;La nave l’aspettava tutta imbandierata.&lt;br /&gt;Vi si è diretta con la sua dama di corte&lt;br /&gt;su una scialuppa del Miramare. Le è&lt;br /&gt;andata incontro un’altra scialuppa, con&lt;br /&gt;ammiragli e diversi dignitari del porto.&lt;br /&gt;Dai deserti dello spirito in cui dimorava,&lt;br /&gt;l’Imperatrice è rientrata nell’atmosfera&lt;br /&gt;imposta dal suo rango. Ma anche lì ha&lt;br /&gt;portato l’indescrivibile grazia e nobiltà&lt;br /&gt;della sua natura. Tutti i presenti – lo si&lt;br /&gt;leggeva in volto a ciascuno – erano abbagliati,&lt;br /&gt;ma non ne capivano il vero motivo&lt;br /&gt;e credevano di dover attribuire le loro&lt;br /&gt;impressioni all’augusta dignità della visitatrice”.&lt;br /&gt;Impressioni sbagliate, come&lt;br /&gt;giustamente fa notare Christomanos,&lt;br /&gt;perché in Sissi si agitava altro: stava registrando&lt;br /&gt;un’epoca, la stava riassumendo&lt;br /&gt;tutta in se stessa, per esempio in&lt;br /&gt;quella fotografia storica in cui, tanto per&lt;br /&gt;rappresentare l’idea della scomparsa&lt;br /&gt;della realtà, si era fatta ritrarre a cavallo&lt;br /&gt;con il ventaglio che ne copriva perfettamente&lt;br /&gt;il volto (scrive Guido Ceronetti:&lt;br /&gt;“Elisabetta Wittelsbach, imperatrice&lt;br /&gt;d’Austria, soffriva di fobia dello sguardo.&lt;br /&gt;Il suo assassino gli piantò in cuore un&lt;br /&gt;punteruolo senza guardarla. I medici,&lt;br /&gt;fosse morta tra i pizzi e sotto baldacchini,&lt;br /&gt;l’avrebbero fatta molto più soffrire,&lt;br /&gt;guardandola in faccia”).&lt;br /&gt;Sissi avvertiva la presenza soffocante&lt;br /&gt;del nichilismo, l’idea cioè che i valori&lt;br /&gt;supremi si fossero svalutati, che mancasse&lt;br /&gt;il fine, mancasse la risposta al perché,&lt;br /&gt;che la realtà, una volta per tutte,&lt;br /&gt;fosse svaporata e fosse ormai diventata&lt;br /&gt;un fantasma. Questo, e soltanto questo,&lt;br /&gt;spiega il suo contegno, il deserto dello&lt;br /&gt;spirito in cui dimorava. Infatti, durante&lt;br /&gt;la visita al Pelikan, Sissi confessò a Christomanos:&lt;br /&gt;“Gli uomini credono di dominare&lt;br /&gt;la natura e gli elementi grazie alle&lt;br /&gt;loro navi e ai loro treni espresso. Ma&lt;br /&gt;è vero il contrario – ormai la natura ha&lt;br /&gt;assoggettato gli uomini. Un tempo ci si&lt;br /&gt;sentiva simili a Dio pur abitando in una&lt;br /&gt;conca desolata da cui non si usciva mai.&lt;br /&gt;Ora siamo sempre in moto, perenni globetrotter,&lt;br /&gt;come gocce del mare, e alla fine&lt;br /&gt;ci accorgeremo che non siamo più altro&lt;br /&gt;che questo”.&lt;br /&gt;Quest’immagine del moto perpetuo,&lt;br /&gt;delle gocce del mare, questo fatto che&lt;br /&gt;l’uomo, e tutto ciò che lo riguarda, è diventato&lt;br /&gt;spruzzo, si ritrova quasi identico&lt;br /&gt;in un passo che Jean Baudrillard pubblicò,&lt;br /&gt;nel tentativo di descrivere il collasso&lt;br /&gt;nichilistico della modernità, in&lt;br /&gt;uno dei suoi libri più importanti, “La&lt;br /&gt;trasparenza del male. Saggio sui fenomeni&lt;br /&gt;estremi” (Sugarco editore): “E’ altrettanto&lt;br /&gt;impossibile calcolare in termini&lt;br /&gt;di bello e di brutto, di vero o di falso,&lt;br /&gt;di bene o di male, che calcolare nello&lt;br /&gt;stesso tempo la velocità e la posizione di&lt;br /&gt;una particella. Il bene non si colloca più&lt;br /&gt;sulla verticale del male, nulla si dispone&lt;br /&gt;più in ascisse e ordinate. Ogni particella&lt;br /&gt;segue il proprio movimento, ogni valore,&lt;br /&gt;o frammento di valore, brilla un&lt;br /&gt;istante nel cielo della simulazione, poi&lt;br /&gt;scompare nel vuoto seguendo una linea&lt;br /&gt;spezzata, che solo eccezionalmente incontra&lt;br /&gt;quella degli altri. E’ lo stesso&lt;br /&gt;schema del frattale, ed è lo schema attuale&lt;br /&gt;della nostra cultura”. Si tratta di&lt;br /&gt;un punto di arrivo. Ma per Baudrillard&lt;br /&gt;anche di un punto di partenza. Partenza&lt;br /&gt;certo complicata, visto che in quello che&lt;br /&gt;lui chiama “schema frattale”, almeno&lt;br /&gt;per come lo descrive, è impossibile trovare&lt;br /&gt;un inizio e una fine, un ordine su&lt;br /&gt;cui costruire. Il punto di arrivo è invece&lt;br /&gt;piuttosto chiaro e si può riassumere affermando&lt;br /&gt;che il nichilismo è un processo,&lt;br /&gt;una storia, e non è un fatto che, a un&lt;br /&gt;certo punto, arriva per caso o una nuova&lt;br /&gt;teoria del mondo con cui all’improvviso&lt;br /&gt;fare i conti. Persino Cartesio è un nichilista&lt;br /&gt;quando riprende le idee di Platone,&lt;br /&gt;modello imperituro di qualsiasi cosa c’è&lt;br /&gt;nel mondo, e le trasforma in enti percepibili&lt;br /&gt;e conquistabili. Il nichilismo si caratterizza&lt;br /&gt;quindi come un processo di&lt;br /&gt;indebolimento del reale: così Kant, per&lt;br /&gt;cui il mondo della natura è ordinato secondo&lt;br /&gt;le categorie a priori dell’uomo,&lt;br /&gt;cede il passo a Schopenhauer, per cui il&lt;br /&gt;mondo è una rappresentazione del soggetto&lt;br /&gt;assoluto, fino ad arrivare Nietzsche&lt;br /&gt;che decreta apertamente la disponibilità&lt;br /&gt;del mondo alla volontà di potenza,&lt;br /&gt;unica e libera legislatrice di tutto ciò&lt;br /&gt;che esiste. Di fronte a tutto questo Heidegger&lt;br /&gt;sentenzia: “Alla fine della metafisica&lt;br /&gt;sta la tesi: homo est brutum bestiale”&lt;br /&gt;mettendo una pietra tombale sulla&lt;br /&gt;gloriosa storia fin qui culminata. Ed è in&lt;br /&gt;questo momento del processo, che spunta&lt;br /&gt;Baudrillard con la sua idea di schema&lt;br /&gt;frattale, con la sua geografia del mondo&lt;br /&gt;nichilista e postmoderno.&lt;br /&gt;Baudrillard parla di fine dell’orgia,&lt;br /&gt;spiega cioè che la modernità, nella sua&lt;br /&gt;volontà illuminista e liberatoria, ha&lt;br /&gt;esaurito ogni pulsione vitale e ha portato&lt;br /&gt;l’umanità ormai esausta a quella che&lt;br /&gt;un filosofo eccentrico e imprevedibile&lt;br /&gt;come Alexandre Kojève aveva definito&lt;br /&gt;“Fine della storia”: “La fine della storia&lt;br /&gt;è la morte dell’Uomo propriamente detto&lt;br /&gt;– dice Kojève – dopo questa morte restano&lt;br /&gt;dei corpi vivi dotati di forma umana,&lt;br /&gt;ma privi di Spirito, cioè di Tempo o&lt;br /&gt;di potenza creativa”. Se si vuole è un altro&lt;br /&gt;modo di descrivere il nichilismo, certo&lt;br /&gt;più ironico e amaro, visto che la morale&lt;br /&gt;della modernità è quella delle grandi&lt;br /&gt;minchionature faustiane: io modernità,&lt;br /&gt;io filosofia, ti ho liberato, uomo, ho&lt;br /&gt;realizzato tutti i tuoi desideri, ma ora&lt;br /&gt;che hai ottenuto tutto quello che volevi,&lt;br /&gt;non ti resta in mano nulla, sei tornato&lt;br /&gt;animale e, come uomo, sei morto.&lt;br /&gt;Scrive Baudrillard: “Se si dovesse caratterizzare&lt;br /&gt;lo stato attuale delle cose, direi&lt;br /&gt;che è quello del dopo orgia. L’orgia è&lt;br /&gt;tutto il momento esplosivo della modernità,&lt;br /&gt;quello della liberazione in tutti i&lt;br /&gt;campi. Liberazione politica, liberazione&lt;br /&gt;sessuale, liberazione delle forze distruttive,&lt;br /&gt;liberazione della donna, del bambino,&lt;br /&gt;delle pulsioni inconsce, liberazione&lt;br /&gt;dell’arte. (…) Oggi tutto è liberato, tutti i&lt;br /&gt;giochi sono fatti e ci ritroviamo collettivamente&lt;br /&gt;di fronte alla domanda cruciale:&lt;br /&gt;che fare dopo l’orgia? Possiamo ormai&lt;br /&gt;soltanto simulare l’orgia e la liberazione,&lt;br /&gt;far finta di muoverci nella stessa direzione&lt;br /&gt;accelerando, ma in realtà acceleriamo&lt;br /&gt;nel vuoto (…). Che fare allora? E’ questo&lt;br /&gt;lo stato di simulazione, quello in cui possiamo&lt;br /&gt;solo rimettere in gioco tutti gli scenari&lt;br /&gt;perché hanno già avuto luogo”. Non&lt;br /&gt;resta che la ripetizione addormentata, un&lt;br /&gt;po’ museale, della storia passata; la&lt;br /&gt;realtà si scopre immagine, si sbriciola, vive&lt;br /&gt;nel ricordo, gli uomini si vedono mummie&lt;br /&gt;prive di ombra. Politica, scienza, economia,&lt;br /&gt;sessualità e arte si volatilizzano, si&lt;br /&gt;trasformano in vapore acqueo, gocce del&lt;br /&gt;mare: piccole Sissi che si coprono il volto&lt;br /&gt;perché hanno perso lo sguardo. Diamine.&lt;br /&gt;Ogni cosa si estetizza, Andy Warhol e&lt;br /&gt;Marcel Duchamp mettono sul piedistallo&lt;br /&gt;il primo una scatoletta di fagioli e il&lt;br /&gt;secondo un orinatoio, tutta l’insignificanza&lt;br /&gt;del mondo viene trasfigurata dall’estetica;&lt;br /&gt;la politica si estetizza nello&lt;br /&gt;spettacolo, il sesso nella pubblicità;&lt;br /&gt;nello stesso tempo tutto diventa sessuale,&lt;br /&gt;il sapere si risolve in una dialettica&lt;br /&gt;della libidine (psicoanalisi), e tutto diventa&lt;br /&gt;anche politico: la vita quotidiana,&lt;br /&gt;ma anche la follia, il linguaggio, i media,&lt;br /&gt;il desiderio, eccetera diventano politici&lt;br /&gt;in quanto parte del processo liberatorio&lt;br /&gt;della modernità. Tutto è in tutto.&lt;br /&gt;E niente è in niente. Spruzzi. Jackson&lt;br /&gt;Pollock. Bianco assoluto. Il corpo&lt;br /&gt;ambisce al protozoo, intende riprodursi&lt;br /&gt;per clonazione, mutarsi in una piccola&lt;br /&gt;macchina celibe. Scrive Baudrillard:&lt;br /&gt;“E il sesso che abbiamo, questa piccola&lt;br /&gt;parte di destino che ci resta, questo minimo&lt;br /&gt;di fatalità e di alterità, anche questo&lt;br /&gt;lo si potrà cambiare a piacere. Senza&lt;br /&gt;contare la chirurgia estetica degli&lt;br /&gt;spazi verdi, della natura, dei geni, degli&lt;br /&gt;eventi e della storia (la Rivoluzione rivista&lt;br /&gt;e corretta, con un lifting in direzione&lt;br /&gt;dei diritti dell’uomo). Tutto deve&lt;br /&gt;essere postsincronizzato secondo criteri&lt;br /&gt;di convenienza e di compatibilità ottimale.&lt;br /&gt;Ovunque si arriva a questa formalizzazione&lt;br /&gt;inumana del volto, della&lt;br /&gt;parola, del sesso, del corpo, della volontà,&lt;br /&gt;dell’opinione pubblica. Qualunque&lt;br /&gt;barlume di destino e di negatività&lt;br /&gt;deve essere espulso per qualcosa che&lt;br /&gt;assomiglia al sorriso morto nelle funerals&lt;br /&gt;homes, per una redenzione generale&lt;br /&gt;dei segni, in una gigantesca manovra&lt;br /&gt;di chirurgia plastica”.&lt;br /&gt;Ripetendo un ragionamento simile a&lt;br /&gt;quello che fece Pier Paolo Pasolini a&lt;br /&gt;proposito dell’aborto, quando Pasolini&lt;br /&gt;sostenne che il reato di aborto si poteva&lt;br /&gt;includere in quello di eutanasia, in un&lt;br /&gt;piccolo patto criminale a opera della&lt;br /&gt;natura per evitare la fine dell’umanità&lt;br /&gt;per sovrappopolazione, per pletora planetaria,&lt;br /&gt;Jean Baudrillard sostiene per&lt;br /&gt;esempio che l’Aids e il terrorismo non&lt;br /&gt;siano altro che sinistre terapie messe in&lt;br /&gt;atto, (sempre dalla natura?), per cercare&lt;br /&gt;di limitare l’esplosione nichilista.&lt;br /&gt;“Conosciamo bene – scrive Baudrillard&lt;br /&gt;– l’autoregolazione spontanea dei sistemi&lt;br /&gt;che producono i propri incidenti, i&lt;br /&gt;propri arresti, al fine di sopravvivere.&lt;br /&gt;Non c’è società che non viva contro il&lt;br /&gt;proprio sistema di valori – bisogna che&lt;br /&gt;ne abbia uno, ma è altrettanto necessario&lt;br /&gt;che essa si determini contro di esso.&lt;br /&gt;Ora, noi viviamo su due princìpi almeno:&lt;br /&gt;quello della liberazione sessuale e&lt;br /&gt;quello della comunicazione e dell’informazione.&lt;br /&gt;Tutto avviene come se la specie&lt;br /&gt;producesse da se stessa, attraverso&lt;br /&gt;la minaccia dell’Aids, un antidoto al suo&lt;br /&gt;principio di liberazione sessuale, attraverso&lt;br /&gt;il cancro, che è un’irregolarità del&lt;br /&gt;codice genetico, una resistenza nei confronti&lt;br /&gt;del principio onnipotente del&lt;br /&gt;controllo cibernetico, e, attraverso tutti&lt;br /&gt;i virus, un sabotaggio del principio universale&lt;br /&gt;di comunicazione. (…) Altrettanto&lt;br /&gt;va detto per il terrorismo: (…) non ci&lt;br /&gt;protegge forse da un’epidemia di consenso,&lt;br /&gt;da una leucemia e da un deliquio&lt;br /&gt;politici crescenti, e dalla trasparenza&lt;br /&gt;dello stato? Tutto è ambiguo e reversibile.&lt;br /&gt;In fondo è con la nevrosi che l’uomo&lt;br /&gt;si protegge nella maniera più efficace&lt;br /&gt;dalla follia”. A proposito del ragionamento&lt;br /&gt;di Pasolini sull’aborto e sul problema&lt;br /&gt;demografico, Giorgio Manganelli&lt;br /&gt;diceva: “Questo non è un glissando, è&lt;br /&gt;uno slalom. A questo punto, viene una&lt;br /&gt;gran nostalgia di Voltaire, di Swift, di&lt;br /&gt;Bertrand Russell, magari della logica di&lt;br /&gt;Aristotele, aio e pedante”, e lo stesso si&lt;br /&gt;potrebbe, anzi si dovrebbe, ripetere qui,&lt;br /&gt;con una differenza: non è slalom, Baudrillard&lt;br /&gt;è già all’intertempo della sua&lt;br /&gt;discesa libera. Perché al traguardo,&lt;br /&gt;quando cioè viene ripreso l’argomento&lt;br /&gt;del terrorismo alla luce dell’11 settembre,&lt;br /&gt;Baudrillard scrive che il terrorismo&lt;br /&gt;è colpa nostra, è colpa della nostra società&lt;br /&gt;globalizzata e mercantile: “L’instaurazione&lt;br /&gt;del sistema mondiale è il risultato&lt;br /&gt;di una gelosia feroce: quella di&lt;br /&gt;una cultura indifferente e di bassa definizione&lt;br /&gt;nei confronti delle culture a alta&lt;br /&gt;definizione – quelle dei sistemi disincantati,&lt;br /&gt;disintensificati, nei confronti&lt;br /&gt;delle culture a alta intensità – quelle&lt;br /&gt;delle società desacralizzate nei confronti&lt;br /&gt;delle culture o delle forme sacrificali.&lt;br /&gt;(…) Oltre che sulla disperazione degli&lt;br /&gt;umiliati e degli offesi, il terrorismo si&lt;br /&gt;fonda (anche) sulla disperazione invisibile&lt;br /&gt;dei privilegiati nella globalizzazione,&lt;br /&gt;sulla nostra stessa sottomissione a&lt;br /&gt;una tecnologia integrale (…). Il terrorismo&lt;br /&gt;è il verdetto e la condanna che la&lt;br /&gt;nostra società pronuncia su se stessa”.&lt;br /&gt;E’ il nichilismo, bellezza. E’ lo schema&lt;br /&gt;frattale che rende difficile, se non&lt;br /&gt;impossibile, ogni partenza, ogni tentativo&lt;br /&gt;di superare l’orgia della modernità,&lt;br /&gt;e che tutto avviluppa e che trattiene a&lt;br /&gt;sé, mordendo, con il veleno del paradosso,&lt;br /&gt;lo sforzo di andare oltre, di rispondere&lt;br /&gt;alla domanda su cosa è necessario&lt;br /&gt;fare dopo l’orgia.&lt;br /&gt;Si diceva che i filosofi muoiono in&lt;br /&gt;modo complicato. Ecco, per avere troppo&lt;br /&gt;frequentato le esuberanze della modernità,&lt;br /&gt;Baudrillard è morto forse di&lt;br /&gt;quello stesso nichilismo che non ha&lt;br /&gt;mai smesso di indagare. Magari è&lt;br /&gt;scomparso al di là del reale, afferrato&lt;br /&gt;da quegli spruzzi che avevano già colpito&lt;br /&gt;il volto nascosto dell’imperatrice&lt;br /&gt;Sissi mentre passeggiava sul ponte del&lt;br /&gt;panfilo Pelikan in compagnia del suo&lt;br /&gt;insegnante di greco.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-2576350825503190489?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/2576350825503190489/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=2576350825503190489' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/2576350825503190489'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/2576350825503190489'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2007/03/addio-jean-baudrillard.html' title='Addio, Jean Baudrillard'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-5288353534377717127</id><published>2007-02-27T07:50:00.000-08:00</published><updated>2007-02-27T07:54:32.513-08:00</updated><title type='text'>Come non essere d'accordo con Camillo Langone?</title><content type='html'>La Scuola Holden di Alessandro Baricco arriva&lt;br /&gt;in edicola: allo scrittore torinese non bastava&lt;br /&gt;aver diplomato 300 corsisti, voleva i grandi numeri e con questi &lt;br /&gt;dvd intitolati “Scrivere” sicuramente li otterrà. &lt;br /&gt;La scrittura è l’unica bottega artigianale alla cui&lt;br /&gt;porta bussano sempre nuovi apprendisti. &lt;br /&gt;Purtroppo è anche l’unica i cui prodotti sono&lt;br /&gt;inutili quando non dannosi (il libro più&lt;br /&gt;importante è stato già scritto, basterebbe&lt;br /&gt;andarsi a rileggere quello). Ma siccome&lt;br /&gt;non si può andare contro lo spirito del&lt;br /&gt;tempo, che sibila all’orecchio di migliaia&lt;br /&gt;di ragazzi la necessità di esprimere una&lt;br /&gt;personalità inesistente, anziché avvilirsi&lt;br /&gt;bisogna sfruttare gli stessi metodi a fini benefici.&lt;br /&gt;Che vengano diffusi dvd in cui signori&lt;br /&gt;di bell’aspetto, indossanti maglioni&lt;br /&gt;dai colori biologici, spieghino con sottofondo&lt;br /&gt;di musica classica quanto la personalità&lt;br /&gt;possa espandersi attraverso le attività&lt;br /&gt;manuali. I primi titoli: “Cucire”, “Impastare”,&lt;br /&gt;“Segare e piallare”, “Zappare”.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-5288353534377717127?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/5288353534377717127/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=5288353534377717127' title='1 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/5288353534377717127'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/5288353534377717127'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2007/02/come-non-essere-daccordo-con-camillo.html' title='Come non essere d&apos;accordo con Camillo Langone?'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-7378432950165002429</id><published>2007-02-11T05:16:00.000-08:00</published><updated>2007-02-03T07:03:50.944-08:00</updated><title type='text'>Grazie, Eugenio.</title><content type='html'>Nella giornata di ieri la Chiesa è passata al contrattacco, guidata dal Papa in persona a rinforzo del "non possumus" emanato dalla Conferenza episcopale. Benedetto XVI, con riferimento specifico ai temi della bioetica e al disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri sulle convivenze di fatto, ha detto che c'è da pensare "che ci siano dei periodi in cui l'essere umano non esista veramente" Addirittura! Accenti simili non si erano più uditi da quando i bersaglieri di La Marmora entrarono dalla breccia di Porta Pia mettendo fine al potere elettorale e la nobiltà clericale chiuse i portoni dei suoi palazzi sconfessando la nascita dell'Italia unita e di Roma capitale.&lt;br /&gt;                                             &lt;br /&gt;Dev'essere accaduto qualche cosa di molto più grave a ferire la sensibilità e gli interessi della Chiesa del riconoscimento di alcuni diritti che regolarizzano le coppie di fatto ben più timidamente di quanto già non sia avvenuto in tutt'Europa, dalla Spagna all'Olanda e dalla Francia alla Germania. Che cosa è dunque accaduto?&lt;br /&gt;                                             &lt;br /&gt;È accaduto che quel cautissimo atto di governo, che porta la firma d'un premier cattolicissimo ed è stato redatto da un cattolicissimo ministro, ha posto un paletto al neo-temporalismo della Santa Sede, alle sue crescenti interferenze nella legislazione e addirittura nell'articolazione delle norme di legge che il Parlamento voterà nelle prossime settimane.&lt;br /&gt;                                             &lt;br /&gt;È accaduto che al "non possumus" dei vescovi italiani è stato opposto il "possumus" dei gruppi parlamentari del centrosinistra e in particolare dei parlamentari cattolici della Margherita, che hanno rivendicato la loro responsabile autonomia laica e - insieme - la loro costante appartenenza ai valori del cristianesimo.&lt;br /&gt;                                                                                &lt;br /&gt;Viene in mente il rifiuto di Alcide De Gasperi all'operazione Sturzo di stampo clerico-fascista, sponsorizzata da papa Pacelli e dai Comitati civici. Da allora il leader della Dc non fu più ricevuto, neppure in udienza privata, da Pio XII, il che non gli impedì di reggere le sorti del governo nazionale senza mai venir meno ai suoi sentimenti di appartenenza cattolica e ai suoi doveri verso il paese e verso la Costituzione.&lt;br /&gt;                                             &lt;br /&gt;Questo preoccupa Benedetto XVI e i vescovi italiani: che i cattolici democratici, messi con le spalle al muro dall'intransigenza ruiniana, abbiano rifiutato di essere passiva cinghia di trasmissione ponendo così un argine alla clericalizzazione delle istituzioni.&lt;br /&gt;                                             &lt;br /&gt;Non li preoccupa né Diliberto né Pecoraro Scanio né Rifondazione comunista, bensì i Franceschini, i Letta, le Bindi, gli Scoppola e, soprattutto, Romano Prodi che va a messa e frequenta i sacramenti tutte le domeniche. Si ritrovano - i vescovi - in compagnia del paganesimo berlusconiano con il rischio di un neo-temporalismo profumato alla cipria del Bagaglino anziché all'incenso delle basiliche.&lt;br /&gt;                                             &lt;br /&gt;                                                                                                      * * *                                            &lt;br /&gt;                                             &lt;br /&gt;Si dice - talvolta l'ho detto anch'io - che il potere politico è debole. Ha un pensiero debole. Inclina al compromesso. Si vorrebbe una politica che scelga senza se e senza ma. E poiché i se e i ma abbondano, se ne conclude che la politica non fa il dover suo e le si contrappone il deposito dei valori della religione, alimentati dall'intransigenza della fede.&lt;br /&gt;                                             &lt;br /&gt;Ma si è mai vista nella storia una politica senza compromessi? La politica si nutre di compromessi, procede per sintesi, non si ferma mai ad una tesi intransigente o ad un'intransigente antitesi, salvo in regimi di dittatura o, peggio, di totalitarismo.&lt;br /&gt;                                              &lt;br /&gt;I regimi liberali e ancor più quelli liberal-democratici amministrano organismi complessi, interessi plurimi e spesso contrapposti. Debbono pertanto rappresentarli tutti superandone i particolarismi, includendo e non escludendo, trovando il denominatore comune.&lt;br /&gt;                                              &lt;br /&gt;Il pensiero debole della politica coincide con compromessi deboli e privi di obiettivi forti. E in quei casi debbono essere vigorosamente criticati. La politica è l'arte del possibile, quindi del dialogo e dell'accordo al più alto livello possibile. Cavour voleva fare un grande Piemonte nel 1857 e si accordò con la Francia di Napoleone III. Poi l'obiettivo cambiò e divenne assai più ambizioso: volle fare l'Italia. Si alleò con Garibaldi, con Ricasoli, con Minghetti e con l'Inghilterra. Si sarebbe alleato anche col diavolo se fosse servito.&lt;br /&gt;                                              &lt;br /&gt;Quale politica non fa compromessi? Perfino Cesare li fece. Perfino Napoleone. Hitler no, non li fece. Voleva sterminare gli ebrei e li sterminò. Voleva conquistare tutta l'Europa e c'era quasi riuscito se non ci fosse stato Pearl Harbor e se Roosevelt non si fosse alleato con Stalin. Ma Hitler non era un politico, era un pazzo criminale. Antipolitico per eccellenza.&lt;br /&gt;                                              &lt;br /&gt;Anche la Chiesa ha fatto compromessi. Perfino con Hitler. Con Mussolini. Con Franco. Con Breznev. Con Jaruzelski. Con Gorbaciov. Tutte le volte che le è convenuto ha stipulato concordati. Non è forse un compromesso il concordato? Si patteggia, si dà e si prende.&lt;br /&gt;                                              &lt;br /&gt;La fede non fa compromessi. Ma la fede riguarda la coscienza individuale, non le organizzazioni che l'amministrano. La Chiesa e la sua gerarchia sono il corpo che riveste la fede. Talvolta il corpo esprime e realizza l'anima, talaltra la rinserra nei suoi corposi interessi mondani. Questo è sempre stato il rapporto tra la gerarchia dei presbiteri e la comunità dei fedeli. Lo scontro tra il modernismo e il Vaticano ebbe proprio questa motivazione. Finì con la persecuzione dei modernisti della quale c'è traccia evidente perfino nel Concordato del '29. Il cristianesimo diffuso dalla predicazione degli apostoli è la religione dell'amore. Ma non sempre.&lt;br /&gt;                                              &lt;br /&gt;                                                                                                       * * *                                            &lt;br /&gt;                                              &lt;br /&gt;È singolare che nel dibattito in corso tra il Vaticano e il governo italiano nessuno (salvo i radicali) abbia menzionato il Concordato. Come se non esistesse più. Come se fosse caduto in desuetudine. Come se non fosse stato recepito nella Costituzione del 1947.&lt;br /&gt;Infatti è caduto in desuetudine. O meglio: sta in piedi soltanto a tutela dei benefici che ne riceve la Chiesa. I limiti che la Chiesa ha pattuito con lo Stato sono stati invece superati.&lt;br /&gt;                                              &lt;br /&gt;Il deputato Capezzone, tanto per dire, si è stupito l'altro ieri perché si aspettava che il governo protestasse con la Santa Sede per l'irritualità compiuta dalla Cei con l'irruzione palese e anticoncordataria compiuta nei confronti del potere legislativo, così come il governo aveva ritenuto irrituale l'intervento dei sei ambasciatori che ci invitavano perentoriamente a restare in Afghanistan senza se e senza ma.&lt;br /&gt;                                              &lt;br /&gt;Ha ragione Capezzone. Ma ha ragione anche il governo. Il Vaticano in Italia è infinitamente più forte degli ambasciatori dei sei paesi alleati. È più forte come potere temporale. Pretende di dirigere le coscienze dei fedeli anche - anzi soprattutto - quando rivestano cariche ministeriali o siano membri del Parlamento. Chiede, anzi pretende obbedienza.&lt;br /&gt;                                              &lt;br /&gt;Ho letto l'intervista di Rosy Bindi su Repubblica di ieri. Dice: "Abbiamo scritto una legge giusta che tutela i più deboli, riconosce diritti alle persone discriminate, non crea nessuna figura giuridica che possa attentare alla famiglia. L'insegnamento cattolico parla di valore della giustizia, di pace, di libertà personale, di accoglienza perfino dell'errore. Di carità e di misericordia... Un politico non deve sentirsi referente di nessuno. Il mio referente è il Paese e la mia coscienza cattolica".&lt;br /&gt;                                              &lt;br /&gt;Ebbene, questo è il punto che per i vescovi italiani ha l'effetto d'un panno rosso davanti a un toro infuriato: il fatto che il laicato cattolico democratico abbia come riferimento la Costituzione e la propria coscienza cattolica e sulla base di questi due riferimenti fondamentali arrivi a conclusioni difformi da quelle della gerarchia ecclesiastica. La considera una ribellione perché ha perso la nozione esatta della parola Ecclesia. Che non distingue tra presbiteri e fedeli. Ecclesia è la comunità cristiana, è comunione partecipata perché tutti prendono il corpo eucaristico del Cristo, tutti nello stesso momento e alla stessa mensa. La grazia non passa attraverso l'intermediazione dei presbiteri, ma il Signore la dispensa direttamente ai fedeli che credono in lui e da lui prescelti.&lt;br /&gt;                                              &lt;br /&gt;Il neo-temporalismo è il contrario di tutto ciò. Non a caso Paolo VI ritenne la fine del temporalismo "un fausto evento per la Chiesa". Ma in realtà a partire dal pontificato di papa Wojtyla fino ad oggi la Chiesa sta devitalizzando i contenuti più significativi del Concilio Vaticano II e i due pontificati di Giovanni XXIII e di Paolo VI. L'ha scritto a chiare lettere Pietro Scoppola nel suo articolo di tre giorni fa su Repubblica.&lt;br /&gt;Questo è il senso dell'operazione in corso, di cui il disegno di legge sulle convivenze non è che il pretesto.&lt;br /&gt;                                              &lt;br /&gt;                                                                                                       * * *                                            &lt;br /&gt;                                              &lt;br /&gt;Si dice che il pensiero laico sia debole. Capisco perché lo si dice: i laici (qui intesi come laici non credenti) non hanno né papi né cardinali né vescovi né preti. Ciascuno parla per sé e rappresenta solo se stesso. Per fortuna.&lt;br /&gt;                                              &lt;br /&gt;Non significa che un pensiero laico non esista e neppure che sia debole. Al contrario è forte, è lucido, è coerente alle sue premesse e nella sua dialettica con i clerici. Basta aver letto i più recenti prodotti di questo pensiero pubblicati questa settimana dal nostro giornale: l'articolo di Ezio Mauro e quello di Gustavo Zagrebelsky a proposito del "non possumus" episcopale.&lt;br /&gt;                                              &lt;br /&gt;I laici sono favorevoli allo spazio pubblico che spetta alla Chiesa, per ampio e crescente che sia, e ascoltano la sua parola con interesse traendone elementi di positiva riflessione e di rispettosa accoglienza quando ve ne siano, contestando elementi di intolleranza e tentazioni teocratiche che spesso, purtroppo, vi sono.&lt;br /&gt;I laici non sono anticlericali, anche se l'episcopato italiano sta facendo il possibile per farceli diventare. Ma i laici hanno come solo punto di riferimento il patto costituzionale. Su quel patto si fonda la Repubblica italiana e in esso ciascuno trova le radici della sua identità.&lt;br /&gt;                                              &lt;br /&gt;Perciò mi stupisco molto di coloro che sarebbero pronti ad accettare i patti di convivenza purché limitati agli eterosessuali. La Costituzione vieta in modo esplicito che la legislazione possa introdurre norme discriminanti nei confronti dei cittadini per ragioni di etnia, di religione, di sesso. Un regime di convivenza che discriminasse gli omosessuali cadrebbe ovviamente sotto la scure della Corte costituzionale e, prima ancora, sotto quella del Capo dello Stato secondo i poteri e le modalità che gli sono attribuiti.&lt;br /&gt;                                              &lt;br /&gt;                                                    &lt;!-- do nothing --&gt; Quindi tutto è molto chiaro. I laici vogliono il rispetto della Costituzione e di conseguenza anche del Concordato. Qualcuno, prima o poi, chiederà alla Corte se il Concordato sia ancora in vigore o sia gravemente leso. E qualora lo fosse, quali siano gli strumenti atti a recuperarne il rispetto o a proclamarne la decadenza per doveroso recesso della parte lesa.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-7378432950165002429?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/7378432950165002429/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=7378432950165002429' title='1 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/7378432950165002429'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/7378432950165002429'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2007/02/grazie-eugenio.html' title='Grazie, Eugenio.'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-4586556979057615229</id><published>2007-02-03T07:03:00.001-08:00</published><updated>2007-02-03T07:03:51.012-08:00</updated><title type='text'>Jean- Noel Schifano e Napoli</title><content type='html'>Jean-Noel Schifano è innamorato di Napoli oltre il limite della provocazione, tanto da mettere in imbarazzo chi all’ombra del Vesuvio ci vive, sospeso tra inferno e paradiso, accerchiato da una quotidianità disperata. Ventitrè anni dopo la prima edizione con Pironti, ora lo scrittore francese, che per lungo tempo è stato direttore del Grenoble, ripubblica Cronache napoletane (Marlin, pagg. 177, euro 11,90, con la nuova versione di Tjuna Notarbartolo, precedentente tradotto da Felice Piemontese). Ma la vera novità è l’uscita in Francia, il prossimo aprile, del Dizionario innamorato di Napoli (Plot). Sempre innamorato? «Ora più che mai. Proprio in questi mesi in cui in Italia è in atto una scandalosa campagna-stampa contro Napoli, a colpi di copertine di settimanali. Napoli perduta? Ma quando mai? Non hanno capito niente di questa città. L’Italia la odia perché la invidia». Cominciamo subito con un’esagerazione. Napoli sembra una città senza futuro, almeno per chi ci vive. «Napoli nella sua grammatica esistenziale non ha futuro. Nel suo presente c’è il passato e nel suo passato c’è il presente». Stiamo freschi, allora. «Napoli vive un eterno presente. Per questo i napoletani fanno una grande fatica ad andare avanti ma voi sapete prendere il meglio, quando il resto d’Italia cerca di buttarvi addosso il peggio di sé». Insomma, è colpa degli italiani? Un po’ vittimistico. «Tra tutte le metropoli del mondo, Napoli è quella dove si vive meglio». Stentiamo a crederci. Basta spostarsi di qualche chilometro. «Bisogna avere altri occhi. Per leggere Napoli bisogna pensare a Rabelais e a Basile, non a Camus, perché Napoli non sopporta l’utopia». Un momento. Approfondiamo. «Sì, Napoli ha sempre rifiutato la purezza dell’utopia. Lo ha fatto non accettando l’Inquisizione spagnola e, poi, impiccando i rivoluzionari del 1799. Ama la corruzione della materia, perché la corruzione è la vita. Nasciamo dal fango e dalla merda e torniamo al fango e alla merda. Per questo Napoli non ama il fuoco purificatore, perché ha capito la vera essenza della vita». Insomma dovremmo tenerci l’immondizia e ringraziare pure? «Come gli alchimisti bisogna trasformare l’immondizia in oro». A questo ci ha già pensato la camorra. Ora lei attacca il mito dei martiri del '99. È diventato neoborbonico? «Non scherziamo. I napoletani possono avere nostalgia borbonica, ma non potranno mai avere nostalgie savoiarde. Garibaldi ha messo in tasca ai piemontesi tutto il Sud in modo inaspettato. E Vittorio Emanuele ha chiamato la camorra a guidare una città che ha depredato e che non capiva. La camorra era l’unica forza sociale che poteva controllare questo caos. I Savoia si sono impossessati anche della toponomastica. Io vorrei che piazza Plebiscito tornasse a chiamarsi Largo di Palazzo, come via Roma ha ripreso il nome di via Toledo». Ma ormai i napoletani si sono affezionati al nome Plebiscito. «Ma è un nome bruttissimo. Lo stesso concetto di plebiscito è terrificante. È un segno di dittatura. I Savoia sono partiti dai plebisciti e hanno portato al potere Mussolini. C’è una linea diretta tra Garibaldi e il fascismo». Le sue sintesi sono da brivido. Si rende conto che molti storici stanno saltando sulla sedia? «Bah, io so soltanto che sono secoli che i napoletani ricevono botte dall’esterno e resistono. Non cambiano. Tra un napoletano di cento anni fa anni fa e un napoletano di oggi non c’è differenza». Purtroppo. «È sempre colpa del governo centrale che tratta Napoli come una vecchia da assistere, mentre invece è la città più giovane d’Italia. E la sua vitalità deve sfogare in qualche modo». In che modo? «Liberandosi dal provincialismo di Roma, schiava del Vaticano. Ci vuole un’altra breccia di Porta Pia». Allora qualcosa dei Savoia lo salva. «Be’ sì. Comunque, la classe politica napoletana di oggi è succube di giochi di potere romani, come tutta l’Italia». Che fa il leghista ora? Roma ladrona? «La salvezza dell’Italia è nell’indipendenza delle Regioni e delle città. L’Italia ha perso l’unità. Non so se sia un bene o un male. È un fatto. E per fare rinascere Napoli ci vuole un’altra Italia, diversa, una Confederazione, come la Svizzera per esempio. Là le specificità delle singole parti del paese sono tutelate e incentivate, come i dialetti, per esempio». Mica ci potranno salvare le poesie di Salvatore Di Giacomo? «Certo che no. Ma Napoli ha una capacità imprenditoriale unica al mondo. Qui ci sono delle vere potenze legali e illegali». Delle seconde ce ne siamo accorti da tempo. «Voglio fare un discorso provocatorio, ma serio. Oggi la camorra non è la delinquenza dei Quartieri Spagnoli. La criminalità organizzata è fatta di imprenditori che hanno rapporti commerciali strettissimi con la Cina. Gran parte delle merci che arrivano in Europa, legalmente e illegalmente, fanno capo al porto di Napoli. I camorristi hanno capacità commerciali enormi, riescono a stabilire rapporti legali con la Cina e addirittura con il suo governo». Guardi che sta creando un caso diplomatico. «Ma sono cose note a tutti. Secondo me, bisogna fare uscire dall’illegalità gli imprenditori camorristi, loro saprebbero rilanciare l’economia napoletana e italiana». Un condono, una sorta di «chi avuto avuto avuto, chi ha dato ha dato ha dato»? «Ma no. Bisogna ripulirli del loro passato. Devono restituire una gran parte dei guadagni illeciti allo Stato, alla comunità alla quale le hanno tolte e lo Stato li sdogana». Insomma, per dirla con Marx, accettiamo la loro accumulazione originaria e li traghettiamo nel salotto buono dell’economia? «È quello che hanno fatto e fanno in America. Così è stato per grandi famiglie dal passato controverso, come i Kennedy, per esempio. Quando lo stato centrale soffoca l’economia, è naturale che nascono contropoteri come la camorra. La soluzione sta nel trasformare queste forze che lavorano per sé stesse in forze che lavorano per tutti. Integrarle nella società, non disintegrarle. Pensi che io farei addirittura un museo della camorra». Boom. «Non è uno scherzo. Anche i lager nazisti sono visitati dai turisti. Museificare è affidare alla Storia, allontanarsi dal male e recupare le forze vive». Ma la camorra non si batte con i musei. Sarebbe troppo facile. «Napoli ha generato la camorra e saprà riassorbirla. La gente trattata come monnezza si trasforma in monnezza. Bisogna uscire da questa logica». Sono stordito. Ha qualcosa da dire anche alla classe politica, quella legale? «Chi governa Napoli deve uscire dall’ideologia, deve capire la città in cui vive e tirarne fuori tutte le energie creative. Non bisogna avere paura di essere napoletani. Per salvarvi dovete esserlo profondamente». Come si fa a essere profondamente napoletani? «Puntando sulle qualità che avete». Ci rincuori, quali sono queste qualità? «La grande capacità di comunicare, la disponibilità a comprendere l’altro, l’assoluta mancanza di razzismo, la curiosità, l’intelligenza permanente, la vivacità nelle decisioni, quando vi è data la possibilità di decidere». Non ci resta che leggere il suo «Dizionario». «Resterete a bocca aperta»&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-4586556979057615229?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/4586556979057615229/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=4586556979057615229' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/4586556979057615229'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/4586556979057615229'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2007/02/jean-noel-schifano-e-napoli.html' title='Jean- Noel Schifano e Napoli'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-4057097050653770088</id><published>2007-01-16T10:36:00.000-08:00</published><updated>2007-01-16T10:42:39.548-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='relativismo'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='islam'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='occidente'/><title type='text'>Relativismo e fanatismo islamico</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;E’ sulle Stone Mountain, la catena rocciosa&lt;br /&gt;nello stato della Georgia dove vive,&lt;br /&gt;che il filosofo americano Lee Harris ha&lt;br /&gt;imparato a lavorare sui fondamentali. Demografia&lt;br /&gt;e relativismo, significato del Corano&lt;br /&gt;e concetto di nemico, neosecolarismo e&lt;br /&gt;razionalismo, matrimonio e sionismo. Temi&lt;br /&gt;apparentemente distanti tra di loro, ma che&lt;br /&gt;Harris da molti anni descrive come basamenti&lt;br /&gt;della tensione alla sopravvivenza della&lt;br /&gt;civiltà occidentale. In “Civilization and&lt;br /&gt;its enemies” (Free press), un’opera salutata&lt;br /&gt;anche dai liberal come un indispensabile&lt;br /&gt;tour de force intellettuale sull’11 settembre,&lt;br /&gt;Harris si era spinto a denunciare la perdita&lt;br /&gt;dell’istinto di difesa in occidente.&lt;br /&gt;Quest’anno Harris torna in libreria con&lt;br /&gt;“The suicide of reason”, un pamphlet sul&lt;br /&gt;crollo del “fronte interno” e del neorazionalismo&lt;br /&gt;di fronte all’attacco del fanatismo&lt;br /&gt;islamico. In questa lunga intervista al Foglio,&lt;br /&gt;Harris anticipa i contenuti di un’opera&lt;br /&gt;concepita come risposta alla domanda:&lt;br /&gt;“Quale nemico stiamo affrontando?”.&lt;br /&gt;Il “filosofo dell’11/9”, come è&lt;br /&gt;stato ribattezzato, democratico per formazione&lt;br /&gt;prestato ai repubblicani dopo&lt;br /&gt;che il terrore islamico ha svelato il&lt;br /&gt;suo volto, non edulcora&lt;br /&gt;lo scontro di civiltà,&lt;br /&gt;ritiene che sia&lt;br /&gt;in gioco qualcosa di&lt;br /&gt;più: il fallimento&lt;br /&gt;della nostra civiltà. “Decadenza oggi descrive&lt;br /&gt;un certo tipo di caffè. Una volta era&lt;br /&gt;un concetto importante, indicava il pericolo&lt;br /&gt;per il futuro della sopravvivenza. L’islam&lt;br /&gt;radicale è una rivolta contro la decadenza&lt;br /&gt;occidentale”. Questo Carl Schmitt americano,&lt;br /&gt;pensatore laico cresciuto nel sud dei&lt;br /&gt;battisti evangelici, risale alle origini del&lt;br /&gt;progetto illuminista: “Con l’avvento del secolarismo&lt;br /&gt;si intendeva creare persone che&lt;br /&gt;si sarebbero comportate come ‘attori razionali’.&lt;br /&gt;Abbiamo dimenticato il fanatismo.&lt;br /&gt;Questa dimenticanza è approdata all’idea&lt;br /&gt;seduttiva secondo cui sarebbe naturale&lt;br /&gt;comportarsi in modo razionale: l’uomo razionale&lt;br /&gt;è libero di realizzare quelli che&lt;br /&gt;John Stuart Mill chiamava ‘esperimenti di&lt;br /&gt;vita’. Cerca di minimizzare il nemico, spiegarlo&lt;br /&gt;e negarlo. Vuole essere lo ‘spettatore&lt;br /&gt;disinteressato’ di Adam Smith. Ci sono due&lt;br /&gt;grandi minacce alla sopravvivenza dell’occidente:&lt;br /&gt;una esagerata fiducia nel potere&lt;br /&gt;della ragione e una profonda sottovalutazione&lt;br /&gt;del potere del fanatismo”.&lt;br /&gt;Due secoli fa l’esploratore inglese E.W.&lt;br /&gt;Lane in Egitto scrisse che il contatto con la&lt;br /&gt;cultura occidentale non solo aveva fallito&lt;br /&gt;nella modernizzazione dei musulmani, li&lt;br /&gt;aveva resi ancora più fanatici. “Il fanatismo&lt;br /&gt;islamico è una formidabile arma nella&lt;br /&gt;guerra per la sopravvivenza e ha dato all’islam&lt;br /&gt;la capacità di espansione territoriale,&lt;br /&gt;attraverso la conquista di cuori e menti”, ci&lt;br /&gt;spiega Harris. “E’ difficile immaginare un&lt;br /&gt;Egitto o un Iran preislamico”.&lt;br /&gt;Il mutismo della ragione nasce dallo&lt;br /&gt;scacco relativista. “Sono un ammiratore di&lt;br /&gt;Joseph Ratzinger. In occidente giudichiamo&lt;br /&gt;il successo di una cultura attraverso standard&lt;br /&gt;materiali e utilitaristici. La posizione&lt;br /&gt;relativista collassa nell’oscurantismo reazionario&lt;br /&gt;che dice: tutte le culture sono incommensurabili,&lt;br /&gt;è impossibile giudicare.&lt;br /&gt;Lo scopo dell’educazione laicista diventa&lt;br /&gt;‘liberare’ tutto, la fede sulla superiorità dell’occidente&lt;br /&gt;è sostituita dal multiculturalismo,&lt;br /&gt;dal sofisticato nonsense del relativismo.&lt;br /&gt;Per noi l’uomo razionale non è più il&lt;br /&gt;risultato di ciò che Norbert Elias chiamava&lt;br /&gt;‘processo civilizzatore’: nasciamo razionali.&lt;br /&gt;I nostri figli vengono al mondo civilizzati.&lt;br /&gt;La società viene organizzata intorno alla&lt;br /&gt;massimizzazione del piacere individuale.&lt;br /&gt;E’ all’indifferenza per il futuro. Lo zenit&lt;br /&gt;delle società del ‘carpe diem’ è espresso&lt;br /&gt;dal ritornello ‘don’t worry, be happy’. Gli&lt;br /&gt;uomini hanno bisogno invece di una tradizione&lt;br /&gt;profonda che inizia dalla nascita. La&lt;br /&gt;cristianità è stata necessaria per raggiungere&lt;br /&gt;una genuina libertà. Ma la libertà di un&lt;br /&gt;ethos del carpe diem ci invita a cogliere&lt;br /&gt;l’attimo senza pensare alle generazioni future.&lt;br /&gt;Se siamo liberi dalle tradizioni di chi&lt;br /&gt;ci ha preceduto, perché i nostri figli non dovrebbero&lt;br /&gt;avere il diritto di liberarsi di noi?&lt;br /&gt;Una civiltà persiste quando c’è un diffuso&lt;br /&gt;senso della necessità etica della presente&lt;br /&gt;generazione per la terza, i nipoti, i non nati.&lt;br /&gt;E’ questo il più alto contributo etico della&lt;br /&gt;famiglia: la promozione di un ideale etico&lt;br /&gt;nella forma del nostro destino. Il matrimonio&lt;br /&gt;non ha niente a che fare con la biologia:&lt;br /&gt;è un’elaborata costruzione sociale&lt;br /&gt;eretta contro l’anarchia dell’identità umana,&lt;br /&gt;allo scopo di trasformare la natura in&lt;br /&gt;alto ideale etico. E’ l’istituzione più liberale&lt;br /&gt;che l’uomo abbia mai conosciuto”.&lt;br /&gt;Quando confrontiamo il nostro ethos con&lt;br /&gt;il fanatismo islamico, dobbiamo rispondere&lt;br /&gt;alla domanda: “Il nostro strumento di giudizio&lt;br /&gt;deve essere il momento presente o quella&lt;br /&gt;che lo storico Fernand Braudel chiamava&lt;br /&gt;‘la lunga durata’ nel tempo? Se l’occidente si&lt;br /&gt;fonda sull’ethos di John Maynard Keynes, teorico di un welfare deresponsabilizzante,&lt;br /&gt;quale possibilità di sopravvivenza abbiamo&lt;br /&gt;nel confronto con una cultura capace di morire&lt;br /&gt;e di uccidere? Come hanno detto i terroristi&lt;br /&gt;ceceni durante l’assedio del teatro di&lt;br /&gt;Mosca: ‘Alla fine vinceremo, siamo disposti&lt;br /&gt;a morire, voi no’”. La stessa frase che un giovane&lt;br /&gt;arabo disse ad André Gide.&lt;br /&gt;Le élite occidentali hanno creato un mito&lt;br /&gt;autoprotettivo: la modernità. “Sarebbe&lt;br /&gt;per l’umanità ciò che la maturità è per l’individuo.&lt;br /&gt;Quando ci confrontiamo con il fanatismo&lt;br /&gt;ceceno, ci consoliamo pensando&lt;br /&gt;che sia una fase di passaggio di uno sviluppo&lt;br /&gt;inevitabile. La modernità diventa la cura&lt;br /&gt;dell’arretratezza islamica. La nostra&lt;br /&gt;profonda riluttanza ad affrontare una simile&lt;br /&gt;guerra sulla vita e sulla morte è comprensibile,&lt;br /&gt;quando assume la forma della&lt;br /&gt;negazione e del wishful thinking diventa&lt;br /&gt;una predisposizione al suicidio”. Abbiamo&lt;br /&gt;mistificato la ragione disconoscendo l’odio&lt;br /&gt;di chi ha portato la morte nelle nostre strade.&lt;br /&gt;“L’occidente è unico nel preservare la&lt;br /&gt;tradizione della razionalità critica. Ma è&lt;br /&gt;unico anche nel fare della ragione un feticcio&lt;br /&gt;virtuale. Il concetto illuministico di ragione&lt;br /&gt;è pericolosamente errato. Nella&lt;br /&gt;Francia del 1793 la ragione divenne un dio&lt;br /&gt;che tagliava teste. Il concetto di nemico sfida&lt;br /&gt;quest’insistenza illuministica sulla supremazia&lt;br /&gt;della ragion pura”.&lt;br /&gt;La ragione può salvarci? “No, ma una eccessiva&lt;br /&gt;fiducia nella ragione, il razionalismo,&lt;br /&gt;può distruggerci. Possiamo e dobbiamo&lt;br /&gt;accettare l’unicità dell’occidente e la&lt;br /&gt;sua superiorità etica, ma senza lasciare inevasa&lt;br /&gt;una domanda: rappresenta uno sviluppo&lt;br /&gt;irresistibile? O una configurazione culturale&lt;br /&gt;che avrà il suo giorno al sole per poi&lt;br /&gt;scomparire dalla storia? Se il mito della&lt;br /&gt;modernità è corretto, il peggio che possiamo&lt;br /&gt;aspettarci è una serie di guerre fra l’occidente&lt;br /&gt;e l’islam che tenta futilmente di resistere&lt;br /&gt;alla modernizzazione. Ma se non è&lt;br /&gt;corretta, affronteremo un tracollo della civiltà”.&lt;br /&gt;Il decano del postmodernismo, Stanley&lt;br /&gt;Fish, in un articolo su Harper’s ha riconosciuto&lt;br /&gt;la profonda convinzione che ha&lt;br /&gt;motivato i terroristi dell’11 settembre. “La&lt;br /&gt;posizione di Fish è più realistica di coloro&lt;br /&gt;che non hanno dato credito al coraggio dei&lt;br /&gt;terroristi. Non riusciamo ad afferrare cosa&lt;br /&gt;abbia spinto diciannove uomini a suicidarsi&lt;br /&gt;con dei jumbo. Ci rifiutiamo di attribuire&lt;br /&gt;all’altro caratteristiche che troviamo deplorevoli&lt;br /&gt;e finiamo per costruire un altro illusorio&lt;br /&gt;che si veste e mangia come noi. Noi liberali&lt;br /&gt;d’occidente siamo stati abituati a&lt;br /&gt;guardare ai nuovi Tamerlani con orrore e&lt;br /&gt;repulsione, cerchiamo di spiegarci come i&lt;br /&gt;terroristi islamici possano uccidere i bambini&lt;br /&gt;di Beslan e gli iracheni che giocano a pallone. La sinistra cerca di spiegare l’islamismo&lt;br /&gt;come movimento di liberazione, altri&lt;br /&gt;lo hanno bollato come ‘fascismo islamico’.&lt;br /&gt;Sono interpretazioni etnocentriche che&lt;br /&gt;riducono l’islamismo a modello occidentale&lt;br /&gt;per renderlo meno alieno. Ma l’islamismo&lt;br /&gt;non è altro che il revival della brutale&lt;br /&gt;strategia di conquista originaria”.&lt;br /&gt;Come è stato possibile che l’Iraq, promessa&lt;br /&gt;della riforma democratica in medio&lt;br /&gt;oriente, si sia trasformato nel girone infernale&lt;br /&gt;in cui i jihadisti uccidono ragazzi in&lt;br /&gt;shorts, venditori di ghiaccio e barbieri che&lt;br /&gt;osano radere i figli di Allah? “L’intervento&lt;br /&gt;americano in Iraq, come quello in Vietnam,&lt;br /&gt;è avvenuto nello spirito della ‘giusta crociata’,&lt;br /&gt;non per sfruttare il popolo vietnamita e&lt;br /&gt;iracheno, ma per liberarli. In Iraq l’America&lt;br /&gt;sta spendendo miliardi di dollari e migliaia&lt;br /&gt;di vite americane per creare una società&lt;br /&gt;democratica indipendente. Bush avrebbe potuto imporre un governo fantoccio,&lt;br /&gt;ma ha lasciato gli iracheni liberi di scegliersi&lt;br /&gt;il leader. Ciò che cercava non era un&lt;br /&gt;impero, ma la ‘fine della storia’. Era uno&lt;br /&gt;scenario di ottimistico progresso derivato&lt;br /&gt;da Karl Marx. E’ stata una avventura di ingegneria&lt;br /&gt;sociale guidata dallo spirito che&lt;br /&gt;animava la Rivoluzione francese: tutto&lt;br /&gt;smantellato, esercito e polizia; libere elezioni&lt;br /&gt;e assemblea parlamentare; l’Iraq sarebbe&lt;br /&gt;prosperato nella libertà”.&lt;br /&gt;Il destino della missione in Iraq dipende&lt;br /&gt;allora da una domanda: chi è il nostro nemico?&lt;br /&gt;“Se sono i seguaci di Saddam, più&lt;br /&gt;una manciata di sciiti e di terroristi importati,&lt;br /&gt;per l’Amministrazione Bush sarà possibile&lt;br /&gt;eliminare questi elementi tossici dal&lt;br /&gt;corpo politico iracheno. Ma se il nostro nemico&lt;br /&gt;è virtualmente l’intera popolazione&lt;br /&gt;maschile sotto i 25 anni, lo scenario è meno&lt;br /&gt;ottimistico. ‘Conosci il tuo nemico’ è una&lt;br /&gt;ammirevole massima della prudenza. Il nemico&lt;br /&gt;è colui che è disposto a morire per ucciderti.&lt;br /&gt;Gli obiettivi di al Qaida non sono&lt;br /&gt;militari, ma simboli del potere americano&lt;br /&gt;riconoscibili dalla strada araba. Gli ingegneri&lt;br /&gt;anglosassoni i cui corpi sono stati&lt;br /&gt;smembrati non volevano ‘le stesse cose’&lt;br /&gt;della folla che li ha linciati. Erano in Iraq&lt;br /&gt;per aiutare il popolo, come i coraggiosi soldati&lt;br /&gt;americani. Non immaginavano che la&lt;br /&gt;loro morte sarebbe stata occasione di balli&lt;br /&gt;per le strade. Il miglior modo per cogliere&lt;br /&gt;l’orrore di questo veleno è ascoltare una&lt;br /&gt;madre palestinese che offre il figlio di&lt;br /&gt;quattro anni come vittima della propria agghiacciante&lt;br /&gt;fantasia”. Dobbiamo tornare&lt;br /&gt;alle origini dell’islam. “Fu attraverso una&lt;br /&gt;devozione fanatica alla religione di Allah&lt;br /&gt;che l’islam ha potuto combattere la tendenza&lt;br /&gt;naturale a convertirsi. La sfida al mito&lt;br /&gt;della modernità oggi viene dal fanatismo&lt;br /&gt;dell’islam. L’islam non parla il linguaggio&lt;br /&gt;dell’equilibrio dei poteri, ma della conquista.&lt;br /&gt;Se l’occidente fallirà, il destino dei razionalisti&lt;br /&gt;sarà oscuro. In nessun’altra parte&lt;br /&gt;del mondo i missionari cristiani hanno fallito&lt;br /&gt;nel fare conversioni quanto nell’islam.&lt;br /&gt;Perché i musulmani dovrebbero rinunciare&lt;br /&gt;a un’istituzione, il jihad, che è stato ed è&lt;br /&gt;ancora l’agente storico dell’espansione nel&lt;br /&gt;pianeta? Così come ci sono i negazionisti dell’Olocausto, esiste una tendenza a negare&lt;br /&gt;la realtà del jihad. L’11 settembre non è&lt;br /&gt;stato un atto di terrore clausewitziano, ma&lt;br /&gt;un grande rituale dimostrazione del potere&lt;br /&gt;di Allah. Una manciata di musulmani, uomini&lt;br /&gt;la cui volontà era assolutamente pura,&lt;br /&gt;come ha dimostrato il loro martirio, si abbatterono&lt;br /&gt;contro le torri erette dal Grande&lt;br /&gt;Satana. C’era un’altra dimostrazione che&lt;br /&gt;Allah stava dalla parte dell’islam radicale&lt;br /&gt;e che la fine del Grande Satana era vicina?&lt;br /&gt;L’islam radicale vuole che l’occidente cessi&lt;br /&gt;di esistere”. Bush ha introdotto la parola&lt;br /&gt;“male” nel vocabolario politico. “Gli americani&lt;br /&gt;oggi sono angosciati benignamente&lt;br /&gt;dalla domanda: ‘Perché gli islamici ci odiano?’.&lt;br /&gt;E tendono a pensare perché abbiamo&lt;br /&gt;fatto qualcosa. Il vero obiettivo dell’attacco&lt;br /&gt;non era Bush, siamo noi. Bandire la parola&lt;br /&gt;‘male’ è un atto di imperdonabile disonestà&lt;br /&gt;morale. Gli americani usavano&lt;br /&gt;questa parola contro schiavitù, nazismo,&lt;br /&gt;comunismo, segregazione, orrori di Auschwitz.&lt;br /&gt;L’intellighenzia, diventata nemica&lt;br /&gt;della civiltà rifiutandosi di accettare l’idea&lt;br /&gt;che la civiltà possa avere un nemico, non&lt;br /&gt;ha idea delle conseguenze che avrebbe la&lt;br /&gt;perdita nell’americano medio della sua&lt;br /&gt;semplice fede in Dio. Le loro virtù e pensieri&lt;br /&gt;fatti in casa sono il basamento della&lt;br /&gt;decenza e dell’integrità nella nostra nazione.&lt;br /&gt;Queste sono le persone che danno i&lt;br /&gt;propri figli per difendere il bene e sconfiggere&lt;br /&gt;il male. Se ai loro occhi questa chiara&lt;br /&gt;distinzione viene offuscata dalla disseminazione&lt;br /&gt;del relativismo morale e di una&lt;br /&gt;estetica della frivolezza etica, dove altro la&lt;br /&gt;decenza umana troverà simili difensori?”.&lt;br /&gt;E’ la natura del Corano a differire radicalmente&lt;br /&gt;dagli altri libri sacri. “Il Corano è&lt;br /&gt;coeterno con Allah, è sempre esistito ed&lt;br /&gt;esisterà sempre. E’ in profondo contrasto&lt;br /&gt;con il concetto cristiano di Pentecoste. Il&lt;br /&gt;jihad riconosce un solo status quo, il Dar elislam,&lt;br /&gt;la terra della pace, al di fuori della&lt;br /&gt;quale c’è solo la terra della guerra. E’ l’obiettivo&lt;br /&gt;del jihad: espandere il dominio&lt;br /&gt;dell’islam. L’islam ha una missione e non è&lt;br /&gt;quella di creare imperi: è la diffusione dell’islam.&lt;br /&gt;E lo scopo del jihad non è solo di&lt;br /&gt;conquista, ma di conversione. Un confronto&lt;br /&gt;con le guerre di conquista di Hitler illumina&lt;br /&gt;l’unicità del jihad. Un ebreo russo&lt;br /&gt;sotto il dominio tedesco non aveva possibilità&lt;br /&gt;di convertirsi all’arianesimo. Nel caso&lt;br /&gt;del jihad, c’è l’opzione della sottomissione.&lt;br /&gt;Al Zarkawi mandò a Bush una lettera in cui&lt;br /&gt;lo invitava a convertirsi e tutto sarebbe finito”.&lt;br /&gt;Il revival del jihad è l’essenza dell’islam&lt;br /&gt;radicale. “Il jihad ha dimostrato una&lt;br /&gt;grande capacità di adattamento nell’epoca&lt;br /&gt;del post 11 settembre, non c’è ragione per&lt;br /&gt;pensare che non possa adattarsi ai cambiamenti&lt;br /&gt;della modernità. I jihadisti non sono&lt;br /&gt;interessati a vincere, nel senso che noi diamo&lt;br /&gt;alla parola. Si ritengono vittoriosi anche&lt;br /&gt;solo rendendo invivibile il mondo. Non&lt;br /&gt;usano spade e scimitarre, ma il terrore:&lt;br /&gt;New York, Madrid, Londra, Amsterdam. Gli&lt;br /&gt;islamisti hanno un nemico, la democrazia.&lt;br /&gt;E hanno la demografia: la fine del testosterone&lt;br /&gt;non culminerà nella fine della storia,&lt;br /&gt;ma dell’occidente così come noi lo conosciamo.&lt;br /&gt;L’islam radicale è un ritorno allo&lt;br /&gt;spirito delle tribù originarie”.&lt;br /&gt;E’ fallita ogni strategia con l’islam. “Primo&lt;br /&gt;fallimento, il conversionismo. Dovremmo&lt;br /&gt;fare dei musulmani dei secolaristi laici&lt;br /&gt;e liberal. Ma i musulmani sono educati al rifiuto&lt;br /&gt;di tutto ciò che minaccia di sovvertire&lt;br /&gt;la supremazia dell’islam. Possiamo ricostruire&lt;br /&gt;oledotti, edifici e infrastrutture della&lt;br /&gt;società islamica, ma non possiamo farlo&lt;br /&gt;con il codice d’onore della mentalità. Il conversionismo&lt;br /&gt;si è rivelato una falsa promessa”.&lt;br /&gt;Poi c’è l’assimilazionismo. “Si dà per&lt;br /&gt;scontato che i musulmani possano essere&lt;br /&gt;assimilati nell’ambiente secolarizzato. Ma è&lt;br /&gt;il contrario: chiedono alla cultura di adeguarsi&lt;br /&gt;a loro. Un codice etico intollerante&lt;br /&gt;trionferà sempre su un codice etico del carpe&lt;br /&gt;diem. I nuovi iconoclasti islamici hanno&lt;br /&gt;il potere di distruggere qualsiasi immagine&lt;br /&gt;in disaccordo con il loro malinconico fanatismo.&lt;br /&gt;Stiamo perdendo questa guerra. Dalle&lt;br /&gt;foto di chi si gettò dalle Twin Towers allo&lt;br /&gt;scannamento di Nick Berg, il nemico ci ha&lt;br /&gt;sommerso di immagini che ci tormenteranno&lt;br /&gt;fino alla fine dei nostri giorni. Anziché&lt;br /&gt;noi assimilare loro, siamo noi ad assimilarci&lt;br /&gt;a loro”. Terzo fallimento, il seduzionismo.&lt;br /&gt;“I musulmani saranno sedotti a diventare&lt;br /&gt;moderni. Goebbels e Hitler pensavano che&lt;br /&gt;fosse stato un errore lasciare i soldati a Parigi&lt;br /&gt;troppo a lungo. Mohammed Atta e gli altri&lt;br /&gt;dell’11 settembre sembrava, per come vivevano,&lt;br /&gt;che fossero stati sedotti dalla cultura&lt;br /&gt;del carpe diem. E’ come il serial killer&lt;br /&gt;dello Yorkshire, confessò di aver ucciso le&lt;br /&gt;prostitute perché lo avevano tentato. In&lt;br /&gt;realtà erano educati a essere santi guerrieri,&lt;br /&gt;difficile sedurli con l’ethos edonista”.&lt;br /&gt;Harris crede nella necessità dell’eccezione&lt;br /&gt;americana. “Gli Stati Uniti rappresentano&lt;br /&gt;la principale fonte di legittimazione dell’ordine nel mondo e se venisse sovvertita,&lt;br /&gt;entreremmo in quel genere di crisi della legittimità&lt;br /&gt;della Prima guerra mondiale, con&lt;br /&gt;il collasso di quattro imperi e l’Olocausto&lt;br /&gt;alla fine della Seconda guerra mondiale.&lt;br /&gt;Gli Stati Uniti devono essere primi fra&lt;br /&gt;eguali, riservarsi di intervenire unilateralmente,&lt;br /&gt;non per sovvertire le regole del liberalismo&lt;br /&gt;internazionale, ma per rinnovarle”.&lt;br /&gt;Ma Harris resta pessimista. “L’occidente è&lt;br /&gt;completamente sulla difensiva. Possiamo&lt;br /&gt;avere una enorme capacità militare e un&lt;br /&gt;benessere diffuso, ma abbiamo perso il&lt;br /&gt;senso di fiducia nella superiorità della nostra&lt;br /&gt;civiltà. Il fanatico islamico è guidato&lt;br /&gt;dalla convinzione di avere una missione sacra.&lt;br /&gt;Gli stati moderni non possono rispondere&lt;br /&gt;come vorrebbero al terrore senza violare&lt;br /&gt;i principi umanitari che sono le conquiste&lt;br /&gt;della civiltà occidentale. Per questo&lt;br /&gt;il ‘contenimento’ non ha alcuna rilevanza al giorno d’oggi. L’Unione Sovietica era costretta&lt;br /&gt;a considerare le conseguenze. Oggi&lt;br /&gt;invece anche se una bomba nucleare venisse&lt;br /&gt;fatta esplodere a Chicago, gli Stati Uniti&lt;br /&gt;non potrebbero rispondere con un attacco&lt;br /&gt;nucleare su una grande città islamica”. Il&lt;br /&gt;benessere del welfare ha come reso l’occidente&lt;br /&gt;impermeabile alla minaccia. “Noi&lt;br /&gt;pensiamo in termini di pensione, loro di secoli&lt;br /&gt;e secoli. Quali figli domineranno la terra?&lt;br /&gt;Se c’è una ‘roadmap’ nella cacciata&lt;br /&gt;israeliana dei coloni dalle proprie case è&lt;br /&gt;quella che informa i terroristi che ciò che&lt;br /&gt;serve per sconfiggere l’occidente è un po’ di&lt;br /&gt;pazienza e il sangue dei martiri”. Perché ci&lt;br /&gt;odiano? “Fu la rivelazione di Theodor&lt;br /&gt;Herzl quando in qualità di inviato fu mandato&lt;br /&gt;a seguire il processo Dreyfus. Da studente&lt;br /&gt;pensava che la soluzione alla ‘questione&lt;br /&gt;ebraica’ fosse la completa assimilazione.&lt;br /&gt;Ma la reazione delle folle francesi alla&lt;br /&gt;condanna del colonnello pose fine a questa&lt;br /&gt;illusione: ‘Morte agli ebrei’. Ma perché,&lt;br /&gt;si domandò Herzl, vogliono uccidere tutti&lt;br /&gt;gli ebrei? Herzl capì che persino in Francia,&lt;br /&gt;una delle nazioni più civilizzate al&lt;br /&gt;mondo, gli ebrei assimilati erano odiati in&lt;br /&gt;quanto ebrei. Una verità che faceva eco a&lt;br /&gt;Karl Lueger, il demagogo antisemita eletto&lt;br /&gt;sindaco di Vienna un anno dopo l’arresto di&lt;br /&gt;Dreyfus: ‘Decido io chi è ebreo e chi non lo&lt;br /&gt;è’. Herzl abbandonò il sogno illuminista e&lt;br /&gt;si volse al sionismo”.&lt;br /&gt;La democrazia senza spada non ha difeso&lt;br /&gt;gli ebrei dai nazisti e gli spagnoli dagli&lt;br /&gt;islamisti ad Atocha. “Il popolo spagnolo ha&lt;br /&gt;votato per abbandonare la dignità nazionale&lt;br /&gt;e compiacere il fanatismo. Hanno votato&lt;br /&gt;le forze dell’anticiviltà. La democrazia non&lt;br /&gt;ha salvato la Spagna e non salverà noi dal&lt;br /&gt;terrorismo, può essere usata dai nemici&lt;br /&gt;della civiltà per raggiungere i loro scopi”.&lt;br /&gt;Harris chiude sull’esempio della resistenza&lt;br /&gt;olandese all’invasione francese, dimenticato&lt;br /&gt;dagli epigoni multiculturali dell’Aia.&lt;br /&gt;“Dobbiamo imparare dagli olandesi, pronti&lt;br /&gt;in caso di attacco a inondare il paese, come&lt;br /&gt;avvenne quando le armate di Luigi XIV&lt;br /&gt;cercarono di occuparlo. Sapevano che la loro&lt;br /&gt;indipendenza era un’anomalia senza&lt;br /&gt;quel potente sistema di dighe. Per loro la libertà&lt;br /&gt;era qualcosa per cui valeva la pena&lt;br /&gt;battersi. Sarebbero sopravvissuti se avessero&lt;br /&gt;pensato, come accade a noi, che ‘vogliamo&lt;br /&gt;tutti le stesse cose’? L’occidente deve&lt;br /&gt;imparare a difendere la rara cultura della&lt;br /&gt;ragione, così come gli islamici ferocemente&lt;br /&gt;difendono la loro. Se il tuo nemico è composto&lt;br /&gt;da uomini che non si fermano di fronte&lt;br /&gt;a niente, disposti a morire e uccidere,&lt;br /&gt;devi trovare uomini dalla tua parte disposti&lt;br /&gt;a fare lo stesso. Una società senza nemici&lt;br /&gt;non ha bisogno di insegnare ai propri figli&lt;br /&gt;come combattere e come correre quando&lt;br /&gt;qualcuno vuole ucciderli. Ma una società&lt;br /&gt;che ne ha deve fare tutto questo e deve&lt;br /&gt;farlo bene, altrimenti perirà. Non abbiamo&lt;br /&gt;alternativa dal combattere questa guerra.&lt;br /&gt;E’ stato il nemico, non tu, ad aver deciso&lt;br /&gt;cosa è questione di vita e di morte”.&lt;br /&gt;Da Socrate all’illuminismo, la ragione è&lt;br /&gt;stata concepita come una panacea cognitiva.&lt;br /&gt;“Questa fede nella ragione come soluzione&lt;br /&gt;universale ai conflitti umani è stata&lt;br /&gt;la pietra fondativa dell’ottimismo occidentale&lt;br /&gt;sul futuro dell’uomo. Oggi non accettiamo&lt;br /&gt;più questa visione della ragione. O è&lt;br /&gt;un pregiudizio etnocentrico oppure la ragione&lt;br /&gt;è meramente ciò che fa la scienza. Il&lt;br /&gt;neosecolarismo e il multiculturalismo non&lt;br /&gt;sono in grado di spiegarci perché dovremmo&lt;br /&gt;attaccare gli islamisti, anche quando&lt;br /&gt;loro attaccano i nostri figli”. Il culto del&lt;br /&gt;dubbio può condurre all’autodistruzione.&lt;br /&gt;“Nella guerra fra fanatici e dubitaristi non&lt;br /&gt;è difficile immaginare chi vincerà. L’unica&lt;br /&gt;speranza è che la ragione umiliata riscopra&lt;br /&gt;la propria legittimità nel confronto con&lt;br /&gt;il fanatismo, riconoscendo se stessa come&lt;br /&gt;nemica dei fanatici. Uno dei più bizzarri&lt;br /&gt;paradossi del relativismo è che non possiamo&lt;br /&gt;dire che la nostra religione e cultura è&lt;br /&gt;meglio di altre. Una gloria dell’occidente è&lt;br /&gt;stato lo sradicamento del virus del fanatismo.&lt;br /&gt;Forse lo abbiamo raggiunto al prezzo&lt;br /&gt;della nostra sconfitta”.&lt;br /&gt;Dobbiamo ricordare il modo in cui i greci&lt;br /&gt;esprimevano passato e futuro. “Noi diciamo&lt;br /&gt;che il passato è dietro di noi e il futuro&lt;br /&gt;davanti. Per i greci il passato era ‘prima’ di&lt;br /&gt;loro, era il territorio che avevano attraversato.&lt;br /&gt;Era il futuro a essere ‘dietro’ di loro,&lt;br /&gt;furtivo come un ladro nella notte. Niente&lt;br /&gt;può penetrare questa tenebra tranne i rari&lt;br /&gt;istanti di previdenza che chiamavano&lt;br /&gt;sophos, sapienza. Questi lampi dipendono&lt;br /&gt;dalla capacità di ricordare ciò che è eterno&lt;br /&gt;e non cambia, ciò che invece noi abbiamo&lt;br /&gt;dimenticato”. L’errore della ragione astratta&lt;br /&gt;è la dimenticanza. “Civiltà nascono e tramontano&lt;br /&gt;e in ciascun caso la caduta non&lt;br /&gt;era inevitabile, ma conseguenza di una decisione&lt;br /&gt;o della mancanza di decisione. Gli&lt;br /&gt;esseri umani avevano dimenticato il segreto&lt;br /&gt;di come preservarla per i propri figli. Ci&lt;br /&gt;stiamo pericolosamente avvicinando a questo&lt;br /&gt;punto. Il passato dice che non può esserci&lt;br /&gt;pace perpetua, chi è convinto di questa&lt;br /&gt;illusione mette in gioco la propria sopravvivenza,&lt;br /&gt;ci sarà sempre un nemico e il&lt;br /&gt;conflitto sarà fra due modi di vivere che&lt;br /&gt;non possono coesistere. Ma il passato non&lt;br /&gt;dice come finirà. Franklin D. Roosevelt sapeva&lt;br /&gt;di avere solo due scelte: resa o guerra.&lt;br /&gt;Se la ragione tollera coloro che si rifiutano&lt;br /&gt;di giocare secondo le regole della ragione,&lt;br /&gt;il risultato sarà il suicidio della ragione”.&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-4057097050653770088?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/4057097050653770088/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=4057097050653770088' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/4057097050653770088'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/4057097050653770088'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2007/01/relativismo-e-fanatismo-islamico.html' title='Relativismo e fanatismo islamico'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-116577096522090315</id><published>2006-12-10T09:14:00.000-08:00</published><updated>2007-01-16T10:45:46.380-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='equo'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='commercio'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='solidale'/><title type='text'>Sul commercio pseudo equo e pseudo solidale</title><content type='html'>Era ora che uscisse un articolo su questo...&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il cittadino socialmente responsabile&lt;br /&gt;che mangia biologico, compra equo e solidale&lt;br /&gt;e si rifornisce al negozio all’angolo&lt;br /&gt;danneggia se stesso, il prossimo e l’ambiente.&lt;br /&gt;Lo sostiene l’ultimo numero dell’Economist&lt;br /&gt;che dedica la copertina alla questione&lt;br /&gt;della crescente disponibilità dei&lt;br /&gt;consumatori a pagare un premio sui beni&lt;br /&gt;alimentari in cambio della rassicurazione&lt;br /&gt;che, così facendo, stanno contribuendo alla&lt;br /&gt;salvezza del mondo.&lt;br /&gt;Il primo dei fenomeni preso in esame è&lt;br /&gt;l’agricoltura biologica, un business da&lt;br /&gt;trenta miliardi di dollari. Essendo meno&lt;br /&gt;produttiva rispetto a quella convenzionale,&lt;br /&gt;a parità di raccolto essa richiede un&lt;br /&gt;uso più estensivo del suolo. Tra il 1950 e il&lt;br /&gt;2000, la produzione globale è triplicata,&lt;br /&gt;ma l’estensione della terra coltivata è cresciuta&lt;br /&gt;solo del 10 per cento: senza l’aiuto&lt;br /&gt;della chimica, anch’essa avrebbe dovuto&lt;br /&gt;triplicare. Il secondo caso è quello del&lt;br /&gt;commercio equo e solidale, il cui giro d’affari&lt;br /&gt;è salito nel 2005 del 37 per cento, raggiungendo&lt;br /&gt;1,4 miliardi di dollari. I consumatori&lt;br /&gt;pagano un prezzo superiore a quello&lt;br /&gt;di mercato per aiutare gli agricoltori&lt;br /&gt;dei paesi in via di sviluppo. Quattro sono&lt;br /&gt;le obiezioni dell’Economist: in primo luogo,&lt;br /&gt;l’aumento dei prezzi di beni come il&lt;br /&gt;caffè ne incoraggia la coltivazione, contribuendo&lt;br /&gt;così ad abbassare ulteriormente i&lt;br /&gt;prezzi di mercato e disincentivando la diversificazione.&lt;br /&gt;Quindi, per aiutare alcuni&lt;br /&gt;agricoltori, si fa del male a tutti gli altri.&lt;br /&gt;Inoltre, la certificazione equa e solidale&lt;br /&gt;viene di norma concessa sulla base di pregiudizi&lt;br /&gt;politici, e in particolare tende a favorire&lt;br /&gt;le cooperative, escludendo le imprese&lt;br /&gt;familiari. Terzo, l’esistenza di un&lt;br /&gt;prezzo minimo allenta la tensione verso il&lt;br /&gt;miglioramento delle pratiche agricole. Infine,&lt;br /&gt;solo il 10 per cento della rendita equa&lt;br /&gt;e solidale va ai presunti beneficiari: il resto&lt;br /&gt;rimane a distributori e rivenditori.&lt;br /&gt;L’ultimo esempio è quello dei cibi prodotti&lt;br /&gt;localmente (spesso non biologici, peraltro),&lt;br /&gt;che potrebbe avere un impatto ambientale&lt;br /&gt;negativo. Alla riduzione delle distanze&lt;br /&gt;corrisponderebbe un aumento dei&lt;br /&gt;viaggi e dei volumi, e dunque delle emissioni.&lt;br /&gt;Anche i consumatori, i cui movimenti&lt;br /&gt;sarebbero circa la metà dei chilometri&lt;br /&gt;percorsi dal cibo lungo l’intera filiera, andrebbero&lt;br /&gt;da un negozio all’altro rinunciando&lt;br /&gt;all’opportunità di acquistare tutto&lt;br /&gt;nello stesso supermercato. La conclusione&lt;br /&gt;dell’Economist è che i grandi problemi,&lt;br /&gt;dall’inquinamento alle disparità sociali,&lt;br /&gt;non si possono risolvere semplicemente&lt;br /&gt;mutando il modo di far shopping. “I veri&lt;br /&gt;cambiamenti – dice il periodico britannico&lt;br /&gt;– richiedono decisioni dei governi, come&lt;br /&gt;una carbon tax globale; la riforma del&lt;br /&gt;commercio internazionale; e l’abolizione&lt;br /&gt;delle tariffe e dei sussidi all’agricoltura,&lt;br /&gt;soprattutto la mostruosa politica agricola&lt;br /&gt;comune (Pac) europea”. In pratica, l’Economist&lt;br /&gt;offre due suggerimenti contraddittori:&lt;br /&gt;da un lato chiede meno stato, dall’altro&lt;br /&gt;più stato.&lt;br /&gt;Sul fronte della liberalizzazione, è indubbio&lt;br /&gt;che solo l’apertura dei mercati può&lt;br /&gt;aiutare il mondo in via di sviluppo a risollevarsi.&lt;br /&gt;La stessa Pac – sussidiando gli&lt;br /&gt;agricoltori europei, fermando alla frontiera&lt;br /&gt;le merci straniere, e distribuendo sottocosto&lt;br /&gt;le produzioni in eccesso nei paesi&lt;br /&gt;concorrenti – è un importante vettore di&lt;br /&gt;depressione dei prezzi sui mercati globali,&lt;br /&gt;pur mantenendoli artificialmente alti&lt;br /&gt;nell’isola europea. Il risultato è disastroso:&lt;br /&gt;si calcola che una maggiore libertà di&lt;br /&gt;scambio potrebbe far crescere del 5 per&lt;br /&gt;cento il pil africano. In base alla stessa logica,&lt;br /&gt;però, bisognerebbe essere scettici&lt;br /&gt;verso l’introduzione di nuove tasse sulle&lt;br /&gt;emissioni di gas serra: l’esperienza, anche&lt;br /&gt;in relazione alla domanda di terreni agricoli,&lt;br /&gt;mostra che il settore privato e il mercato&lt;br /&gt;libero sono assai più efficienti e innovativi&lt;br /&gt;dell’interventismo pubblico. Quindi,&lt;br /&gt;un incremento delle imposte finirebbe&lt;br /&gt;per sottrarre risorse alle imprese e, in ultima&lt;br /&gt;analisi, limitarne la capacità di investire&lt;br /&gt;in ricerca e sviluppo. L’eccesso di regolamentazione,&lt;br /&gt;più che un toccasana, è&lt;br /&gt;fonte di guai.&lt;br /&gt;Sebbene la terapia proposta dall’Economist&lt;br /&gt;sia discutibile, la diagnosi è corretta:&lt;br /&gt;quelle pratiche commerciali che vengono&lt;br /&gt;brandite come moralmente superiori hanno&lt;br /&gt;in realtà conseguenze inintenzionali assai&lt;br /&gt;fastidiose. Seguirle è più snobismo politico&lt;br /&gt;e vezzo da ricchi che gesto concreto&lt;br /&gt;a favore dei poveri. Non necessariamente&lt;br /&gt;chi più spende meno spende: anzi, in questo&lt;br /&gt;caso potrebbe appartenere alla quarta&lt;br /&gt;tipologia umana di Carlo Maria Cipolla,&lt;br /&gt;quella di chi causa un danno agli altri subendo&lt;br /&gt;egli stesso una perdita.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-116577096522090315?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/116577096522090315/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=116577096522090315' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/116577096522090315'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/116577096522090315'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2006/12/sul-commercio-pseudo-equo-e-pseudo.html' title='Sul commercio pseudo equo e pseudo solidale'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-116551415224400887</id><published>2006-12-07T09:51:00.000-08:00</published><updated>2007-01-16T10:48:10.465-08:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='sarkozy'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='sicurezza'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='programma'/><title type='text'>E bravo Sarkozy....</title><content type='html'>&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Dieci leggi contro la criminalità e due sull’immigrazione&lt;br /&gt;approvate in meno di quattro anni e mezzo,&lt;br /&gt;e Nicolas  Sarkozy non è ancora all’Eliseo. La sinistra&lt;br /&gt;e i benpensanti lo accusano di “valanga” (il Monde)&lt;br /&gt;e “inflazione legislativa” (Libération). Ma, grazie al ministro&lt;br /&gt; dell’Interno, i francesi sono più sicuri,&lt;br /&gt;cala l’immigrazione subita (i ricongiungimenti familiari)&lt;br /&gt;e cresce quella scelta (i migranti che lavorano),&lt;br /&gt;le domande di asilo contraffatte sono crollate e le&lt;br /&gt;espulsioni raddoppiate. In Francia c’è chi parla e chi fa.&lt;br /&gt; Se Ségolène Royal parla delle “scuole per i genitori”&lt;br /&gt;dei giovani malviventi, Sarko le ha già fatte,&lt;br /&gt;istituendo i corsi di “responsabilità familiare”.&lt;br /&gt;E’ una delle novità del progetto di legge sulla&lt;br /&gt; delinquenza adottato martedì dall’Assemblea nazionale.&lt;br /&gt;I sindaci avranno più poteri sui minori, le&lt;br /&gt;sanzioni potranno essere applicate dall’età di&lt;br /&gt; dieci anni, i tredicenni rischiano la detenzione&lt;br /&gt;provvisoria, i quasi diciottenni avranno meno riduzioni di pena e&lt;br /&gt;i poliziotti saranno più protetti.&lt;br /&gt;Lunedì Sarko tornerà alla carica sull’immigrazione,&lt;br /&gt;il grande tema della sua campagna&lt;br /&gt;presidenziale, perché le categorie protette&lt;br /&gt;dagli alibi del politically correct&lt;br /&gt;– predicatori d’odio, clandestini, “feccia” delle banlieue&lt;br /&gt; – non sono risparmiate dalla “rottura”.&lt;br /&gt;Ufficializzando la candidatura, Sarko ha avuto il coraggio&lt;br /&gt;di definirsi “liberale” e la maggioranza dei francesi lo ritiene il più&lt;br /&gt;credibile per una politica economica efficace.&lt;br /&gt;Ma, nella Francia della conservazione, Sarko ha il difetto elettorale&lt;br /&gt;della risolutezza e della verità.&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-116551415224400887?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/116551415224400887/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=116551415224400887' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/116551415224400887'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/116551415224400887'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2006/12/e-bravo-sarkozy.html' title='E bravo Sarkozy....'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-116429332726138407</id><published>2006-11-23T06:47:00.000-08:00</published><updated>2006-11-23T06:48:47.580-08:00</updated><title type='text'>Bestseller in Germania</title><content type='html'>“A Salem abbiamo provato fin&lt;br /&gt;quasi alla fine degli anni Ottanta a mantenere&lt;br /&gt;il controllo sul consumo di droghe, alcool&lt;br /&gt;e sigarette, attraverso lunghe discussioni&lt;br /&gt;con i ragazzi. Abbiamo fallito. Così, quando&lt;br /&gt;sono stati messi a punto procedimenti&lt;br /&gt;chimici che permettevano di risalire a un&lt;br /&gt;eventuale consumo di droga, in particolare&lt;br /&gt;hashish, ci siamo decisi a introdurre l’esame&lt;br /&gt;dell’urina. Da allora tutte le mattine uno studente,&lt;br /&gt;estratto a sorte, deve sottoporsi al test.&lt;br /&gt;Se l’analisi risulta positiva, il ragazzo viene&lt;br /&gt;espulso seduta stante. Già all’atto dell’iscrizione&lt;br /&gt;genitori e ragazzi devono firmare&lt;br /&gt;un documento nel quale si dichiarano d’accordo&lt;br /&gt;con questa procedura”. Salem non è&lt;br /&gt;un collegio per ragazzi difficili. Salem è uno&lt;br /&gt;degli istituti più rinomati ed esclusivi della&lt;br /&gt;Germania, dove, per intenderci, si mandano&lt;br /&gt;a studiare i rampolli delle famiglie bene,&lt;br /&gt;quelle in teoria più propense a una scuola&lt;br /&gt;di tipo steineriano che favorisce lo sviluppo&lt;br /&gt;libero e incondizionato e soprattutto un’educazione&lt;br /&gt;priva di imposizioni. Invece, pare&lt;br /&gt;prevalere l’atteggiamento opposto.&lt;br /&gt;Il libro dal quale è tratta la citazione si intitola&lt;br /&gt;“Lob der Disziplin - Eine Streitschrift”&lt;br /&gt;(Lode alla disciplina - Un saggio provocatorio”,&lt;br /&gt;ed. List) e svetta da diverse settimane&lt;br /&gt;al terzo posto dei bestseller dello Spiegel.&lt;br /&gt;L’autore è Bernhard Bueb, un signore attempato&lt;br /&gt;che dal 1974 al 2005 ha diretto Salem.&lt;br /&gt;Forse non c’era nemmeno bisogno di&lt;br /&gt;aggiungere la parola “Streitschrift”. Sin dalla&lt;br /&gt;prima pagina, dove si legge “dell’educazione&lt;br /&gt;sono andate perse da tempo le fondamenta:&lt;br /&gt;il riconoscimento incondizionato dell’autorità&lt;br /&gt;e della disciplina”, il libro prometteva&lt;br /&gt;un dibattito al calor bianco. E visti&lt;br /&gt;i fiumi di parole pro e contro scritti in proposito,&lt;br /&gt;lo stesso Economist l’ha citato in un&lt;br /&gt;pezzo sulla rinascita di un “sentimento neoconservatore”&lt;br /&gt;in Germania.&lt;br /&gt;“Guidare o lasciar crescere, questi sono i&lt;br /&gt;due poli antitetici dell’educazione – ragiona&lt;br /&gt;l’autore – Dopo l’esperienza di un’educazione&lt;br /&gt;autoritaria sfociata in una dittatura, abbiamo&lt;br /&gt;voluto diventare una nazione di giardinieri.&lt;br /&gt;Lasciamo crescere liberamente i nostri&lt;br /&gt;figli e solo di tanto in tanto interveniamo&lt;br /&gt;con estrema cautela. Ma questo metodo rischia&lt;br /&gt;di non educare affatto. L’esempio giusto&lt;br /&gt;è invece quello del vasaio che modella e&lt;br /&gt;dà forme precise”. All’origine di questa&lt;br /&gt;mancanza di coraggio a educare, questo il titolo&lt;br /&gt;di uno dei capitoli, la generazione del&lt;br /&gt;Sessantotto che ha gettato alle ortiche lo&lt;br /&gt;Struwwelpeter (Pierino Porcospino) e regalato&lt;br /&gt;ai figli “Pippi Calzelunghe”. Sbagliato,&lt;br /&gt;sbagliatissimo, sentenzia ora Bueb. “E’ vero&lt;br /&gt;la disciplina rappresenta tutto quello che le&lt;br /&gt;persone detestano: costrizione, subordinazione,&lt;br /&gt;rinuncia. La disciplina è il figlio sgradito&lt;br /&gt;della pedagogia, ma alla base di ogni&lt;br /&gt;educazione”. Perché solo attraverso la disciplina,&lt;br /&gt;di questo Bueb è convinto, si raggiunge&lt;br /&gt;una vera libertà interiore. I genitori,&lt;br /&gt;gli insegnanti hanno potere e lo devono&lt;br /&gt;esercitare, affiancandolo, ben inteso, all’amore&lt;br /&gt;perché il potere si trasformi in autorità&lt;br /&gt;legittima. Quello a cui si assiste oggi è&lt;br /&gt;invece un paradosso: “Abbiamo democratizzato&lt;br /&gt;la vita dei bambini e dei ragazzi più di&lt;br /&gt;quella degli adulti, i quali al lavoro sono tenuti&lt;br /&gt;a sottomettersi al superiore”. Secondo&lt;br /&gt;Bueb non c’è bisogno di un patentino che attesti&lt;br /&gt;l’idoneità a fare i genitori o eserciti di&lt;br /&gt;supertate professioniste, ma semplicemente&lt;br /&gt;di ridare peso alle virtù secondarie: ubbidienza,&lt;br /&gt;puntualità, ordine “di per sé non sono&lt;br /&gt;valori, ma aiutano a raggiungere le vere&lt;br /&gt;virtù, e cioè giustizia, libertà e onestà”. Ai tedeschi,&lt;br /&gt;stando alle copie vendute, la ricetta&lt;br /&gt;pare piacere.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-116429332726138407?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/116429332726138407/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=116429332726138407' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/116429332726138407'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/116429332726138407'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2006/11/bestseller-in-germania.html' title='Bestseller in Germania'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-116333702019243837</id><published>2006-11-12T05:08:00.000-08:00</published><updated>2006-11-12T05:10:20.386-08:00</updated><title type='text'>Un punto di vista interessante</title><content type='html'>Dal Manifesto dell'11 novembre:&lt;br /&gt;Nel dibattito sulla situazione economica italiana Michele Salvati (Corriere della Sera, 25 settembre) ha formulato un'obiezione, seria, alle posizioni della sinistra radicale, cui si deve dare risposta. Né la finanza pubblica né il Patto di stabilità sono il vero problema, lo sono la competitività che si deteriora e la produttività decrescente. La contrazione fiscale non ci è perciò imposta dall'esterno. Va assunta di buon grado per imporre, non il risanamento finanziario in sé e per sé, ma la bonifica della struttura economica reale del paese e uno snellimento del settore pubblico in nome dell'efficienza. Da questo punto di vista, limitarsi a richiedere una Finanziaria meno restrittiva e lasciare nel vago in cosa consisterebbero una diversa politica industriale e una diversa politica di sviluppo renderebbe poco credibile la sinistra radicale. Un mese dopo Martin Wolf sul Financial Times (25 ottobre) formula una diagnosi complementare, in larga misura condivisibile. Non è il costo del lavoro il problema, ma appunto la bassa produttività. La più bassa inflazione consente alla Germania una deflazione competitiva che perpetua il modello neomercantilista che ci vede perdenti. In termini reali le esportazioni italiane di beni e servizi ristagnano dal 2000, e il disavanzo con l'estero si incancrenisce. La bassa capacità di esportazione si accompagna a un livello ridotto di partecipazione al mercato del lavoro, come a un profilo di specializzazione internazionale dell'Italia medio-basso in termini di tecnologia, vulnerabile alla concorrenza dei paesi asiatici. Wolf segnala pure da tempo il rischio a medio termine di un aumento dei tassi di interesse a lunga per le possibili tensioni future, soprattutto tra Usa e Cina, sul finanziamento del doppio disavanzo americano. I tassi europei, e con loro lo spread tra quelli italiani e altri paesi europei, salirebbero: qualcosa che impone cautela sui conti pubblici.&lt;br /&gt;La cura di Wolf è singolare ma intelligente, al di là delle apparenze. Non solo tagli di spesa, ma spingere a lavorare di più gli italiani ovunque, aumentando così il Pil; licenziamenti e innovazioni di prodotto per alzare la produttività nei settori per l'esportazione. Wolf non trascura il problema della domanda effettiva. La risposta è omogenea al modello anglosassone cui si sta adeguando, a suo modo, l'Europa continentale: spingere le famiglie a indebitarsi in modo comparabile con i paesi europei e il resto del mondo - dal 1995 a oggi le famiglie italiane hanno già quasi raddoppiato il loro indebitamento. La logica è trasparente. Mantenere il lavoratore «spaventato», comprimendo il salario e frammentando il lavoro. Tramite il continuo allarmismo sulle pensioni (il risparmiatore «terrorizzato») risucchiare nei fondi pensione il Tfr, e costringere a un maggiore e più lungo tempo di lavoro sociale. Sostenere infine la realizzazione monetaria del profitto dal lato del consumatore «indebitato», che il lavoro deve accettarlo così com'è. Sono argomenti seri e processi pericolosi, del tutto in linea con la via «alta» alla produttività del «nuovo» capitalismo e la sua politica monetaria di complemento, ammorbiditi magari con sussidi al reddito. Vorremmo suggerire un inizio di risposta che non si fermi al pur necessario contro-argomento macroeconomico, ma consideri anche le dinamiche strutturali, e dia qualche esempio di politica industriale come parte di una risposta alternativa di politica economica.&lt;br /&gt;Siamo in presenza di una inaudita centralizzazione del capitale, mediata da una finanziarizzazione esasperata. Non vi si accompagna una crescente concentrazione in unità produttive più grandi di masse di lavoratori omogenei: semmai una riduzione dell'unità tecnica di produzione e una destrutturazione del lavoro. L'accresciuta concorrenza «globale» innesca ovunque una trasformazione generale. Anche l'Italia vive una situazione di crisi, ristrutturazione e riposizionamento dell'industria italiana, con perdenti e vincenti: ma anche i vincenti sono in posizione subordinata nella filiera produttiva integrata. L'azienda «focale» della filiera concentra l'essenziale del know-how e del controllo strategico del processo, e scarica gli oneri delle restanti parti del processo produttivo su altre aziende. Il mercato del lavoro si segmenta di conseguenza quanto a tutele, salari, formazione, e così via. A un certo punto scatta una soluzione di continuità tra insider e outsider, in una generale incertezza che colpisce tutti. Per questo anche, in Europa, il contratto nazionale è sotto attacco. Processi analoghi investono tutte le attività economiche e il settore pubblico.&lt;br /&gt;Se la precarizzazione del lavoro non è medicina universale, anzi le imprese più significative vi fanno modesto ricorso, è però componente importante di tutti i cicli produttivi. Dal punto di vista macrosociale, avanzamento tecnologico e precarizzazione del lavoro (nativo e migrante) sono facce della stessa medaglia.&lt;br /&gt;All'Italia, in particolare, manca un centro strategico e egemonico. In nessun settore, vecchio o nuovo, ha una leadership europea. Non solo per il prevalere di aziende piccole e piccolissime, ma anche per l'assenza di grandi aziende nazionali fortemente internazionalizzate. La grande industria, le concentrazioni bancarie, le strutture chiave della distribuzione commerciale, alcune grandi aziende fornitrici di servizi di pubblica utilità vengono ridimensionate e acquisite da grandi gruppi globali. La parte più avanzata del Nord e del Centro sta diventando risorsa manifatturiera specializzata di servizio per grandi imprese tedesche e francesi. Ovunque gli interessi si sfarinano e le coalizioni sociali si frammentano, con derive regressive.&lt;br /&gt;Una via di uscita passa per una nuova politica industriale, che riequilibri le esportazioni di prodotti tradizionali, e dia vita a un'innovazione profonda della gamma di prodotti. Ma, contro Wolf e Salvati, ciò richiede: 1. un grande impegno finanziario di chi solo lo può garantire come stabile e credibile, lo Stato; 2. un impulso massiccio, deciso e concentrato nel tempo, come richiede ogni intervento che voglia cambiare una traiettoria iscritta nel passato; 3. l'accortezza di sfruttare ora quella finestra di stabilità dei tassi di interesse che non è garantita a medio termine, per l'incerto quadro globale; 4. di individuare le grandi domande inevase della società italiana e europea, qualcosa che solo la politica e la società possono individuare con un'ottica di lungo termine; 5. di definire risposte adeguate che il mercato da solo non è in grado di vedere, per la sua costitutiva miopia; 6. di partire dai punti dove massima e virtuosa può essere l'interconnessione tra questioni economiche, ecologiche, sociali.&lt;br /&gt;Ci limiteremo a un cenno solo sulla questione emblematica della mobilità sostenibile: dai nuovi motori, alla gestione via Ict del traffico nei grandi centri metropolitani, sino alla costruzione di nuovi mezzi di mobilità urbana. Riorientare una parte della capacità produttiva esistente e non utilizzata verso la risoluzione di questo problema è una politica industriale che richiede forte integrazione tra politiche pubbliche nazionali e a scala europea, come anche l'iniziativa privata delle imprese. Ma ragionamenti analoghi si possono sviluppare per l'energia, per l'acqua, per l'istruzione, etc.: cioè per una serie di beni/servizi di natura pubblica o semipubblica che possono diventare il quadro di riferimento di una nuova classe di prodotti/servizi. In questa logica, il lavoro non può costitutivamente essere precario e mal pagato.&lt;br /&gt;Il nostro è un suggerimento, ribadiamo, iniziale, va certamente affinato. E' però, ne siamo convinti, solo prendendo questa strada, e mettendo in campo una nuova capacità di conflitto sociale autonomo, che la sinistra radicale potrà evitare di limitarsi a mettere le note a fondo pagina di politiche social-liberiste.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-116333702019243837?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/116333702019243837/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=116333702019243837' title='1 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/116333702019243837'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/116333702019243837'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2006/11/un-punto-di-vista-interessante.html' title='Un punto di vista interessante'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-116254351648628037</id><published>2006-11-03T00:44:00.000-08:00</published><updated>2006-11-03T00:45:16.706-08:00</updated><title type='text'>E questi non sono come e peggio degli evasori fiscali, che almeno lavorano?</title><content type='html'>Una maestra guadagna all'incirca 1.200 euro al mese. Come un operaio metalmeccanico, che però arriva a questa cifra solo con gli straordinari alla catena di montaggio. La differenza tra i due è che la prima, in un anno lavora, all'incirca 1.200 ore, in fabbrica per portare a casa lo stesso stipendio invece ne servono anche 500-600 in più. Dipende dai settori. Nel pubblico impiego le 36 ore alla settimana sono uno standard fisso da anni, nell'industria invece se ne lavorano 2-3 in più. Ecco la prima grande differenza. Le ferie? Almeno queste sono uguali per tutti, 24 giorni. Ma i maligni possono sempre dire: «Tanto quelli anche quando stanno al lavoro non fanno nulla!».&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il solco vero, tra pubblico e privato, comunque è rappresentato dagli orari e, negli ultimi tempi, anche dai differenti trattamenti salariali. La produttività invece rimane un capitolo oscuro: finora nessuno è riuscito (o ha voluto) misurarla. Ma andiamo per ordine. Stando agli orari contrattuali nell'industria si lavorano in media 1.736 ore l'anno, con differenze impercettibili da un settore all'altro. Nell'ambito pubblico, invece, è una vera cuccagna: la media del comparto «Stato» a fine 2000 era infatti pari a 1.361 ore, coi ministeriali ed i dipendenti delle Regioni che ne lavoravano 1.588, la Sanità 1.609, l'università 1.283, mentre la scuola crolla a 1.170.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E gli stipendi? Dall'accordo del 1993 salari pubblici e privati sono rigidamente ancorati al costo della vita, ma molti dati dicono il contrario. Le ultime cifre diffuse dall'Istat, ad esempio, segnalano che ad agosto 2006, a fronte di un'inflazione pari al 2,2%, i salari dei lavoratori italiani sono saliti del 2,9%. Ma mentre industria (+3%), chimica (+3,3%) ed edilizia (+2,8%) sono stati più o meno nella media, la pubblica amministrazione ha messo a segno un +5%, addirittura +5,5% i ministeri, +6% le Regioni e +5,9% la sanità. Solo militari (+,9%) e Forze dell'ordine (+1,2) hanno dovuto tirare la cinghia. Nel 1995 un lavoratore del settore privato costava in media 25.500 euro l’anno (25.460 euro nell’industria e 25.540 nei servizi) e in 10 anni è arrivato a quota 33-34.400, con aumenti rispettivamente nell’ordine del 29,9 e del 34,7%. I dipendenti pubblici sono invece partiti da 26.940 euro ed in 10 anni hanno raggiunto quota 40.620. Con un balzo del 50,78%. Secondo un studio pubblicato sul sito «la voce.info», se a questi dipendenti fossero stati applicati gli aumenti concessi ai colleghi dell'industria e de servizi non sarebbero andati oltre i 34-34.600 euro. E soprattutto in 10 anni lo Stato avrebbe risparmiato tra i 129 ed i 144 miliardi di euro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qualcosa come il 9-10% del Prodotto interno lordo, oppure tre manovre-monstre come quella di quest'anno. «Attenzione a non generalizzare troppo - avverte Paolo Nerozzi della segreteria nazionale della Cgil -. I numeri vanno guardati con attenzione, non si può prendere un anno a caso, ma occorre considerare i trienni contrattuali altrimenti è tutto falsato». E tanta disparità coi privati come si spiega? Secondo i sindacati innanzitutto con salari di partenza più bassi. E poi sarà anche vero che i pubblici lavorano meno ore, ma ad esempio il loro Tfr in valore assoluto è pari alla metà di quello privato. Al di là della demagogia, il tiro sui lavoratori pubblici resta un gioco facile. Non a caso negli ultimi tempi ha riscosso un grande successo la campagna «per cacciare i fannulloni» lanciata dalle colonne del «Corriere» da Pietro Ichino, grande esperto di diritto del lavoro. Cgil, Cisl e Uil hanno subito gridato al linciaggio, ma alla fine anche il presidente del Consiglio Romano Prodi ha dovuto ammettere che «non possiamo permetterci di avere degli intoccabili». Il problema, in effetti, esiste: come dice Ichino nella giurisprudenza degli ultimi 10 anni non c'è un solo caso di dipendente pubblico licenziato. Impossibile farlo? No, lo prevede esplicitamente una legge che risale addirittura al 1957, ma certamente è molto complicato. Nemmeno se vieni sorpreso a rubare vieni cacciato, e poi mancano criteri precisi (e anche la volontà politica) per valutare la qualità del lavoro svolto. Nel settore privato la produttività di un lavoratore alla fine si può desumere dal prezzo dei beni o dei servizi che concorre a produrre o a fornire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel settore pubblico lo stesso procedimento non può funzionare, perché beni e servizi non sono destinati alla vendita. Che parametri oggettivi si possono applicare, ad esempio, per valutare la produttività di un professore universitario oppure di un usciere? Altro tormentone ricorrente: i dipendenti pubblici non solo non fanno nulla ma sono troppi. Qui, le statistiche, danno ragione a chi difende i travet: rispetto alla popolazione ed al Pil molti paesi in Europa hanno valori più alti dei nostri. La Francia, ad esempio, su 58 milioni di abitanti ha ben 5,4 milioni di dipendenti pubblici (pari al 9,3% della popolazione) e per loro spende il 14,6% del Pil. Noi ci fermiamo a 3,4 milioni, ovvero il 6% della popolazione con un costo pari all'11% del prodotto interno lordo. Semmai sono distribuiti male: dalla riforma Bassanini ad oggi sono stati infatti appena 22 mila quelli che hanno accettato di cambiare posto di lavoro e a volte anche città. Una goccia in un mare, un mare di sprechi e di inefficienze.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-116254351648628037?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/116254351648628037/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=116254351648628037' title='1 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/116254351648628037'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/116254351648628037'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2006/11/e-questi-non-sono-come-e-peggio-degli.html' title='E questi non sono come e peggio degli evasori fiscali, che almeno lavorano?'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-116171552133950002</id><published>2006-10-24T11:44:00.000-07:00</published><updated>2006-10-24T11:45:21.520-07:00</updated><title type='text'>De Viagra</title><content type='html'>Guido Ceronetti per “La Stampa”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dare Viagra e prodotti affini gratuitamente? Un NO di ripulsa totale, di raccapriccio.&lt;br /&gt;Dovrebbe essere, per il prezzo, quasi inaccessibile. La farmacologia tecnologica è una volontà di potenza illimitata, e il desiderio erotico desacralizzato e reso artificiale come una rosa di plastica messa a svernare su un loculo, perde perfino il suo nome. Viagra umilia l’uomo e lo inganna con una fiamma bugiarda, umilia la donna con un segno di virilità che non è risvegliato dal proprio corpo e dalle proprie carezze ma da un telecomando azionato da una ricetta medica rilasciata benevolmente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A batallas de amor campo de pluma (massima celebre gongorìna): il letto è un luogo di combattimenti tremendi ed estremi: lottiamo col sonno, coi sogni, con l’amore saziato e frustrato, col dolore e la morte, in ogni ora passata a letto - perché la notte non è mai tenera, e la danza macabra gira attorno ai letti al ritmo delle strofette miracolose di un Dies irae senza fine. Tutto l’uomo è impegnato a letto. Di rado lo visita la felicità in quel luogo: quando succede, nell’amore, il Divino è stato toccato e si ridiscende, alle pianure del bisogno e della noia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Viagra è facile, Eros difficile. Se gli impotenti celebri - James, Stendhal, Amiel, Pavese, Baudelaire - non avessero sofferto tanto per l’esito orgasmico negato, l’ombra del farmaco virilizzatore ne avrebbe coperto la luminosità dell’opera. Fin dalla preistoria l’animale superintelligente è andato in cerca della sostanza che lo guarisse dalla morte e di quella afrodisiaca. I manuali di alimentazione afrodisiaca si vendono anche più dei periodici e dei fumetti arci stuzzicanti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;-Un bicchierino di marsala all’uovo con dentro un testicolo di toro (o di cammello) e fili nel tunnel meraviglioso come una locomotrice del San Gottardo!- Abbiamo a disposizione un arsenale plurimillenario di fili, foglie e membra della natura vivente addomesticata: allora perché il farmaco chimico, portatore di non pochi effetti indesiderati, in specie nelle malcaute vecchiaie? Perché il farmaco chimico, approvato dai topi e dall’onnipotenza multinazionale, ha l’aureola di scientifico, ha l’ipnosi della prescrizione medica, ha l’alone dell’infallibilità e della certezza, assicurando una povera, meccanica, prevedibile Buona Figura. Da tempo la psiche del volgo è stata modificata in profondità, dall’apparato mercantile e del profitto, affinché il suo principale stimolo a un consumo permanente (salvo ritiri precipitosi) fosse nella notte dell’esistenza questa stella di vittoria, rimasta quasi l’unica: scientifico, dunque buono.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non è così. Buono è quel che è buono, sia o non scientifico. E scientifico è spesso una cosa e l’altra: buono e cattivo, ipotetico e correggibile sempre, sbagliato e giusto. La scoperta di Fleming fu un momento di bontà senza ombre: sessant’anni dopo, l’abuso di antibiotici è un contagio preoccupante e una quantità di battéri, dopo le prime sconfitte, li sfidano. La pillola contraccettiva è stata, è tuttora, il grande regista della liberazione femminile, è una residua speranza di freno demografico in un pianetuccio abitato dove il dotto utente di spermatozoo brucia sempre più acqua, e priva la terra di sostegno vitale (la bellezza si è rifugiata in interiore hominis) però la pillola liberatrice dalle insolenti gravidanze patriarcali non è innocua come una mentina, perché rinviare, richiamare, sconvolgere per anni il ciclo imprime tracciati morbigeni e «se si tocca il corpo tutto è perduto» mugugnava il grande biologo Jean Rostand.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Adesso l’Imperatrice Nuda pretende di regolare con l'eccitazione chimica anche la sessualità femminile di penuria e perfino quella ridotta al silenzio dagli anni: ti figuri una coppia in cui entrambi, incapaci di amarsi, aspettano che una capsula prescritta dal medico, addirittura rimborsabile per beneficenza di Stato, li obblighi a desiderare una fricarella sgradita o dimenticata? E l’effetto priapistico, da erezione incongrua, nell’uomo prostatico, sai che delizia, che funesto riascolto delle musiche di Dioniso dileguate!!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La vita dà e toglie. E perfino, feroce, toglie senza aver dato, e lascia, quando abbia dato, rimpianti che straziano e insieme illuminano. E anche per Viagra e la sua geopolitica d’invasione per disgregare meglio, stordendoli, attirandoli, esseri umani, vale la massima di Giobbe sulla polvere e sulla cenere che la Vulgata traduce Dominus dedit, Dominus abstulit. E’ da uomini veri rifiutare un soccorso facile, pericoloso e sospetto. La Scrittura dice anche, nel Cantico: «Il Desiderio è forte come la Morte». Verificare...&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-116171552133950002?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/116171552133950002/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=116171552133950002' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/116171552133950002'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/116171552133950002'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2006/10/de-viagra.html' title='De Viagra'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-116035278984140062</id><published>2006-10-08T17:02:00.000-07:00</published><updated>2006-10-08T17:17:49.830-07:00</updated><title type='text'>Solidarietà a Robert Redeker</title><content type='html'>l’articolo incriminato di&lt;br /&gt;Robert Redeker uscito il 19.09.06 sul Figaro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le reazioni suscitate dall’analisi di Benedetto XVI sull’islam e la violenza fanno&lt;br /&gt;parte dell’obiettivo che lo stesso islam si pone: spazzare via la cosa più preziosa che possiede l’occidente e che non esiste in alcun paese musulmano, ovvero la libertà di pensiero e di espressione. L’islam sta cercando di imporre all’Europa le proprie regole: apertura delle piscine solo per le donne a determinati orari, divieto di satira della religione, pretesa di avere un certo tipo di alimentazione per i bambini musulmani nelle mense scolastiche, lotta per imporre il velo nelle scuole, accusa di islamofobia contro gli spiriti liberi. Come si spiega il divieto dell’estate scorsa&lt;br /&gt;di portare il tanga a Paris-Plage? La spiegazione addotta è quantomeno strana: c’era&lt;br /&gt;il rischio, si dice, di “turbare l’ordine pubblico”. Cosa significa? Che bande di giovani frustrati avrebbero rischiato di diventare violenti di fronte alla bellezza che faceva mostra di sé? Oppure si temevano manifestazioni islamiche, nelle vesti di brigate della virtù, nella zona di Paris-Plage? In realtà, il fatto che portare il velo in pubblico non sia vietato è qualcosa che può “turbare l’ordine pubblico” molto più del tanga, a causa della condanna che suscita questo strumento per l’oppressione delle donne. Non è fuori luogo pensare che tale divieto rappresenti una certa islamizzazione della mentalità francese, la sottomissione più o meno conscia ai dettami dell’islam. O quantomeno che questo sia il risultato dell’insidiosa pressione musulmana sulla mentalità  della gente: le stesse persone che sono insorte contro l’inaugurazione di un sagrato dedicato a Giovanni Paolo II a Parigi non fiatano quando si costruiscono le moschee. L’islam sta cercando di obbligare l’Europa ad adeguarsi alla sua visione dell’uomo. Come già accadde con il comunismo, l’occidente è ora sotto sorveglianza ideologica. L’islam si presenta, esattamente come il defunto comunismo, come alternativa al mondo occidentale. E come il comunismo di altri tempi, l’islam, per conquistare gli animi, gioca su fattori emotivi. Ostenta una legittimità che turba la coscienza occidentale, attenta al prossimo: il fatto di porsi come la voce dei poveri di tutto il mondo. Ieri la voce dei poveri proveniva da Mosca; oggi viene dalla Mecca. Oggi degli intellettuali si fanno portatori dello sguardo del Corano, come ieri avevano fatto con lo sguardo di Mosca. Ora la scomunica è per l’islamofobia, come lo era stata in passato per l’anticomunismo.&lt;br /&gt;Nell’apertura agli altri, che è propria dell’occidente, si manifesta una  secolarizzazione del cristianesimo che può essere riassunta in questi termini: l’altro deve sempre venire prima di me. L’occidentale, erede del cristianesimo, è colui che mette a nudo la propria anima, assumendosi il rischio di passare&lt;br /&gt;per debole. Come il defunto comunismo, l’islam considera la generosità, l’apertura&lt;br /&gt;mentale, la tolleranza, la dolcezza, la libertà delle donne e dei costumi e i valori democratici come segni di decadenza. Sono debolezze che sfrutta volutamente grazie a degli “utili idioti”, buone coscienze imbevute di buoni sentimenti, per imporre l’ordine coranico nel mondo occidentale. Il Corano è un libro di una violenza inaudita. Maxime Rodinson sostiene,  nell’Encyclopedia Universalis, alcune verità importanti che in Francia sono considerate tabù. Infatti, da una parte, “Maometto rivelò a Medina delle insospettate qualità di dirigente politico e capo militare (…) Ricorse alla guerra privata, istituzione comune in Arabia (…) Maometto inviò subito manipoli di suoi sostenitori ad attaccare le carovane della Mecca, punendo così i suoi connazionali increduli e, al contempo, ottenendo un ricco bottino”.&lt;br /&gt;Dall’altra, “Maometto approfittò di questo successo per eliminare da Medina, facendola massacrare, l’ultima tribù ebrea ancora esistente, quella dei Qurayza, con l’accusa di comportamento sospetto”. Poi, “dopo la morte di Khadidja, sposò una vedova, brava donna di casa di nome Sawda, e anche la piccola Aisha, che aveva appena dieci anni. Le sue tendenze erotiche, a lungo represse, lo avrebbero portato a contrarre contemporaneamente una decina di matrimoni”. C’è un’esaltazione della violenza, perché il Corano mostra Maometto sotto questa luce: guerrafondaio senza pietà, predatore, massacratore di ebrei e poligamo. Ovviamente anche la chiesa cattolica ha le sue colpe. La sua storia è costellata di pagine nere, delle quali ha fatto ammenda: l’inquisizione, la caccia alle streghe, l’esecuzione dei filosofi Bruno e Vanini, la condanna degli epicurei, quella del cavaliere de La Barre, accusato di empietà in pieno XVIII secolo, non depongono a suo favore. Però c’è una differenza fondamentale tra il cristianesimo e l’islam: è sempre possibile tornare ai valori evangelici, alla dolce personalità di Gesù Cristo, riscattandosi&lt;br /&gt;dagli errori della chiesa.  Nessun errore della chiesa è stato ispirato dal Vangelo. Gesù è per la non violenza, e il ritorno al Cristo rappresenta la salvezza nei confronti di certi eccessi dell’istituzione ecclesiale. Il ricorso a Maometto, invece, rafforza l’odio e la violenza. Gesù è il maestro dell’amore, Maometto, il maestro dell’odio. La lapidazione di Satana che si ripete ogni anno alla Mecca non è solo un fenomeno superstizioso: non si riduce infatti allo spettacolo di una folla isterica che flirta con la barbarie, ma ha una portata antropologica.&lt;br /&gt;Si tratta invero di un rito che ogni musulmano è invitato ad accettare, radicando la&lt;br /&gt;violenza come dovere sacro nel cuore del credente.&lt;br /&gt;Questa lapidazione, che ogni anno provoca la morte di fedeli calpestati dalla folla (a volte anche centinaia), è un rituale che ingloba la violenza arcaica.&lt;br /&gt;Anziché eliminare questa violenza arcaica neutralizzandola, sulla scia dell’ebraismo&lt;br /&gt;e del cristianesimo (l’ebraismo inizia con il rifiuto del sacrificio umano, che è l’ingresso nella civiltà, mentre il cristianesimo trasformerà il sacrificio in eucarestia), l’islam le crea un bel nido per crescere al caldo. &lt;br /&gt;Mentre l’ebraismo e il cristianesimo sono religioni i cui riti sono rivolti contro la violenza e la delegittimano, l’islam è una religione che esalta la violenza e l’odio, sia nel suo testo sacro che in alcuni riti comuni. Odio e violenza pervadono il testo sul quale si formano tutti i musulmani: il Corano.  Come ai tempi della Guerra fredda, la violenza e l’intimidazione vengono utilizzate al servizio di un’ideologia che si vuole egemone: l’islam, che mira a mettere la sua cappa di piombo sul mondo intero. Benedetto XVI sta soffrendo la crudeltà di tale esperienza. Come in altri tempi, è necessario dire a chiare lettere che l’occidente è “il mondo libero” nei&lt;br /&gt;confronti di quello musulmano, e, come in quei tempi, gli avversari di questo “mondo libero”, funzionari zelanti del Corano, pullulano al suo interno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Robert Redeker&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-116035278984140062?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/116035278984140062/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=116035278984140062' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/116035278984140062'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/116035278984140062'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2006/10/solidariet-robert-redeker.html' title='Solidarietà a Robert Redeker'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-115961295241831943</id><published>2006-09-30T03:39:00.000-07:00</published><updated>2006-09-30T03:42:32.430-07:00</updated><title type='text'>La scuola italiana ed il suo fallimento</title><content type='html'>In occasione dell'approvazione della finanziaria, un autentica oscenità per chiunque abbia a cuore il riformismo in questo paese, ostaggio com'è del massimalismo di rifondazione e delle clientele di tutti gli altri, ecco un bell'intervento sul foglio sullo stato della scuola in Italia.&lt;br /&gt;Il tentativo del ministro dell’Economia di racimolare qualche risparmio anche sulla spesa dedicata all’istruzione ha suscitato una reazione colossale, che l’ha costretto all’ennesima ingloriosa ritirata.&lt;br /&gt;Quelli che chiedono di spendere di più nella scuola pubblica hanno vinto, come sempre, ma in realtà l’organizzazione scolastica italiana è una specie di buco nero, che assorbe risorse crescenti  producendo risultati sempre meno convincenti. I dati di fondo sono noti: in Italia c’è il maggior numero di insegnanti per addetto fra i grandi paesi industrializzati, e un livello dell’istruzione degli studenti tra i più bassi. Inoltre, al crescere del livello di studi, decresce il risultato ottenuto,che è passabile solo nelle elementari, diventa scarso nella media inferiore, pessimo in quella superiore, per non parlare dell’università, che perde per strada la maggior parte degli iscritti senza che conseguano la laurea. La corporazione scolastica, che si è consolidata come accade sempre in un sistema nel quale non esiste competizione, rifiuta ogni riforma che punti a ricostruire una relazione di efficacia tra la scuola e la società produttiva. Questo obiettivo, con la benedizione dell’attuale ministro della Pubblica istruzione, è stato condannato come aziendalistico o, peggio ancora, efficientistico. Per chi la domina, la scuola non deve rispondere alle esigenze del paese, ma restare se stessa, una “comunità in cammino”, come dice retoricamente il ministro Giuseppe Fioroni, anche se nessuno sa dove vada. La radice dell’inefficienza della scuola italiana è l’assoluta assenza di concorrenza e di valutazione della qualità del “prodotto”. Non si tratta solo della concorrenza tra pubblico e privato, azzoppata dalla inapplicazione dei principi della parità scolastica, ma anche della mancanza di competizione tra istituti pubblici, che non ha senso se non produce alcun esito per chi ottiene risultati migliori. In questo clima di burocrazia dominata dalle corporazioni sindacali, anche gli sforzi degli insegnanti volonterosi, che non mancano, vengono frustrati. In questo modo, peraltro, si viola la sostanza del diritto allo studio, perché la formazione che si offre non è in grado di fornire un bagaglio di conoscenze adatto alla competizione che esiste nel mondo del lavoro, naturalmente a svantaggio di chi proviene dai ceti meno abbienti. E’ giusto che un paese investa nella scuola per preparare il proprio futuro, ma farlo senza riformarla profondamente significa finanziare non l’istruzione ma la burocrazia corporativa.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-115961295241831943?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/115961295241831943/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=115961295241831943' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/115961295241831943'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/115961295241831943'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2006/09/la-scuola-italiana-ed-il-suo.html' title='La scuola italiana ed il suo fallimento'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-115891285627711964</id><published>2006-09-22T01:12:00.000-07:00</published><updated>2006-09-22T01:14:16.286-07:00</updated><title type='text'>Al tg si dovrebbe parlare di questo....</title><content type='html'>Eolo corre in soccorso al clima, articolo sul manifesto&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Se il chilowatt più pulito è quello non consumato -il primo giacimento di energia pulita è davvero l'efficienza e il risparmio - certamente ogni chilowatt prodotto con il sole o il vento evita l'emissione in atmosfera di diversi ettogrammi di anidride carbonica. Abbattere le emissioni di gas serra del 50% da qui al 2050 è considerato dagli scienziati il minimo per contenere l'aumento della temperatura terrestre al di sotto di quei due gradi centigradi superare i quali sarebbe fatale. Per arrivare a quest'obiettivo necessario ma lontanissimo occorre puntare con determinazione sull'energia eolica, secondo il rapporto Global Wind Energy Outlook diffuso ieri in Australia da Greenpeace e dal Global Wind Energy Council (Gwec), l'associazione che raggruppa circa 1.500 società e istituzioni in 50 paesi, fra cui i maggiori produttori di turbine eoliche.&lt;br /&gt;Il mercato globale del settore si sta espandendo. In dieci anni, fra il 1995 e il 2005, è cresciuto di dodici volte fino a raggiungere i 59.000 Megawatt alla fine del 2005; è così che i costi di produzione sono scesi in modo significativo. E' anche un bel giro di affari (per il 2006 stimato pari a 13 miliardi di dollari) e quel che più conta crea posti di lavoro: già 150mila occupati in giro per il mondo. Ormai in alcuni paesi la porzione di elettricità prodotta con l'energia eolica sfida le fonti convenzionali. I paesi che hanno maggiormente investito nell'eolico sono Germania, Spagna, India e Danimarca (viene dal vento il 20 per cento dell'elettricità prodotta); segni interessanti vengono da Gran Bretagna, Portogallo, Giappone, Cina, Paesi Bassi e Italia.&lt;br /&gt;Ma, sempre secondo il rapporto, si può fare molto di più e bisogna accelerare; il fabbisogno totale di energia al trend attuale potrebbe crescere del 60% da qui al 2030, secondo l'International Energy Agency (Iea). Fino al 34% dell'energia elettrica mondiale potrebbe realisticamente essere fornito dalle pale entro la metà di questo secolo. Naturalmente il consumo di energia elettrica - comprendente gli usi industriali - è una (rilevante) frazione del consumo globale di energia; rimangono poi il voracissimo e sempre in crescita settore dei trasporti e l'energia per usi termici. Ma anche così, arrivare a produrre con il vento oltre un terzo dell'elettricità globale entro il 2050 significherebbe risparmiare, da qui ad allora, 113 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. E aggiungere dai 480mila ai due milioni di posti di lavoro.&lt;br /&gt;Come arrivare a questo 34 per cento? Il rapporto contiene proposte precise per le politiche nazionali e internazionali. Le prime sono così riassumibili: stabilire, per le energie rinnovabili, obiettivi di crescita vincolanti e non solo auspicabili; operare affinché il prezzo delle energie rinnovabili permetta un ritorno dei rischi quantomeno paragonabile alle altre opzioni; riformare i mercati dell'energia elettrica per rimuovere le barriere alle rinnovabili; eliminare le distorsioni quali in primo luogo i sussidi alle fonti fossili e al nucleare; internalizzare i costi sociali ed ecologici delle forme inquinanti di energia. Quanto alle proposte internazionali: fissare e rendere operativi obiettivi di riduzione delle emissioni anche post-2012 (data di «scadenza» del Protocollo di Kyoto); riformare le operazioni delle agenzie di credito alle esportazioni, delle banche di sviluppo multilaterali e delle istituzioni finanziarie internazionali così da assicurare che una percentuale obbligatoria e crescente dei prestiti vada al finanziamento delle rinnovabili; e via via (ma in fretta) non finanziare più i progetti energetici convenzionali e inquinanti; come invece la Banca mondiale continua a fare, v. terra terra dell'8 settembre 2006.&lt;br /&gt;Naturalmente, non si possono trascurare le obiezioni ambientaliste alla proliferazione di pale eoliche. E il rapporto cerca di affrontare l'impatto visivo, acustico e sulla fauna selvatica locale e migratoria. Non molte parole, invero. L'impatto visivo è considerato controverso (per alcuni le pale sono brutte, per altri «possono essere il simbolo di un futuro meno inquinato». Quanto al rumore: «rispetto al traffico e alle fonti industriali, il suono è generalmente basso», e soprattutto le installazioni vanno poste a distanza dalle abitazioni, oltre a cercare di migliorare il design e l'isolamento. Infine, quanto agli uccelli (disturbati nei loro habitat e uccisi nelle collisioni con le pale), scrive il rapporto che il tasso medio di collisione da studi in Europa e Usa è pari a due animali per turbina l'anno e «ne ammazzano di più i pesticidi, le linee elettriche e le automobili». E' vero. Ma è anche vero che i problemi di impatto richiedono molta attenzione, anche quando si tratta di energie alternative. E che anche nell'eolico, piccolo (e più basso) sarebbe più bello.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-115891285627711964?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/115891285627711964/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=115891285627711964' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/115891285627711964'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/115891285627711964'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2006/09/al-tg-si-dovrebbe-parlare-di-questo.html' title='Al tg si dovrebbe parlare di questo....'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-115857510589227429</id><published>2006-09-18T03:21:00.000-07:00</published><updated>2006-09-18T03:25:05.893-07:00</updated><title type='text'>Ma lo scopo di un sistema economico...</title><content type='html'>.....non era quello di generare felicità sempre crescente, ed a questo scopo non sarebbe bastato soltanto l'intervento regolatore del mercato? Come da articolo sul Manifesto leggiamo che dal 2001, in soli quattro anni, la quota dei salari sul reddito è scesa di cinque punti, passando dal 50 al 45 per cento. Tutti gli aumenti della produttività sono andati ai profitti.&lt;br /&gt;Dal 2001 ad oggi i salari in America sono passati dal 50% del Pil al 45% e la condizione dei lavoratori non ha subito un tracollo solo perché le spese per i benefit da parte delle aziende (pensioni e sanità) sono cresciute nella medesima proporzione della crescita del Pil. Di contro la rendita e soprattutto i profitti delle imprese sono cresciuti del 5%. Soprattutto i profitti perché la produttività negli ultimi 5 anni è cresciuta del 16,7% e i salari solo del 7,5%.&lt;br /&gt;Da quando si registrano questi dati, cioè dal 1947 è la più forte contrazione del peso dei salari mai avvenuta. Ovviamente,tanto negli Usa che nei paesi Ocse non tutti i settori godono del vento in poppa e non tutte le aree geografiche. Da qui anche le tensioni politiche. Ma anche un fenomeno che preoccupa i dirigenti dei grandi istituti finanziari: &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;la caduta di aspettative dei cittadini,della massa dei cittadini&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;Quasi a confermare le loro preoccupazioni è arrivato una studio della Afl-Cio il sindacato americano.I salariati Usa per il 70% ritengono che la loro condizione di vita sia peggiorata negli ultimi tre anni. Questo nonostante gli aumenti salariali programmati che se pur consistenti non coprono il rialzo dei prezzi Non solo: il bilancio familiare quadra solo se un altro membro della famiglia vi contribuisce in modo parziale. In parole povere se in famiglia entrano due redditi si salva il proprio tenore di vita, altrimenti si scende nella scala dei consumi.&lt;br /&gt;Diversa è la condizione del ceto medio-alto, cioè di quella parte di lavoratori che può godere di una entrata derivante da una rendita, sia essa dovuta a titoli o a proprietà immobiliari. Non vale per tutti. Anche qui entrano diversi fattori, soprattutto per l'immobiliare ma questa parte di lavoratori ha potuto conservare il proprio tenore di vita. C'e' poi un 30% di salariati che pensa di stare meglio. Sono tutti impiegati nelle aziende che producono le nuove tecnologie, che fanno ricerca nei settori della biotecnologia,per l'informatica. Per questo genere di lavoratore le opportunità in Usa hanno permesso un balzo salariale nonostante la crisi che ha colpito la Silicon Valley a partire dal 2000.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-115857510589227429?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/115857510589227429/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=115857510589227429' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/115857510589227429'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/115857510589227429'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2006/09/ma-lo-scopo-di-un-sistema-economico.html' title='Ma lo scopo di un sistema economico...'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-115855770425516724</id><published>2006-09-17T22:18:00.000-07:00</published><updated>2006-09-18T03:19:35.406-07:00</updated><title type='text'>Il ruolo dell'etanolo, la lunga strada per liberarci dagli arabi...</title><content type='html'>Articolo di Ugo Bertone per il Foglio:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;No, non illudetevi perché il prezzo del greggio scivola giù dalle vette toccate in estate: l’età del petrolio abbondante volge al termine, comunque vada il negoziato con Teheran. E presto saranno dolori. I seguaci del “peak oil”, ultima religione dei mercati finanziari, si sono ritrovati l’estate scorsa, nella campagna toscana. Lì, a due passi dalla Torre di Pisa, ambientalisti estremi e gestori di hedge fund come l’olandese Willem Kadijk (che si accinge a lanciare un hedge basato su titoli antipanico) hanno recitato la loro profezia. Presto, hanno ripetuto, nonostante gli sforzi dei geologi, i pozzi renderanno sempre meno. E il mondo, visto da una pompa di benzina a secco, sarà davvero un brutto posto dove le visioni più apocalittiche diventeranno realtà. Anche quella di James Howard Kunstler, profeta travestito da geologo: anche Las Vegas, scrive Kunstler, sparirà quando i distributori chiuderanno i battenti. La Sodoma e Gomorra dei nostri giorni campa grazie all’aria condizionata a manetta, alle autostrade a otto corsie e ai viaggi aerei. Cioè, grazie al petrolio abbondante e a basso costo, privilegio destinato ad esaurirsi nel giro di pochi decenni, se non di anni. Preparatevi, si legge nel suo libro-testamento, “The long emergency”, ad un futuro in cui per muoversi da una periferia desolata, circondata da supermercati svuotati di merci cinesi (e non solo) ci vorranno giorni e tanto coraggio: perché un mondo improvvisamente svuotato di petrolio sarà un mondo più pericoloso, popolato di Blade Runner come nel romanzo di Philip K. Dick. La profezia ha fatto presa: da 18 mesi il libro di Kunstler figura nella classifica dei top 1000 di Amazon.com. Nello stesso periodo si sono già formati su Internet ottantadue gruppi con circa duemila membri organizzati attraverso Meetup.com, il portale nato per discutere il problema. O organizzare letture collettive di un altro “mostro sacro” del popolo dei “peak oil”, un predicatore che tiene dibattiti, ben retruibiti, alla City: Colin Campbell, geologo laureato ad Oxford, 40 anni di lavoro nell’industria Per alimentare un decimo delle macchine americane servirebbe un terzo dell’attuale produzione di zucchero e cereali negli Stati Uniti. Nel suo bestseller “The Coming Oil Crisis” sostiene che ormai è troppo tardi: il petrolio finirà prima che emerga una qualche convincente forma di alternativa energetica. Non tutti sono così pessimisti di fronte al pericolo del greggio energetico. Nella palestra del futuro vale pure l’immagine muscolare che viene dal governatore della California, Arnold Schwarzenegger, uno che di muscoli se ne intende. “Credo ci voglia un grosso sforzo &lt;br /&gt;– ha detto – per consumare di meno ma ce la possiamo fare. Come non lo so, ma una cosa mi è chiara: se voglio perdere dieci chili entro l’estate devo darmi da fare in palestra. Certo, in quel caso il grasso protesta: non mi attaccare, io ti voglio bene. Ora sono le compagnie petrolifere a protestare. Fanno il loro mestiere”. Così Schwarzy, alla ricerca di una causa popolare e vincente, si schiera in vista del referendum di novembre, quando i cittadini della California dovranno pronunciarsi sulla “Proposition 87”, che prevede di imporre una tassa di estrazione su ogni barile che le compagnie petrolifere tirano fuori dai pozzi dello stato per un gettito, si prevede, di almeno quattro miliardi di dollari che, secondo il comitato che ha lanciato la proposta, dovranno essere spesi per incentivare l’uso dei carburanti alternativi. Una calamità, dicono naturalmente le Big Oil (Chevron, ExxonMobil, Shell e Occidental Petroleum) che, per scongiurare l’imposta, si sono tassate per 30 milioni di dollari per finanziare la campagna per il no. E c’è chi sospetta che la grande scoperta petrolifera di Chevron nel Golfo del Messico, annunciata con grande enfasi in settimana, sia una mossa pubblicitaria per migliorare l’immagine, pessima, delle Big Oil presso l’opinione pubblica Usa. Sul fronte dei nemici dei petrolieri, a sostegno del referendum, ci sono infatti nomi importanti: gente del cinema, come il produttore Stephen Bing, venture capitalist di Silicon Valley come John Doerr o Vinod Khosla, uno dei pionieri della new economy, tra i fondatori nel 1982 di Sun Microsystems e il primo a credere a suo tempo in Amazon o in Netscape, il navigatore da cui nacque Aol. Oggi, per lui, indiano di Phuna, come per i compagni di cordata, la nuova “ Big Thing” non passa dalla Grande Rete o da un chip. Ma dall’etanolo, ovvero dal carburante estratto dai cereali o dallo zucchero che, fino al 2012, potrà godere di incentivi governativi che lo rendono competitivo rispetto ai carburanti tradizionali. La scommessa, insomma, è di migliorare, entro cinque anni, tecniche e carburanti al punto da sfidare la concorrenza del petrolio. Purché, naturalmente, il prezzo del petrolio si mantenga alto, almeno sopra i 50 dollari. Altrimenti, il risveglio sarà amaro. L’indiano di Silicon Valley, uno che ha saputo ai tempi trasformare gli otto milioni affidatigli dai banchieri di San Francisco in due miliardi di dollari sonanti, sa però che la partita non si giocherà in laboratorio. In palio ci sono tanti soldi ma, più ancora la sicurezza nazionale. E non a caso l’indiano che ama l’etanolo ha arruolato un luogotenente d’eccezione: R. James Woolsey, 65 anni, già direttore della Cia tra il ’93 e il ’95. Chi meglio di lui per spiegare al Congresso che non si può star con le mani in mano in attesa di &lt;br /&gt;una congiura di palazzo a Riyad o di un blitz dei pasdaran di Ahmadinejad. Khosla, nella sua battaglia per l’etanolo, è in buona compagnia: lo stesso Bill Gates ha investito nella Pacific Ethanol, di cui oggi è l’azionista numero uno. Certo, per uno come lui, un’operazione da 87 milioni di dollari (tanto c’è voluto per diventare l’azionista numero uno dell’azienda , per cui lui ha grandi ambizioni) è ben poca cosa. Ma la tendenza è chiara: l’America che ha vinto la sfida della produttività grazie al software e al Web accetta la sfida dell’energia. A suon di dollari, di venture capital, di speculazioni in Borsa e fuori. Con qualche sorpresa. Indovinate, ad esempio, chi ha finanziato (600 milioni di dollari) il prototipo della Tesla Roadstar, la prima auto elettrica con prestazioni degne di una Ferrari: da zero a 90 all’ora in quattro secondi, 200 all’ora la velocità massima, più di 340 dopo una ricarica supplementare. Si tratta nientemeno che di Larry Page e Sergej Brin, i due fondatori di Google, assieme ad una schiera di top manager di eBay e Pay-Pal. Anche loro, a modo loro, sono coinvolti nel grande rodeo dell’energia, la partita più globale che ci sia, la palestra per scienziati visionari, spie in pensione, tecnologi visionari e finanzieri a caccia della grande avventura. &lt;br /&gt;La realtà è che si parla molto, come è giusto, degli scenari politici o strategici provocati dal caro greggio. E ancor di più si tenta di indovinare il giusto prezzo dell’oro nero, districandosi a breve tra le mosse di Caracas o di Teheran, oppure, a medio-lungo termine, tra le previsioni dei catastrofisti che annunciano la fine del petrolio (il “peak oil”, cioè il massimo della produzione è giàstato toccato per qualcuno, per altri lo sarà entro il 2010) e quelli che, come Leonardo Maugeri, brillante testa d’uovo dell’Eni che gode di audience mondiale, ci rassicura ricordandoci come in Iraq, dall’inizio del XX secolo, sono stati trivellati solo 2.500 pozzi contro un milione circa in Texas, a dimostrazione che il medio oriente (ma non solo) può darci ancora tante sorprese e preziosi barili (ce ne sono almeno 2.000 milioni di miliardi, il doppio di quanto prodotto finora secondo lo Us Geological Survey). Ma si parla poco degli effetti che la stagione dei rialzi sta provocando risvegliando ricerche vecchie e sepolte o eccitando nuovi appetiti in questa corsa alla pietra filosofale del XXI secolo che si svolge in tanti, spesso inattesi palcoscenici, talora frutto inatteso di una storia che arriva da lontano. Il film della moderna alchimia può cominciare dai laboratori del Mit, dove Gregory Stephanopoulos, docente di Ingegneria chimica, “allena” i microbi che dovranno trasformare le biomasse in etanolo da mettere nel motore. Anche questa, come spesso capita nella storia dell’innovazione (vi ricordate l’origine di Internet) è una storia che nasce dall’incrocio tra le esigenze del Pentagono e la genialità degli scienziati. Tutto comincia, infatti, nel 1950 quando l’esercito americano incarica un microbiologo, Elwyn T. Reese, di trovare un modo per annientare uno strano fungo tropicale che si era letteralmente mangiato le uniformi dei marine a Guadalcanal. Ma Reese si guardò bene dal fare il killer, convincendo Washington che era assai più sensato cercare di capire quali enzimi permettevano al fungo di spezzare le strutture molecolari dei tessuti o della cellulosa liberando cellule di zucchero. Da allora le ricerche sono andate avanti, con alterna fortuna e interesse. Fino ad oggi. Ora, infatti, quel microbo può cambiare il mondo, cancellando buona parte degli handicap che frenano lo sviluppo dell’etanolo. Per alimentare un decimo del parco macchine americano, infatti,sarebbe necessario un terzo dell’attuale produzione di cereali Usa. E il discorso è ancora più complicato per l’Europa: per sostituire il 5,75 per cento del carburante usato nella Ue, occorre il 19 per cento della superficie arabile dell’Unione europea. Tutto potrebbe cambiare, però, se il nostro microbo fosse in grado di trasformare in zucchero da carburante tutti gli scarti del grano o di altre biomasse. A crederci sono in tanti, almeno in trenta. E tra questi c’è la Iogen , una società dello Iowa che già oggi produce etanolo da cellulosa, ma ancora a prezzi troppo elevati. Ma attenzione. In Iogen, benedetta dai programmi dello stesso George W. Bush, c’è nientemeno che Goldman Sachs, il colosso delle banche d’affari Usa. E a volere un forte investimento della banca nel settore è stato nientemeno che Henry Hank Paulson, oggi segretario del Tesoro a Washington. Non è certo l’unico caso di matrimonio tra Wall Street e l’ecocombustibile. Anzi, la storia di maggior successo l’ha scritta finora un giovane banchiere di Morgan Stanley, Leigh Abramson, oggi 37 anni. Quando Abramson, laureato in storia all’Amherst Institute è approdato a Peoria, Illinois, per studiare un’eventuale acquisto (a mo’ di garanzia) di una quota della Aventine Renewable Energy, non sapeva nemmeno cosa fosse l’Mtbe, il biocombustibile prodotto da metanolo di sintesi. Ma il prezzo era buono , il venditore, travolto dallo scandalo Enron, costretto a vendere a meno della metà del costo sostenuto per trasformare un vecchio zuccherificio in un impianto per la benzina  verde. E dopo otto mesi di clausura a Pekin, Illinois, Abramson convinse i superiori a sospendere i 66 milioni richiesti: oggi Aventine vale in Borsa poco meno di 800 milioni di dollari. Storie di soldi, oltre che di tecnologia. Come quella della Platinum Energy Resources di Houston, fondata da Barry Kostiner, 34 anni, faccia d’angelo, fegato d’acciaio. Di petrolio, confessa, ne sa poco. Ma con una laurea in matematica del Mit in saccoccia, Kostiner ha capito che la fortuna saprà arridere a chi troverà il sistema di far fruttare in quattrini sonanti il greggio che sta ancora sottoterra. E ha inventato un sistema niente male: lo Spac (special purpose acquisition company). Si tratta di società in cui si investe senza sapere come e dove i    quattrini verranno investiti. Solo in un secondo momento, il finanziere sceglierà la “preda” (con l’assenso di un comitato di garanti). In questo modo Kostiner ha raccolto più di 100 milioni di dollari al Pink Sheets, il mercato più speculativo tra le Borse Usa, dove, dice la Sec, “sono quotate le società più rischiose”e li ha in vestiti in una piccola società petrolifera, la Tandem Energy che possiede alcune vecchie concessioni mai sfruttare in Texas. Sembra la storia di James Dean nel “Gigante”: speriamo che Kostiner non si sfracelli pure lui sulle strade del Texas. Difficile trovare un matematico altrettanto simpatico. Ma guai a pensare che la corsa al Santo Graal dell’energia pulita sia cosa appannaggio solo di università Usa o di centri di potere della finanza Usa. Certo, alla caccia grossa partecipano gli scienziati che hanno fatto gavetta nell’amministrazione militare. Come Erik Straser, solo 36 anni ma un passato ai segretissimi National laboratory di Los Alamos lasciati per sviluppare, con i quattrini raccolti dal solito venture capitalist batterie ad energia solare. Ma la soluzione può venire dal carbone ripulito secondo i procedimenti studiati dagli scandinavi della Vattenfall. O nascondersi nella savana di Secunda, a due ore e mezza di jeep da Johannesbugh dove i moderni alchimisti della Sasol trasformano il carbone in carburante. Non stupisca la scoperta di un Sud Africa ad alta tecnologia. Per decenni gli scienziati hanno scartato, perché troppo costosa, la pista della trasformazione del carbone in benzina o gasolio. Ma il Sud Africa dell’apartheid, colpito dall’embargo dell’Opec, negli anni Settanta ha investito una fortuna (sei miliardi di dollari dell’epoca), per procurarsi il carburante. Oggi, a questi prezzi, quell’investimento si è rivelato una fortuna. E Sasol ha appena chiuso un contratto monstre con la Cina: 27 mini impianti da costruire nella Mongolia cinese, a ridosso delle miniere di carbone. Già, i cinesi, i nuovi consumatori che hanno sconvolto la mappa del petrolio più degli sceicchi o di Hugo Chávez. Sono affamati di petrolio, non dimenticano i buoni affari. Hanno cominciato a produrre etanolo, grazie all’aiuto del Brasile e agli incentivi del governo. All’improvviso, per merito di centinaia di impianti “pirata”cresciuti per sfruttare gli incentivi di stato, il Drago è diventato il secondo produttore al mondo e il primo esportatore di etanolo. Perché gli aiuti al settore di Washington (che, per le pressioni dei farmers, im-Il Brasile è l’unico paese al mondo dove nelle stazioni di servizio è possibile scegliere tra carburante tradizionale ed etanolo semplice porta con il contagocce dal Brasile) si sono rivelati una calamita formidabile per i petrolieri del grano di Pechino. Anche in Brasile la fortuna è nata da una decisione “politically uncorrect”. La decisione di puntare su una soluzione autarchica nacque negli anni Settanta, sotto il tallone del regime militare. Oggi il Brasile è l’unico paese al mondo dove, alla stazione di servizio, si può scegliere tra la benzina normale, la miscela (etanolo più benzina) o l’etanolo semplice. E nella sterminata prateria del sud il colosso di stato, la Petrobrás, ha costruito la fabbrica di Araucária, un impianto così importante che Ignacio Lula da Silva l’ha scelto, nello scorso giugno, come palcoscenico per annunciare, in via ufficiale, la sua candidatura per un secondo mandato presidenziale. Difficile trovare un luogo più solenne: quel giorno , infatti, cominciava in via ufficiale pure la produzione dell’H-bio, il brevetto più importante mai uscito dai laboratori brasiliani. H-Bio, in sintesi, è un estratto dell’olio di soia o di girasole che, mescolato con un comune diesel, può funzionare da carburante per un qualsiasi motore, senza alcuna modifica: il sogno di liberarsi dalla dittatura del petrolio, insomma, non è più remoto dell’incubo di restare a secco. Perché, se non avete ancora deciso se essere ottimisti o pessimisti, se credere che il “peak oil” (cioè il punto massimo della produzione) sia stato ormai raggiunto o no, potete divertirvi con i tanti blog sulla materia (the oil drum, Aspo, Energy Bulletin per citare i più noti). Troverete di tutto: ingegneri ecologisti a favore dell’eolico, ecologisti animalisti che denunciano i crimini dell’eolico (le pale delle turbine ammazzano molti uccelli protetti); repliche degli ingegneri che sostengono che i gatti uccidono più delle pale; altri animalisti che scendono in difesa dei gatti. Difficile raccapezzarsi. Ma una cosa emerge: il petrolio andrà su e giù (facile che, nel prossimo futuro vada giù. A Teheran piacendo). Ma quella dell’energia non è una bolla come quella della tecnologia, assicurano Khosla e amici, gente che di bolle se ne intende.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-115855770425516724?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/115855770425516724/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=115855770425516724' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/115855770425516724'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/115855770425516724'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2006/09/il-ruolo-delletanolo-la-lunga-strada.html' title='Il ruolo dell&apos;etanolo, la lunga strada per liberarci dagli arabi...'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-115797321721979593</id><published>2006-09-11T03:49:00.000-07:00</published><updated>2006-10-01T03:39:52.176-07:00</updated><title type='text'>Poesia e mass media: nessun prigioniero</title><content type='html'>La morte della poesia ad opera della comunicazione di massa: Montale ed il futuro; un articolo sul Foglio di Alfonso Berardinelli, che spiega molte cose....&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div style="text-align: justify;"&gt;Eugenio Montale amava la poesia? A giudicare dai fatti (vita e opere) nessuno potrebbe negarlo. Ma la cosa certa è che non amava la poesia come la si ama oggi in Italia. Il suo amore non lo cantava né lo vantava. Era un uomo cauto, inibito (sì!), prudente, reticente, poco effusivo, terrorizzato dalla retorica e da ogni tipo di discorso declamabile “ore rotundo”. Quando editori, divulgatori e insegnanti devono decidere che cosa è la poesia italiana del Novecento, scelgono Montale. Se deve essere nominato un solo autore, quello è lui: il più tipico, autorevole e studiato portavoce della poesia moderna in Italia. A distanza, alle sue spalle, un secolo prima, resta Leopardi. Nel primo e secondo Novecento, poco prima e poco dopo di lui, ci sono Umberto Saba e Pier Paolo Pasolini. Tutti e due di una famiglia diversa: più aperti, generosi, diffusi, imperfetti perché portati a mettere in versi qualunque cosa. Poeti premoderni (Saba) o postmoderni (Pasolini), sostanzialmente in polemica con la modernità, con il simbolismo, con l’ermetismo, con l’eccesso di condensazione lirica, con ogni tipo di oscurità, di bizzarria, di formalismo. Anche la modernità di Montale era polemica. Non gli piacevano  le poetiche, le intenzioni, i gruppi, le avanguardie, il ribellismo, il titanismo, la poesia pura, l’ottimismo espressivo, l’engagement ideologico e politico. A Montale ovviamente non piaceva quasi nulla. La sua forza era una forza di negazione, di stanziamento, focalizzazione assoluta del dettaglio, arte del mettere idee e pensiero dentro un’organizzazione verbale scandita e pietrificata… Non voglio mettermi a parlare di Montale! La bibliografia critica che si è accumulata sulla sua opera è mostruosa. Almeno in Italia, credo che ormai superi per quantità quella su quasi tutti i grandi classici. Forse solo su Dante e Leopardi si è scritto di più. Mi sono messo a parlare di Montale al solo scopo di notare un dettaglio: Montale (più o meno convenzionalmente) è la poesia italiana del Novecento, ma da circa trent’anni la poesia italiana esiste perché lo ignora: come idea e come comportamento, come teoria e come prassi, non ha niente a che fare con Montale. Neppure con il Montale prolifico e “chiacchierone” degli ultimi anni, da “Satura” (1971) in poi. Il dettaglio non abbastanza notato, la piccola cosa piuttosto trascurata è che quasi tutti i poeti italiani di oggi troverebbero mostruosi e criminosi lo scetticismo e le cautele che Montale ebbe ogni volta che parlò di poesia. Della propria e di quella degli altri. Mai Montale avrebbe incoraggiato la produttività poetica. Se soltanto sfogliamo i suoi scritti “Sulla poesia”, una raccolta a cura di Giorgio Zampa uscita da Mondadori nel 1970, ricordiamo subito che il tono-Montale era stato caratteristico di tutta la generazione post-crociana e post-dannunziana. Nessuna enfasi, mai. Fuga dalle giustificazioni filosofiche della poesia in generale (Croce) e fuga dalla retorica (presente anche in Ungaretti) della poesia come entusiasmo e fuoco lirico. In ogni sua dichiarazione e valutazione sulla poesia e sui poeti, Montale fu prudente, avaro, scettico (era il suo modo di essere appassionato, un modo&lt;br /&gt;oggi inimmaginabile). Per lui, come la sua famosa anguilla, il poeta diventa se stesso risalendo la corrente. Sono gli ostacoli, sono le condizioni avverse che permettono alla poesia di fecondare se&lt;br /&gt;stessa, di vivere e rinascere, di sprigionare le sue (ogni volta inaspettate e disperate) energie vitali. Oggi che i sessanta o seicento poeti italiani cercano l’idillio della buona accoglienza, sono assetati di incoraggiamenti e di giustificazioni, evitano il rischio e preferiscono non essere giudicati, oggi rileggere Montale che parla di poesia farebbe scandalo. Sembrerebbe un attentato&lt;br /&gt;alla comunità o setta o corporazione dei poeti , a cui ( stranamente) ogni poeta sente ormai di appartenere. L’individualismo tradizionale dei poeti sembra tramontato. Si rivendicano diritti da difendere in gruppo e in massa. Montale, viceversa, parlando di poesia, parlava sempre di solitudine, di lentezza, di imprevedibilità, di non-programmabilità. Soprattutto a partire dagli anni sessanta  di esistenza, perfino di sopravvivenza, della poesia in una società di massa.&lt;br /&gt;Nel suo discorso del 1975, quando ricevette il premio Nobel, scrisse: “Le comunicazioni di massa, la radio e soprattutto la televisione hanno tentato non senza successo di annientare ogni possibilità di solitudine e di riflessione (…) Di qui l’arte nuova del nostro tempo che è lo spettacolo. Un’esibizione non necessariamente teatrale a cui concorrono i rudimenti di ogni arte e che opera una sorta di massaggio psichico sullo spettatore o ascoltatore o lettore che sia”.&lt;br /&gt;E’ così anche oggi. I lettori hanno continuamente bisogno di speciali pratiche di rianimazione. Le loro facoltà di attenzione richiedono sempre un rivitalizzante “massaggio psichico”. Chi leggerebbe se non ci fossero ogni estate gli spettacoli e le esibizioni letterarie? “In tale esibizionismo isterico” si chiedeva Montale trent’anni fa: “quale può essere il posto della più discreta delle arti, la poesia?”. La risposta era che questa nuova “arte spettacolo”, l’arte a tutti i costi di massa , “l’arte che vuole produrre una sorta di massaggio fisico-psichico su un ipotetico fruitore ha dinanzi a sé infinite strade perché la popolazione del mondo è in continuo aumento. Ma il suo limite è il vuoto assoluto (…) milioni di poeti scrivono versi che non hanno nessun rapporto con la poesia. Ma questo significa poco o nulla”. Anche quando è apocalittico, Montale&lt;br /&gt;lo è in stile, possibilista e prudente. La storia umana per lui somiglia di più alla storia naturale che alla Storia con la maiuscola dello storicismo. Perciò non c’è colpo senza contraccolpo, anche&lt;br /&gt;se si tratta di probabilità e non di conseguenze prevedibili: “Non è credibile che la cultura di massa per il suo carattere effimero e fatiscente non produca, per necessario contraccolpo, una&lt;br /&gt;cultura che sia anche argine e riflessione”. Si tratta di cicli. La cultura di massa, la produzione per il consumo veloce, arrivate alle arti più tradizionali, ormai socialmente inutili e inoffensive come la poesia, forse metteranno in azione anticorpi: il bisogno di isolamento, di silenzio, di consumo lento e riflesso. L’interessante nel modo che ha Montale di parlare di poesia non è il pessimismo, né l’ottimismo. E’ piuttosto l’empirismo, la mancanza di fiducia incondizionata. Niente viene escluso in linea di principio, neppure il rigetto degli effetti negativi del progresso e&lt;br /&gt;della “democratizzazione delle arti”. La poesia non viene considerata un valore come pretenderebbero quei “milioni di poeti”. Nel discorso per il Nobel, Montale dice che in un primo momentoaveva pensato a un titolo più preciso:“Potrà sopravvivere la poesia nell’universo delle comunicazioni di massa?”.Le comunicazioni di massa lo ossessionavano.Le sentiva come una minaccia radicale non tanto per la “produzione” di poesia, quanto per i presupposti culturali necessari a scriverla e soprattutto a leggerla. Insiste: “Nell’attuale civiltà consumistica (…) nella civiltà dell’uomo robot, quale può essere la sorte della poesia?”. Montale ragionava come un critico liberale della società di massa, come un borghese senza fedi positive, come un individuo che sente la fragilità dell’individuo di fronte ai processi di socializzazione totalizzante. Il suo solo impegno è l’autodifesa. Si sente che ha letto Ortega y Gassett, Paul Valéry, Thomas S. Eliot, Aldous Huxley. Pensa al peggio, ma nel momento in cui è tentato da qualche ipotesi apocalittica, si ritrae, evita i toni allarmistici, modera le affermazioni perentorie. Scetticamente rifiuta di credere che nella storia umana agisca una logica ineluttabile che porta sempre dal meglio al peggio. Neppure lo storicismo alla rovescia lo convince. Così, contro il pessimismo sistematico, Montale ricorre all’ironia. La poesia, dice, forse è diventata indistruttibile proprio per ragioni di quantità, perché ce n’è troppa. Tutti la scrivono e democraticamente è legittimo che la scrivano: “La poesia è l’arte tecnicamente alla portata di tutti. Basta un foglio di carta e una matita e il gioco è fatto (…). L’incendio della Biblioteca di Alessandria ha distrutto tre quarti della letteratura greca. Oggi nemmeno un incendio universale potrebbe far sparire la torrenziale produzione poetica dei nostri giorni. Ma si tratta appunto di produzione cioè di manufatti soggetti alle leggi del gusto e della moda”. Potrebbe darsi che vada distrutta l’opera di poeti di valore e sopravviva quella degli innumerevoli scriventi, “cioè pseudo versi privi di ogni senso”. Gli incendi sono sprovvisti di criteri critici. C’è un solo momento in cui Montale si lascia andare alla fede: “ La grande lirica può morire, rinascere , rimorire, ma resterà sempre una delle vette dell’anima umana”. Fede prudente e ambigua anche questa. Il punto è che neppure l’eventuale morte storica della poesia può in sostanza minacciare il valore della grande poesia che è stata scritta in passato. Ma le diverse morti ed eventuali rinascite della poesia sono messe nel conto. Nessuna linearità, nessuna garanzia di sopravvivenza o di valori poetici che rimangano inalterati ad ogni generazione. Le interruzioni possono essere continue. Del resto il suo empirismo non fa mai dimenticare a Montale che i generi e le forme letterarie sono in metamorfosi e quello che sparisce da una parte può ricomparire dall’altra. Il sistema dei generi prevede continue migrazioni da un modo di espressione a un altro. Una volta si usavano la terzina e l’ottava per scrivere vasti poemi narrativi. Dall’Ottocento in poi queste tecniche sono andate fuori uso. Non è detto che la migliore poesia venga sempre scritta in versi: “Resta sempre dubbioso in quali limiti e confini ci si muove parlando di poesia. Molta poesia d’oggi si esprime in prosa. Molti versi d’oggi sono prosa e cattiva prosa”. Le più convincenti diagnosi sulle condizioni di esistenza della poesia Montale le fa quando parla di se stesso. Dichiara spesso che il nome di poeta lo mette in imbarazzo. Ripete che non si è mai sforzato di esserlo. Essere poeta non è stato per lui un programma. In un’intervista rilasciata nel 1960 alla rivista “Quaderni milanesi” dice: “Io, sforzi, non ne ho mai fatti (…) è accaduto che di fronte alla massiccia produzione in versi che ha invaso il nostro paese, e non solo il nostro, io abbia sentito intollerabile il nome di poeta. Credo che chi, come me, ha scritto versi (pochi) per 35 anni abbia il dovere di starsene alla finestra. Può darsi che io ricominci; può darsi il contrario. Aggiungo che dal ’48 io sono un giornalista e mi manca assolutamente il tempo per scrivere cose mie. Scrivo per gli altri. Non escludo un giorno di poter ancora scrivere per me. Ma quando?”. Anche sulla critica Montale ha le sue opinioni. Molto semplici e molto attuali. In un’autointervista scritta per “Quaderni della radio” (XI, ERI 1951) arriva ad affermare che “La critica letteraria ha quasi cessato di esistere in Italia e anche altrove. I quotidiani si occupano solo di arti organizzate (teatro, cinema, arti visive) come professioni (…). Anni fa la critica si era rifugiata nelle piccole riviste letterarie; ma ora non esistono quasi più riviste del genere. Esistono solo grossi settimanali illustrati pieni di pettegolezzi, nei quali trova poco spazio la critica letteraria (…) E’ naturale che una merce poco richiesta tenda a scomparire; ma in questo caso si ha l’impressione che alla poca richiesta corrisponda anche una certa svogliatezza nell’offerta. Il pubblico non chiede nulla anche perché non gli si offre nulla (…) se riapparissero i critici si diffonderebbe ancora il gusto della critica. Un’arte senza una critica parallela muore”. Purché sia critica e non informazione pubblicitaria, né semplice maldicenza privata. Siamo ancora allo stesso punto di allora. La critica ogni tanto sembra morta. Eppure basta che si dica in pubblico, con buoni argomenti, qualche verità proibita perché quel corpo malato si rianimi. Lo stesso Montale indicò che il problema era esattamente nel passaggio dalla critica orale (o maldicenza privata) alla critica scritta e pubblica, in cui il giudizio deve essere costruito su esempi, prove, argomentazioni convincenti e fondate: “In qualche modo bisogna far sì che la critica scritta e stampata sopravviva. Quella che ancora resta, in forme spicciole e orali, nelle conversazioni di chi segue le novità letterarie, dimostra che il buon gusto non è naufragato ma che oggi si trova raramente chi voglia dire la verità. I critici sono uomini e non vogliono farsi troppi nemici. Una volta non era così. Come mai non era così?”. Dopo aver detto in breve quasi tutto l’essenziale, a questa domanda conclusiva Montale non risponde. Forse ci saranno, aggiunge, delle ragioni economiche. Le recensioni dei veri e propri critici letterari non sono molto apprezzate. Critico letterario vero e proprio è chi mette in gioco il proprio “onore” intellettuale parlando di autori contemporanei e magari di libri appena usciti. Ad un tale individuo vengono di solito preferiti i recensori che fanno favori e il cui salario consiste nel ricevere favori in cambio. Il fatto è che le professioni intellettuali sono (erano) fondate su un certo individualismo, su un rifiuto del branco, della corporazione, della complicità. Sulle orme del grande Antonio Gramsci ci siamo un po’ troppo abituati a ragionare da intellettuali in quanto gruppi. Gli intellettuali però sono e dovrebbero essere anzitutto individui: indocili, poco controllabili e in genere piuttosto solitari. Uno scrittore che in una riunione di scrittori non si senta ancora più solo, non è uno scrittore, credo. &lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-115797321721979593?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/115797321721979593/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=115797321721979593' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/115797321721979593'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/115797321721979593'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2006/09/poesia-e-mass-media-nessun-prigioniero.html' title='Poesia e mass media: nessun prigioniero'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-34042639.post-115771859045471582</id><published>2006-09-08T05:29:00.000-07:00</published><updated>2006-10-01T03:43:31.160-07:00</updated><title type='text'>Come si misura la felicità?</title><content type='html'>Quando si stabilisce se si è raggiunto un certo grado di felicità? Ed un sistema economico a cosa serve, se non a generare un sentimento di felicità crescente? Ecco un ottimo articolo uscito su il manifesto sul tema:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="titolo"&gt;(In)sostenibili felicità&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="sommario"&gt;Un nuovo indicatore del benessere dei paesi: Pil più la soddisfazione, diviso per le risorse&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="firma"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="testo"&gt;Si sta creando una grande confusione sulla questione della felicità: tre settimane fa la notizia che il miglior paese al mondo era Vanuatu, 80 isole nel Pacifico. Ma nei giorni scorsi ecco un'altra classifica, dove questa volta vince la Danimarca, con la Svizzera a ruota, mentre Vanuatu scende al 24simo posto. Quanto all'Italia era al numero 66 in un elenco e al 50 nel secondo.&lt;br /&gt;Eppure la felicità, o se si preferisce la soddisfazione di vita, è cosa troppo seria per lasciarla ai titoli estivi dei quotidiani. Il tema è di quelli cruciali per la nostra civiltà ed è divenuto negli ultimi dieci anni argomento di studi importanti, all'intreccio tra filosofia, psicologia, scienze sociali ed economia. Con qualche fatica metodologica peraltro, tanto che nemmeno sulle parole ci si intende appieno: c'è chi parla di felicità (&lt;i&gt;happiness&lt;/i&gt;), chi si soddisfazione di vita (&lt;i&gt;satisfaction with life&lt;/i&gt;), chi di star bene (&lt;i&gt;well being&lt;/i&gt;). In ogni caso è qualcosa che riguarda sia le condizioni materiali di una persona (o di in un paese) che la percezione soggettiva riguardo alla propria vita. Ovviamente non è un valore ben netto come l'altezza o il reddito. La si valuta, la felicità, semplicemente domandando alle persone: «Considerando la vostra vita nel suo complesso quanto vi considerate soddisfatti?». Un altro metodo consiste nel valutare lo stato d'animo corrente, per esempio: «Quale percentuale di tempo nella giornata di ieri siete stati di cattivo umore?». Una qualche verifica si può fare incrociando le dichiarazioni soggettive con le opinioni che gli altri hanno della felicità di una persona: «Quanto giudichi felice Giovanna?».&lt;br /&gt;Tutto questo interesse dipende anche dalla giusta sfiducia che l'opinione pubblica, e anche gli studiosi, ormai hanno verso un trattamento solo economico, o peggio economicista, del benessere delle nazioni. Che il prodotto interno lordo (Pil o Gdp, in inglese) sia un indicatore grossolano e persino truffaldino sembra ormai certo. Per esempio se un paese risulta molto inquinato e dunque deve investire molto per ripulirsi, allora quelle spese aumentano il Pil, ma sembra difficile sostenere che ciò sia un'indice di benessere. Per questo vari tentativi di correzione sono stati proposti, per esempio sottraendo da quelle cifre le esternalità negative. Le cifre sul Pil, poi, non danno mai conto della distribuzione del reddito all'interno di un paese, affogando le disuguaglianze in una media statistica.&lt;br /&gt;In ogni caso c'è una curva paradossale, ormai ben nota: reddito individuale (o nazionale) e felicità per un po' vanno di pari passo, ma poi si disaccoppiano perché, una volta raggiunto un discreto benessere, un ulteriore aumento della ricchezza non produce un pari aumento di felicità, anzi talora succede persino il contrario. Vale per i singoli individui e anche per le società nel suo complesso. In molte culture, poi, il reddito individuale offre soddisfazione psicologica non tanto in valore assoluto quanto come misura della gerarchia sociale: la cosa importante è essere più ricchi di amici e conoscenti, ma se l'economia tira e tutti si arricchiscono, allora che gusto c'è?&lt;br /&gt;Un altro indice usato di frequente è l'HDI, &lt;i&gt;Human Development Index&lt;/i&gt;, usato dalle Nazioni unite per sfuggire alla trappola del solo fatturato. Venne creato nel 1990 dall'economista pakistano Mahbub ul Haq, a partire dalle ricerche del premio Nobel Amartya Sen; tiene conto del reddito pro capite, dell'aspettativa di vita e delle opportunità di conoscenza e istruzione. In questo caso il Pil c'entra indirettamente (nel reddito individuale) ma viene associato ad altri valori che riguardano la qualità della vita di un paese. Un apposito Rapporto annuale viene depositato ogni anno e vede ai primi posti paesi occidentali ma intermedi, come Norvegia, Canada, Australia, Svezia: alto reddito e stato sociale.&lt;br /&gt;L'indicatore più interessante, a opinione di chi scrive, è stato proposto di recente dalla New Economics Foundation, fondazione inglese per la nuova economia, che ha lanciato il suo &lt;i&gt;Happy Planet Index&lt;/i&gt;, e insieme ad esso un vero «Manifesto Globale per un pianeta più felice», scritto con l'associazione Amici della Terra.&lt;br /&gt;L'HPI guarda le cose del mondo in una maniera assai diversa dai precedenti indici e si forma a partire da tre fattori: 1. la speranza di vita alla nascita degli abitanti; 2. la soddisfazione di vita soggettivamente valutata dagli stessi con dei sondaggi, in una scala da uno a dieci; 3. un parametro chiamato «orma ecologica» (&lt;i&gt;ecological&lt;/i&gt; &lt;i&gt;footprint&lt;/i&gt;) che misura quante risorse naturali un certo paese consuma e che di solito è espresso in ettari. I primi due numeri vengono moltiplicati tra di loro, il che dà un'idea di quanti anni felici un paese abbia, ma divisi per il terzo, per tener conto del prezzo ambientale. In fondo l'idea è semplice: si tratta di misurare quanto un certo &lt;i&gt;input &lt;/i&gt;(le risorse naturali) si trasforma, producendo un certo &lt;i&gt;output&lt;/i&gt;, dove il risultato che conta non è il fatturato globale, ma la vita delle persone, che sia lunga e felice. Lo diceva già Aristotele, ma il progresso moderno sembra essersene dimenticato.&lt;br /&gt;In questo sistema a ingresso-uscita, tanti altri fattori che di solito vengono considerati come dei fini in sé sono invece soltanto dei mezzi al fine di una vita felice.&lt;br /&gt;Dunque la crescita economica è solo un mezzo, e così il mercato. E lo stesso vale per educazione, sistema sanitario, livello di consumi, occupazione, forme di governo, famiglia, tecnologia. Sono strumenti da potenziare, in opportune miscele, rispetto a quello che dovrebbe essere lo scopo vero e sensato di ogni politica e di ogni governo.&lt;br /&gt;Ma non a ogni costo perché mettendo a denominatore il consumo ambientale, i ricercatori introducono un requisito di sostenibilità: se per produrre una certa soddisfazione di vita si consuma troppa natura, allora quella ottenuta è una felicità effimera, di breve durata. Per esempio la Norvegia si trova al primo posto nell'indice di sviluppo umano (il citato HDI), ma ha un &lt;i&gt;footprint&lt;/i&gt; molto elevato e perciò nell'indice planetario scende in posizione 115. Ben peggio della nostra Italia, dunque, perché se la durata della vita è circa uguale nei due paesi e la contentezza norvegese è appena un po' superiore alla nostra (un valore di 7.4 contro i nostri 6.9), l'impatto ambientale italico è solo di 3.8 contro un 6.2 scandinavo.&lt;br /&gt;Ovviamente nessuno degli indicatori rappresenta la verità, ma ognuna delle diverse metodologie incorpora più o meno esplicitamente dei valori diversi con cui guardare lo stato del mondo. Va notato che gli stessi autori dell' Happy Placet Index, hanno voluto provocatoriamente aggiungere una correzione grafica a mano sul loro rapporto, reintitolandolo (&lt;b&gt;un&lt;/b&gt;)Happy Placet Index, ovvero l'indice di un pianeta &lt;i&gt;infelice&lt;/i&gt;. Infelice perché un «ideale ragionevole» (un obiettivo politico) di questo indicatore dovrebbe prevedere un livello di soddisfazione come quello della Danimarca (8,2, su un massimo di 10), un'aspettativa di vita di 82 anni, come nel Giappone, e un'impronta ecologica bassa, attorno a 1,5, mentre nei fatti nessun paese si avvicina per ora a tali risultati.&lt;br /&gt;Quello dell' Happy Placet Index è senza dubbio un punto di vista radicale, ma purtroppo assai sensato, perché ci ricorda impietosamente che i nostri paesi ricchi, per produrre un livello di soddisfazione decente nei loro cittadini, consumano tante risorse naturali che sarebbero necessari due o tre pianeti Terra.&lt;br /&gt;Una diversa e meno sconvolgente classifica della felicità del mondo è stata proposta la settimana scorsa da un gruppo di ricerca dell'università inglese di Leicester. Adrian White, psicologo sociale, l'ha realizzata con una tecnica chiamata meta-analisi e cioè mettendo insieme, con opportune pesature, i dati raccolti da altri, con metodi diversi. Ha dunque utilizzato le cifre dell'Unesco, della Cia, della New Economics Foundation, dell'Organizzazione mondiale della salute eccetera. La sua tesi è che la felicità sia legata essenzialmente a salute, ricchezza e istruzione.&lt;br /&gt;La tabella comparativa in questa pagina mostra quanto diverse possano risultare le classifiche a seconda delle diverse metodologie usate. Il Pil premia il reddito e il reddito pro-capite, l'Indice di sviluppo umano valorizza i paesi europei che hanno alto reddito e strutture sociali sviluppate (welfare e simili). L'Happy Placet Index, che mette a denominatore il consumo di risorse naturali ribalta provocatoriamente tutte le classifiche, penalizzando quei paesi ricchi che, per garantirsi felicità, sprecano molto, eventualmente a spese degli altri. Infine la Mappa della felicità dell'università di Leicester offre una possibile mediazione tra i diversi approcci. Fin troppo tranquillizzante, forse.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt; &lt;a href="http://www.blogs-italia.com" target="_blank"&gt;&lt;img src="http://www.blogs-italia.com/directory.png" alt="blog italia, directory blog italiani"&gt;&lt;/a&gt;&lt;/br&gt;&lt;br /&gt; &lt;br&gt;&lt;a href="http://www.blogrankings.com" title="Blogrankings.com a directory of blog sites"&gt;&lt;strong&gt;BlogRankings.com&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;&lt;/br&gt;&lt;br /&gt; &lt;br&gt;&lt;a href="http://www.blogitalia.it" target="_blank"&gt;&lt;img border="0" src="http://www.blogitalia.it/images/antipixel.gif" width="80" height="15" alt="BlogItalia.it - La directory italiana dei blog"&gt;&lt;/a&gt;&lt;/br&gt;&lt;br /&gt; &lt;br&gt;&lt;a href="http://www.technorati.com/claim/9mnvg7a7vb" rel="me"&gt;Technorati Profile&lt;/a&gt;&lt;/br&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/34042639-115771859045471582?l=quelchemipiace.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/feeds/115771859045471582/comments/default' title='Post Comments'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=34042639&amp;postID=115771859045471582' title='0 Comments'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/115771859045471582'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/34042639/posts/default/115771859045471582'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://quelchemipiace.blogspot.com/2006/09/come-si-misura-la-felicit_08.html' title='Come si misura la felicità?'/><author><name>sariologiudice</name><uri>http://www.blogger.com/profile/01850547775963140729</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry></feed>
